duminică, 21 septembrie 2014

Commercio a Oriente e Ostpolitik

        Si può avere un’idea dell’ampiezza del commercio tedesco e della CEE con il “blocco orientale” dal fatto che questo schieramento si è indebitato per 100.000 milioni di marchi (alla fine del 1976) e che diversi paesi più deboli dell’Europa orientale avevano alla fine dell’anno dato fondo alle loro risorse30.
    Il commercio tedesco con l’Unione Sovietica è salito decisamente negli anni Settanta fino a raggiungere gli undici miliardi di marchi alla fine del 1976, quando la Russia assorbiva il 40 per cento di quanto va sotto il nome di Osthandel della Germania e stava al posto numero 10 nella lista dei partners commerciali della Repubblica Federale31. Questo paese allestì una mostra industriale a Mosca e mise a punto accordi tecnici, scientifici e culturali con l’URSS ed esportò interi impianti per l’industria pesante e chimica, una pipeline per il petrolio, autocarri e altre merci di grande rilievo. La Russia pagò in oro, attingendo alle proprie risorse, e si ritiene generalmente che banche tedesche e lo stato abbiano assicurato dei crediti per consentire la gigantesca operazione.
    Facendo uso, e indirettamente sfruttando la manodopera sovietica a basso costo, le ditte tedesche realizzano un superprofitto da queste ventures. Il prodotto nazionale lordo tedesco medio nel 1977 è stato di 7500 dollari, e quello dell’URSS di 2700, all’incirca un terzo di quello tedesco, e la messa in opera, l’installazione e le prime operazioni sul suolo russo hanno pertanto fruttato ai fornitori tedeschi un superprofitto pari alla differenza dei salari. Per quel che riguarda gli undici miliardi di marchi del 1976, questo superpofitto dovrebbe aggirarsi attorno ai tre miliardi di marchi e forse di più. In questa maniera indiretta l’industria tedesca che ha contratti con il blocco sovietico riesce ancora a ottenere superprofitti di tipo semicoloniale. A differenza dei contratti “neocoloniali”, tuttavia, essi creano industrie pesanti che appartengono ai paesi riceventi e che possono creare a loro volta valore e progresso in breve tempo (a patto di essere finanziati senza un rapido indebitamento).
    Nel 1975 il totale delle esportazioni della CEE in URSS sfiorò i 5 miliardi Eua (European Units of Account). Ogni unità equivaleva nel 1974 a 1206 dollari USA. Vale a dire circa 6 miliardi di dollari. Nel 1976 la cifra era salita a 6,2 miliardi di dollari e nel 1977 puntava sui 7 miliardi33. La parte del leone toccava alla Germania con 2.800.000.000 nel 1975 e quasi tre miliardi nel 1977. Le importazioni sovietiche in Germania costituivano all’incirca il 60 per cento delle esportazioni.
    Vediamo dunque che la bilancia è largamente positiva per la Germania già per quel che riguarda gli scambi commerciali. La Germania importa dall’URSS quasi un terzo di tutte le importazioni CEE, mentre esporta nell’URSS quasi un terzo di tutte le importazioni della CEE34. Ecco l’elemento commerciale della détente tedesca, della Ostpolitik! In verità, essa esporta negli Stati Uniti d’America soltanto il doppio di quanto esporta nell’Unione Sovietica... Siamo dunque in presenza di un mercato assai importante, oltre che di buoni profitti (super!) realizzati grazie ai bassi salari sovietici.
   Questo sfruttamento del gap salariale esistente tra la Germania e l’URSS è reso possibile fondamentalmente dal fatto che i salari tedeschi sono alti per via del colonialismo dei contratti e dei prestiti, mentre l’Unione Sovietica non possiede colonie economiche di lavoro a basso costo che le forniscono superprofitti per ripagare i lavoratori della madrepatria e i burocrati. L’Unione Sovietica è piuttosto in basso nella lista del prodotto nazionale lordo pro capite dei paesi “socialisti”35: (in dollari, l’anno considerato è il 1976)
RDT                                              4.230
Cecoslovacchia       3.710
Polonia                                          2.910
Ungheria                                       2.635
Unione Sovietica    2.620        
Bulgaria                                        2.040
Jugoslavia                                     1.540 (nonostante i lavoratori emigrati nella RFT)
Romania                                        1.300
   Lo stesso si può dire a proposito del gap tra prodotto nazionale lordo e i salari delle due Germanie. La Germania occidentale produce e retribuisce circa il doppio della Germania orientale. Questo non è soltanto il risultato di una superiorità tecnologica, perché i prezzi in realtà sono abbassati e non rialzati dalla produttività moderna, a causa della competizione, anche tra le multinazionali. La produttività consente superprofitti soltanto temporaneamente, come la grande battaglia tra i colossi dell’acciaio americani e giapponesi dimostrò negli anni Sessanta La fonte permanente degli alti salari non è la produttivita (che anzi può ridurre i salari, se produce cibo, vestiti e abitazioni a prezzi ridotti). La causa fondamentale è un’altra: i bassi salari. Gli alti salari della Germania occidentale sono resi possibili dai bassi salari in India, Nigeria, Brasile, Iran e dovunque il capitale crea i suoi superpofitti. Questi, derivando dai bassi salari, sono trasferiti o come profitti rimpatriati o come materie prime, come plusvalore nascosto, dalle semicolonie ai vertici imperialistici del mondo, dove troviamo anche la richissima Germania.
    Nel dicembre del 1977 il salario medio nella Germania orientale era di 927 marchi al mese. Nello stesso periodo in Germania occidentale era di 2000 marchi, più del doppio. Non c’è “competizione socialista” (falsa ideologia dello stalinismo) che tenga, neppure a parità di tecnologie (come succede, per esempio, nella tecnologia spaziale e nelle industrie nucleari). Raggiungere il livello nordamericano, o tedesco occidentale, è impossibile per il blocco sovietico. La Germania orientale non può raggiungere il livello di vita occidentale: la differenza è socio-economica, due sistemi che si affrontano davanti al muro di Berlino. Non si tratta soltanto della socializzazione dei mezzi di produzione: la differenza più profonda, risolutiva, è il fattore coloniale.
    La polemica sull’arretrateazza dei paesi cosiddetti socialisti non è mai stata sincera, né da parte dei difensori stalinisti né da parte dei critici occidentali. Ma nessuno ha mai fatto menzione di questo fattore, cioè delle differenti storie dei due sistemi. Il fattore coloniale non esiste nella Germania Orientale, mentre nella RFT esso è fondamento della ricchezza e della politica economica. Ecco perché la gente va da est a ovest a non vicerversa. Dalle due parti del Muro i lavoratori non stanno a ragionare su chi paga il benessere: vogliono la loro parte e basta.
    Dal punto di vista educativo il “socialismo” della Germania orientale è stato un fallimento, e in effetti non c’è stata una rivoluzione sociale, non c’è stato un apprendistato per la trasformazione sociale. Tutto è accaduto per via militare, per l’arrivo dell’Armata Rossa. Sotto tutti i grandi problemi della Germania orientale – mancanza di libertà, stalinismo, ristrettezze materiali, rivolte degli intellettuali e (in passato) dei lavoratori – troviamo l’imperialismo della Germania occidentale.
    La Germania orientale si potrebbe pertanto chiamare la parte “morta” dell’imperialismo tedesco. La riunificazione dei due tronconi dovrebbe riportare alla vita questa parte. Ma intanto la differenza, il gap, si è aggravata. Nel 1970 il prodotto nazionale lordo della Germania orientale era di 147,7 (assumendo come 100 il 1960) quando l’indice relativo nella RFT era di 160,6. Si è allargato anche il gap per quanto riguarda il capitale fisso: quello della Germania occidentale nel 1970 era di 2.200.000.000 di marchi, circa 1000 miliardi di dollari (quattro volte quello della Germania orientale, il più ricco “paese socialista” del mondo)36.
    La Germania occidentale non ha mai abbandonato l’idea della riunificazione tedesca. Le rivolte dei lavoratori negli anni Cinquanta sono celebrate ogni anno in tutta la Germania Federale come giorni dell’unità. Dalla SDP fino a Strauss c’è un accordo di base sull’unificazione, che viene giudicata non realizzabile in pratica ma in linea di principio non viene mai dimenticata. Pochi si rendono conto che di lì potrebbe scaturire una terza guerra mondiale con relativa esplosione atomica. Eppure, fino alla fine degli anni Sessanta, anche le organizzazioni di estrema sinistra sostennero la tesi della riunificazione. I comunisti polacchi, tedeschi orientali, cecoslovacchi ecc. vedono invece questa prospettiva con orrore. Nella sinistra tedesca la memoria è breve, e anche a sinistra la minaccia viene vista nell’URSS e non nella riunificazione della Germania. È invece questa la più grande minaccia alla democrazia, se non alla pace.
   La stessa memoria corta ha aiutato parecchi intellettuali antisovietici, del genere Solženicyn piuttosto che del genere Pasternak, nella loro crociata contro l’URSS. I dissidenti russi, cecoslovacchi, tedeschi e ungheresi, strati della burocrazia di questi paesi, come pure della Romania e della Jugoslavia, hanno questo concetto in comune: tutti vedono l’Occidente come democrazia, come progresso pacifico e benessere. Non possono vedere che non si tratta della verde isola dell’Utopia, ma che ancora sopravvivono in Occidente zone arretrate di disoccupazione e miseria, di analfabetismo e di dittature locali, di sfruttamento. Non vedono – e come potrebbero – gli africani, gli asiatici, i sudamericani che campano con un trentesimo del reddito nazionale pro capite del cittadino russo.
   Certo, numerosi intellettuali dissidenti spiegano i fallimenti e le debolezze del comunismo con gli errori di Marx, di Lenin e di Trockij, con i crimini spaventosi di Stalin. Ma non spiegano l’esistenza della burocrazia sovietica come un prolungamento dei vertici occidentali e come una reazione alle pressioni militari e politiche dell’occidente. La burocrazia nasce nell’imperialismo, non nel comunismo.
   L’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1968 non fu un’azione indipendente della burocrazia sovietica, ma una reazione immediata alla crescente penetrazione nel paese della CEE guidata dalla Germania. L’Occidente esaltava Dubček come il nuovo leader democratico, liberalizzatore. Il commercio tedesco toccò nuovi apici nel 1968. Dubček si accostò all’Occidente, ne accettò, come fece la Romania, alcune posizioni, per esempio nel caso del riconoscimento dell’esistenza di Israele. Il Patto di Varsavia e il Comecon venivano messi in discussione. C’era il pericolo che – come era successo in Ungheria – una genuina rivolta antistalinista diventasse un pronunciamento filo-occidentale. Questo accadde non soltanto per interferenze germaniche ma anche per il brutale intervento dell’Armata Rossa37. E se le cose non assunsero i toni estremi del 1956 ungherese, fu perché l’occupazione sovietica si rivelo alla fine piu mite di quanto si potesse temere.
   Le relazioni tra la Repubblica Federale Tedesca e la Cecoslovacchia furono normalizzate solamente nel 1973, ma all’inizio del 1978 non si erano ancora concretate in un nuovo accordo economico o culturale. Tuttavia le pressioni tedesche per nuovi accordi di cooperazione e la disponibilità del Comecon nell’ottobre del 1977 diedero come risultato l’apertura di trattative per addivenire a contratti-prestiti in campo chimico, elettrico, elettronico, di costruzione di macchine38. Tutto ciò, e le visite di rappresentanza a metà gennaio del 1978 di Herbert Wehner, presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico39, hanno temporaneamente scongelato le relazioni ceco-tedesche, che da un decennio erano decisamente ibernate.
    La visita di Wehner, il quale era diretto anche in Polonia e nell’Unione Sovietica, è un elemento di grande rilievo nella Ostpolitk. Non che ci fossero grandi speranze per l’immediato. Anche se il governo Husák si mostrava aperto ad accordi economici come già Dubček, questa volta tutto avveniva non in modo indipendente da parte dei cecoslovacchi ma sotto l’occhio poliziesco dei russi e sotto la tutela del Comecon. Non si poteva quindi parlare di “graduale infiltrazione nell’economia cecoslovacca”. Ma nel 1977 l’antica aspirazione tedesca di essere il numero uno negli scambi occidentali con la Cecoslovacchia era stata trasformata in realtà. Il volume di affari salì da 2 a 3,3 miliardi di marchi dal 1972 al 1977. Nel 1976, 348.000 tedeschi visitarono la Cecoslovacchia40.
    La politica della CEE e in particolare della Germania per sfruttare il contrasto tra russi e cinesi ebbe tanto successo che la politica cinese si capovolse tra il 1969 e il 1971. Fino al 1969 la CEE veniva variamente dipinta da Pechino come il “centro delle contraddizioni imperialistiche” e “una macchinazione americana”, come scrisse un giornalista nel settembre del 1975. Egli così continuava: “ma nel 1971 la Comunità era diventata un ‘fattore di equilibrio tra le superpotenze’... Ora, seguendo l’accelerazione dei reciproci legami durante i primi sei mesi del 1975, Bruxelles potrebbe essere tra poco la sede di discussioni esplorative tra i cinesi e i funzionari della CEE per giungere a un accordo commerciale tra la più grande potenza commerciale del mondo e il suo più vasto mercato potenziale”41.
    L’articolista così prosegue: “Per una Comunità la cui cause célèbre è diventato il rifornimento di materie prime, la prospettiva di legami economici con un paese che da solo possiede il 25-30 per cento dei principali minerali del mondo è d’importanza capitale. Le risorse cinesi comprendono in particolare carbone, ferro, manganese, petrolio, uranio, bauxite, stagno, tungsteno e antimonio”42.
    La CEE è ora seconda soltanto al Giappone nel commercio estero cinese. Le motivazioni sono chiaramente colonialistiche: mercato e materie prime. Ma il bisogno cinese di importare manufatti, specialmente nel campo dell’industria pesante, ha aperto la strada ai contratti-prestiti euroamericani e giapponesi che sfruttano la manodopera cinese a basso costo, ai traffici massicci attraverso Hong Kong e alla realizzazione di superprofitti nascosti sui manufatti cinesi importati a bassi costi e venduti al vero prezzo nei mercati imperialisti. L’interesse tedesco in questo neocolonialismo che sfrutta la Cina socialista è stato espresso dalla visita di Franz Josef Strauss, Schroeder, Kohl e Scheel43.
    Il commercio della CEE con la Cina è strettamente legato alla strategia della Germania contro l’Unione Sovietica. La Cina serve tanto al riarmo tedesco quanto alla causa della riunificazione tedesca (dopo il 1973 i leaders cinesi si sono pronunciati per la riunificazione tedesca) e all’affermazione della leadership tedesca sull’Europa. Il commercio e l’”investimento” (sotto controllo e proprietà della Cina) rientrano in un processo di partecipazione, in lenta ascesa, dei paesi socialisti al commercio capitalistico. Dal 1948 al 1970 la percentuale è salita dal 2 al 4 per cento. Il debito con l’estero dei paesi socialisti con l’Occidente era di circa 30 miliardi di dollari nel 1976 (un terzo era dell’URSS). La Germania è il maggior creditore di questi paesi44: sono due, per il 50 per cento, le esportazioni della CEE in Cina45. E anche se il commercio di questi paesi con l’Occidente è ancora di proporzioni ridotte (è attualmente dell’ordine del 5 per cento del commercio mondiale, vale a dire un ventesimo per circa un quarto dell’umanità), esso è un veicolo delle influenze capitalistiche a molti livelli.
   Infatti, questa percentuale ridotta non è sufficiente perché si possa dire categoricamente che esiste un unico “mercato mondiale” (e in effetti non esiste un unico sistema socio-economico) in cui i paesi socialisti siano subordinati ai paesi capitalistici. Ma è sufficiente come importante fonte di superprofitti per l’Occidente, con gli Stati Uniti e la Germania in testa alla lista, e come possibilità di sovversione politica ed economica dei sistemi sociali russo e cinese. Questa offensiva, che si serve della distensione, è il gemello “pacifico” del riarmo nucleare, adatto a tempi di “coesistenza”.
 
 
30   J. Joffe, Die Zeit del 31 dicembre 1976. Questo incremento del commercio con l’Occidente coincise con il problema del rincaro dei prezzi, per esempio in Polonia, dove a metà del 1976 ci furono sommosse in alcune città. Lo stesso articolo di Joffe riporta che nel 1976 i contatti tra la Germania orientale e la Germania occidentale videro otto milioni di visitatori dalla RFT e 1.400.000 dalla Repubblica Democratica Tedesca. “Tra le 100.000 e le 200.000 persone accolsero con sollievo l’accordo di Helsinki (sulla distensione) e chiesero i visti d’uscita per cominciare una nuova vita in Occidente”. Joffre e altri articolisti tedeschi mescolano la politica della distensione con quella del riarmo, perché “il programma del riarmo sovietico ha assunto proporzioni particolarmente allarmanti” (ibid.). Si tratta del vecchio argomento della minaccia russa come causa del riarmo occidentale, mentre invece l’atteggiamento russo non è che una reazione alla presenza degli eserciti occidentali.
31   AK-Journal, n. 8/18 dell’agosto 1977. Articolo del dott. Hans Friderichs, ministro degli affari economici della Germania.
32   Schweiz-Bankgesellschait dati del 1977; statistiche dell’Onu.
33   Eurostat, 8, 1977, p. 107.
34   Ibid., e pp. 108, 109.
35   UNO GNP Statistics; vedi anche Europa Yearbook 1976, vol. I.
36   P.H. Sturm, The System Component in Differences in per caput Output between East and West Germany, in “Journal of comparative Economics”, vol. I, n. 1, marzo 1977, New York e Londra, pp. 5-24.
37 Durante la “rivoluzione ungherese del 1956 scrissi secondo questa linea in dichiarazioni pubbliche a Cape Town. Questo punto di vista era diffuso nei circoli progressisti del Sudafrica. Vidi molti gruppi di “rifugiati” ungheresi che arrivavano a Cape Town in treno, nave o aereo, nel 1956 e 1957. Questi “combattenti della libertà” furono accolti con un saluto ufficiale del governo nazionalista. Tutti i partiti e le chiese e l’intera stampa anglo-boera sostennero la “rivoluzione” ungherese. Molti rifugiati si integrarono agevolmente nel regime dell’apartheid. Altri andarono nel Malawi (allora Nyassaland) ad aiutare gli inglesi a reprimere una rivolta africana contadina e operaia. La repressione avvenne nella massima brutalità, molti anni prima che il Malawi diventasse indipendente.
38  Von Egge Weers, Bonn und Prag am Dialog interessiert, in Auslandskurier, novembre 1977, pp. 5, 6.
39    Kieler Nachrichten, 12 gennaio 1978.
40    Auskandskurier, novembre 1977, op.cit., p. 6.
41  J. Robinson, Europe’s Links with China, in European Community, n. 7, settembre-ottobre 1975, London Office, pp. 9, 10.
42     Ibid., p. 9.
43   Ibid.: “Quando il ministro degli esteri Ciao Kuan-ha ha dato il benvenuto a Herr Franz Josef Strauss a Pechino nel gennaio 1975, egli spiegò: ‘I nostri due stati hanno differenti sistemi sociali, ma noi possiamo benissimo essere amici. Ciò che conta è che entrambi lottiamo per l’indipendenza’” (p. 12).
44 U.N. Statistics: Comecon Statistics; Bulletin économique pour l’Europe, Ginevra (Unece); Unctad, Ginevra. Il tema viene esaminato criticamente da André Gunder Frank in Long Live Transideological Enterprises, Socialist Economies in Capitalist International Division of Labour, in Economic and Political Weekly, febbraio 1977, Bombay (pubblicazione annuale). A.G. Frank ha discusso la partecipazione dei paesi socialisti nel comercio e nell’economia mondiale capitalistici in Quale 1984, cit.
45  European Community, settembre-ottobre 1975, op.cit., p. 12. Gli scambi della CEE con la Cina nel 1974 sono stati (in milioni di dollari):
Importazioni
dalla Cina
Esportazioni
verso la Cina
Germania
Francia
Inghilterra
Italia
Olanda
Benelux
200
190
170
125
105
50
450
170
180
115
65
35
Dal 1974 la leadership tedesca è aumentata.
 
 
 
 
Hosea Jaffe - “La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?”, Jaca Book, 1994