joi, 20 iunie 2013

L'euronazismo: un incubo dimenticato



"La reputazione è un bene al di sopra di tutto, e vale più della potenza."
Federico il Grande

"Il prestigio nazionale è un fattore altrettanto importante per lo sviluppo futuro quanto la potenza economica e militare."
Il grandammiraglio tedesco von Tirpitz a Guglielmo II, Berlino, 27 aprile 1916. (1)

Il colonialismo tedesco sviluppò un suo speciale senso dell'onore e una sua particolare forma di ipocrisia. Hitler lo perfezionò a suo modo, dicendo che la menzogna migliore e quella più spudorata. È quella cui il popolino crede più facilmente. Un’analisi, del novembre 1977, di 3042 risposte di studenti e di scolaretti alla domanda “Che hai sentito dire di Adolf Hitler?”, rivela quanto poco la tradizione germanica dell’onore e la tradizionale ipocrisia germanica siano cambiate dai tempi di Hitler. L’inchiesta riguardava bambini, ragazze e ragazzi dai dieci ai ventitré anni, i quali furono interrogati dall’ottobre del 1976 all’aprile del 1977. Quasi tutti i bambini sapevano, almeno, che era esistito qualcuno chiamato Adolf Hitler. In minor numero sapevano quando era vissuto e meno ancora chi era in realtà. Dieter Bossmann, commentando le risposte, ha affermato: “Non sapere; o piuttosto, non voler sapere”. I bambini sapevano che Hitler aveva costruito “meravigliose autostrade” (c’era anche in un libro di testo) e anche che uccideva ebrei; ma non sapevano quanti. Di solito la risposta era: “Forse qualche migliaio”. La gente doveva dire “Heil Hitler”, e i bambini ridevano di questo. Sapevano che non c’era disoccupazione, non c’erano terroristi né criminali. “Nelle scuole tedesche si può ridere di Auschwitz”, scrisse Bossmann. Il 48 per cento della gioventù bavarese non ha nulla contro un dittatore come tale. Opuscoli nazisti vengono acquistati alle edicole dai giovani anche oggi. La televisione, che “dimentica” di far vedere cosa ha fatto Heydrich a Lidice, è molto seguita. C’è un nuovo latente antisemitismo. Mentre sto scrivendo la radio francese riferisce che le tombe ebraiche di Norimberga sono state profanate. I soldati tedeschi che nel 1977 addobbarono le mense ufficiali con simboli nazisti non furono puniti. Bossmann chiama questa “ignoranza” tra i giovani di 10-23 anni, “uno scandalo politico e pedagogico”.
In effetti, molti ragazzi lasciano la scuola senza mai aver sentito parlare dei misfatti delle SS. Bossmann chiede: “Quando si dirà che non l’8 maggio 1945 ma il 30 gennaio 1933 è stato il giorno del Zusammenbruchs Deutschlands?” (2).
Io stesso ho insegnato in Lussemburgo, vicino alla Germania, per quasi cinque anni, e non una volta ho visto celebrare il giorno della liberazione della Germania dal nazismo, ad opera dei russi, nella Repubblica Federale Tedesca. Ho dovuto rammentare che fu l’Armata Rossa che liberò Berlino. Ho sempre sentito parlare dell’evento come di una sconfitta. Viene celebrato quale giorno dell’unità tedesca quello del 1953 in cui gli operai della Germania orientale si ribellarono ai “comunisti” e ai loro “padroni sovietici”: così è sfruttata una data in sé importante.
La costante è il nazionalismo. Ignoranza, interessi e ipocrisia sono la norma. Ma l’”ignoranza” della gioventù deriva anche dal silenzio dei genitori, degli insegnanti, dei sindacalisti e degli uomini politici di tutti i partiti. Ho ascoltato un programma televisivo del sabato sera (18 marzo 1978) che ammetteva che gli studenti ricevono solamente sette lezioni sul nazionalsocialismo su un totale di oltre diecimila lezioni per scolaro. Si parla di Napoleone, ai ragazzi tedeschi, dieci volte tanto di quanto si parli delle SS. Infine, la “fuga” di Kappler ha portato alla luce nel 1977 un altro aspetto dell’”ignoranza” della Germania contemporanea e della sua ipocrisia per quanto concerne il periodo nazista.
Heinrich Böll, di cui si ricorda la coraggiosa denuncia con “L’onore perduto di Katharina Blum”, e Siegfried Lenz hanno condannato la caccia alle streghe che attualmente colpisce gli intellettuali di sinistra in Germania Federale e il Berufsverbot (proibizione di lavoro nell’amministrazione pubblica per gli iscritti ai partiti di sinistra). Nel tentativo, certo non agevole, di salvare quello che di democratico ancora persiste nella Germania Federale, Böll e Lenz hanno cercato anche di distinguere tra la Germania di Hitler e quella di Schmidt: “il nuovo stato germanico non ha nulla a che fare con le atrocità di Auschwitz”, essendo uno stato giovane, di soltanto 28 anni d’età (3).
Ma lo stato germanico di oggi ha la stessa base economica e la stessa fondamentale struttura di potere “latente” di quando era una delle tre o quattro potenze imperialistiche assieme all’Inghilterra, agli Stati Uniti e alla Francia, nell’Ottocento e all’inizio di questo nostro secolo. Mantenne e sviluppò tale struttura dopo il trattato di Versailles. Questo è il pericolo, per la Germania e per l’Europa. Il pericolo viene dagli stessi immensi monopoli, dalle compagnie “miste”, dai cartelli e dalle fusioni multinazionali, che hanno gli stessi nomi d’un tempo, di quando, dopo Versailles, si diffusero in Sudamerica, in Africa, nel Vicino Oriente e in Asia. Crollato il nazismo con le modalità militari che sappiamo, il nuovo governo tedesco ha ritrovato i piani economici lasciati dal “genio” della finanza Schacht. I piani di Schacht consistevano fondamentalmente in prestiti massicci di tipo colonialistico, in appalti, in contratti per cui prima della guerra egli aveva gettato le basi in Egitto, Iran, Turchia, Brasile, Argentina, Cile, India, Libia (con gli italiani), Marocco (con gli spagnoli) e in altri paesi. Erhard e Adenauer, in questo successori di Hitler, perfezionarono l’opera.
La base produttiva, economica, finanziaria dello stato tedesco è assai più remota di quanto pensi Böll. Risale come minimo al 21 marzo 1871, quando Guglielmo I, imperatore di Germania, scrisse a Bismarck: “Oggi si apre il primo parlamento germanico, dopo la restaurazione dell’Impero Germanico” (4).
Non è privo di significato il fatto che Guglielmo I si esprimesse così in un’epoca in cui anche la socialdemocrazia ricevette la sua legittimazione e cominciò la sua rapida assimilazione nelle strutture statali. Sono strutture – sul piano economico – assai antiche, e per questo il tentativo di Böll (5) di “capire” Strauss e di fornire ai nuovi tedeschi la possibilità di non soffrire più complessi d’inferiorità democratica, sembra poggiare su fragili basi. Il nazismo stesso fu una fase ulteriore del processo di cui già Guglielmo parlava a Bismarck nel 1871.
Il giornalista Franz Wördemann afferma che il tipo di terrorista alla Baader-Meinhof – a differenza del guerrigliero – soffre di un distacco dalla realtà tipicamente tedesco (6). Questi terroristi hanno cioè qualcosa in comune con i loro avversari, un’insensibilità e un senso d’irrealtà che sono anche il prodotto di una certa società e di una certa concentrazione finanziaria. Ciò si accompagna anche a una marcata ristrettezza mentale, per cui i terroristi tedeschi si sono concentrati su obiettivi interni e mai di portata mondiale, e la loro occasionale collaborazione con i palestinesi è stata più tecnica che politica. (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha ufficialmente sconfessato molte azioni di questo gruppo.) Il professor Iring Fetscher, che mi intervistò per conto della televisione di Francoforte nel luglio del 1976 sul ruolo della Cee e della Germania nel Sudafrica, fece un utile accostamento tra la ristrettezza mentale dei terroristi tedeschi e quella dei socialdemocratici tedeschi (7). Hanno in comune il distacco dalla realtà, quella dell’imperialismo tedesco.
L’affare Stammheim, il carcere di Stoccarda dove Andreas Baader e i suoi amici Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe morirono il 18 ottobre 1977, ha oscurato un terrorismo più generale: quello contro i popoli coloniali. Ma lo stesso affare Stammheim fu rivelatore: il 18 ottobre un commando perfettamente addestrato di tiratori scelti tedeschi piombò sull’aeroporto Mogadiscio, mise in salvo gli ostaggi e uccise i terroristi. Si attendeva un’occasione simile, c’era chi voleva emulare la violazione israeliana dell’Uganda. Ma Schmidt in questo caso si fece dare la preventiva autorizzazione del presidente della Somalia, Barre. La Germania voleva mostrare i suoi muscoli, e non acconsentì che a sistemare la faccenda fosse delegata una squadra arabo-britannica, che avrebbe potuto intervenire quando l’aeroporto era in Arabia. I sequestratori dell’aereo avevano chiesto il rilascio di Baader e compagni, che vennero uccisi. Sopravvisse solamente una ragazza, Irmgard Moeller, che secondo la versione ufficiale avrebbe cercato di suicidarsi (come Baader, Ensslin e Raspe) ma senza riuscirvi. Stampa e televisione furono mobilitate per provare la tesi del suicidio. Rimane un mistero: come i suicidi abbiano avuto notizia del fallimento dell’impresa e come si siano procurate le armi per uccidersi. In Italia e in Francia lo scetticismo fu assai diffuso. Poi la polizia tedesca “scoprì” nelle celle di Stammheim bombe, radio a transistors e molte altre cose: la reputazione germanica doveva restare immacolata. Il resto non ha importanza (8).
La successiva uccisione del capo dell’associazione degli industriali tedeschi, Schleyer, lasciò anch’essa parecchi punti oscuri. C’è chi ritiene che egli sia stato sacrificato sull’altare dei superiori interessi della sua classe (9). Il leader assassinato fu glorificato alla televisione. Solo la stampa inglese ricordò che Schleyer era stato un fervente nazista ai tempi di Hitler, nell’Austria occupata e in Cecoslovacchia.
Non è questo il luogo di un esame dettagliato del periodo nazista e degli anni immediatamente precedenti la dittatura hitleriana, cioè del 1925-‘45. Esiste già, del resto, una monumentale letteratura in merito, anche in Germania, che dopo tutto ha avuto i suoi Mann e i suoi Brecht dopo i suoi Marx, Engels, Bebel, Liebknecht e Luxemburg e molti altri, come Goethe, Beethoven e Heinrich Heine, grandi conservatori e grandi rivoluzionari.
Si può tuttavia discutere se il nazismo sia stato una parentesi eccezionale o una fase nel segno della continuità. Ci fu indubbiamente una sorta di nazismo anche prima del nazionalsocialismo ufficiale, in Germania e nelle colonie, specialmente in quelle in cui la fusione di capitale e strutture statali fu intensa e possente e dove una base sociale bianca diede il suo appoggio a questa fusione.
La prima guerra mondiale, essendo stata combattuta per la ridivisione del mondo coloniale, terminò con la sconfitta della Germania e con il passaggio delle sue colonie nelle mani dei vincitori. Ma i coloni e i capitali tedeschi restarono dove si trovavano e si rafforzarono non solamente nelle ex colonie africane ma anche nelle ex semicolonie dell’Asia Minore e del Nord Africa, per esempio. Tra Guglielmo II e Hitler ci fu una continuita colonialista sotterranea. La Germania entrò nella Società delle nazioni, fondata a Ginevra nel dopoguerra, nel 1926. A quel tempo, la sua rivale Francia era molto preoccupata della ripresa germanica e dalle sue sistematiche violazioni delle clausole del trattato di Versailles (10). Mentre l’Inghilterra vittoriosa era legata agli Stati Uniti dai debiti contratti che strangolavano l’economia inglese, la Germania a poco a poco saldò i suoi. Con l’aiuto dei prestiti concessi dagli Usa, come nel piano Dawes-Young, il riarmo tedesco e la ripresa industriale tedesca furono accelerati, nonostante la Grande Crisi del 1929. Il patto di Locarno, che doveva garantire l’adempiamento del trattato di Versailles e la sicurezza della Francia, fu un malaccorto tentativo di riunire l’Europa, così come lo fu l’ammissione della Germania nella Società delle Nazioni (marzo 1926). La Germania cercò di usare l’articolo 8 sul disarmo per far sì che le sue rivali Francia e Inghilterra riducessero gli armamenti, mentre dal canto suo aumentava segretamente le forze militari. Nel dicembre del 1930, i tedeschi insistettero sulla “uguaglianza di diritti per tutte le nazioni, sia che durante la guerra fossero dalla parte dei vincitori sia che fossero dalla parte degli sconfitti” (11). Sotto la copertura del “disarmo” e servendosi dei prestiti americani e dei profitti derivanti dai suoi prestiti coloniali, la Germania fu così in grado di riarmarsi. La base industriale, la Saar, le fu assicurata sotto Hitler con mezzi pacifici: il referendum, in cui la popolazione votò per la Germania, dandole in tal modo il ferro e il carbone necessari per i preparativi bellici.
Si arriva così al marzo del 1935, quando Hitler può rimilitalizzare apertamente il Reno, sfidando i trattati di Versailles e di Locarno. Al tempo stesso il dittatore vuole un unico Reich per i “cento milioni di tedeschi disseminati nel mondo”. L’occupazione violenta dell’Austria, con la pretesa che era tedesca, e della Cecoslovacchia, col pretesto della presenza dei Sudeti tedeschi, furono compiute sfruttando le rivalità internazionali e la viltà degli altri paesi europei. Nella conferenza sul disarmo del 1933 Hitler si era offerto di “garantire la pace d’Europa per un quarto di secolo”, se gli fosse stato consentito di riarmarsi liberamente. Nel gennaio del 1934 aveva stipulato un trattato con la Polonia per assicurarsi il fianco orientale, ma aveva affermato di seguire una politica di Drang nach Osten per colonizzare la Russia. Sostenne i giapponesi nella loro invasione della Cina, e gli italiani che invasero l’Etiopia nel 1935. La Germania era ormai una grande sfida alla democrazia, una forza che da Berlino s’irradiava fino a Tangeri, a Madrid, contribuendo alla sconfitta dei repubblicani nella guerra civile spagnola. Diciotto anni dopo Versailles, la Germania si trovava di nuovo al centro della politica europea, grazie alle sue materie prime e alle complesse condizioni di dopoguerra.
L’Europa, tuttavia, non era una cosa separata, ma una parte del mondo. Ribadisco: la base della potenza europea era data dal sistema coloniale. Il fenomeno nazista non si manifesta in un punto solamente del sistema integrato madrepatria-colonie, esso è tutto un processo profondo e articolato. Per osmosi corrompe anche le democrazia, soprattutto le più deboli.
L’altro fattore “latente” fu quella che io considero la responsabilità di massa tedesca. So bene che su questo punto gli storici sono divisi, ma secondo me il fatto è semplice: la maggioranza dei tedeschi, anche il popolo lavoratore e non soltanto la borghesia, ma specialmente la piccola borghesia, votarono per Hitler, il quale andò al potere non grazie a un colpo di stato ma per mezzo di regolari elezioni. Socialdemocratici e comunisti votarono contro di lui, ma andarono alla battaglia separatamente e resero possibile la vittoria elettorale dei nazionalsocialisti, prima al parlamento poi al governo. Dopo la vittoria del gennaio 1935 i lavoratori si adattarono al nazismo senza opporre una resistenza particolarmente accanita. I loro partiti di massa, i loro sindacati non furono tanto sterminati dagli assassini delle SS, quanto resi inefficaci dalla loro compromissione nel sistema statale tedesco basato sullo sfruttamento coloniale.
A questo complesso fenomeno si possono dare nomi differenti. Io preferisco chiamarlo: corruzione operata dall’imperialismo. Essa investì una larga, se non allora dominante, componente ideologica: il nazionalismo tedesco. I grandi marxisti del nostro secolo, da Lenin a Trockij, avevano seguito con vivissima attenzione le vicende della Germania, perché sapevano che in quel paese si decidevano le sorti della rivoluzione in Europa. Ai tempi di Trockij si potevano ancora vedere quelle che egli chiamò “le forze effettive della rivoluzione tedesca. Il proletariato compone la schiacciante maggioranza della popolazione della Germania” (12). Purtroppo, come si è constatato più tardi, dopo l’epoca di Lenin e di Trockij, gli interessi materiali radicati nel sistema coloniale hanno avuto la possibilità di corrompere questa forza e di distorcene il potenziale rivoluzionario.



Semicolonialismo e nazismo

Il sistema del semicolonialismo era in se stesso un motivo di debolezza. I nazisti si sforzavano quindi di porvi rimedio con mezzi di vario tipo. Da una parte essi sostennero che la Germania aveva dei diritti sulle aree mondiali che per particolari motivi dovevano essere considerate future colonie germaniche. Dall’altra s’ingegnarono a sfruttare il mito ariano della superiorità razziale. Non c’è dubbio che, per quanto i lavoratori tedeschi abbiano sofferto di notevoli privazioni materiali e politiche in tempo di guerra e anche prima, essi non si organizzarono contro il nazismo, non solamente perché ciò era praticamente impossibile nel sistema totalitario nazista, ben più efficiente di quello italiano, ma anche perché non fu possibile trovare motivi di opposizione a livello di massa. Questa opposizione di massa esisteva tra i lavoratori e la borghesia in Olanda, Danimarca, Francia, Belgio, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia e successivamente in Grecia e in Italia. In Germania invece le masse appoggiavano o tolleravano il nazismo. Atti di eroismo antinazista compiuti da cittadini tedeschi ci furono, ma restarono isolati e non ebbero la solidarietà della popolazione, contrariamente a quanto accadde in Olanda per Anna Frank, per esempio, o a quanto fecero gli studenti seguaci di Niels Bohr, capo dell’Università di Copenhagen durante l’occupazione nazista e poi critico fermo dell’atteggiamento degli Alleati, atteggiamento che tendeva a far sì che russi e tedeschi si svenassero tra di loro sul fronte orientale.
Le cosiddette masse popolari non manifestarono solidarietà con gli antifranchisti spagnoli e il 7 marzo 1936 la militarizzazione della Renania avvenne col consenso popolare. Vienna socialista venne assalita nel febbraio del 1934 dalla reazione clerico-fascista appoggiata dalle masse contadine.
Il bacino danubiano era un’importante base industriale per la Germania. L’imperialismo non consisteva nell’annessione per mezzo delle armi o nella penetrazione economica di aree agricole, ma anche nella conquista di basi minerarie e industriali per l’espansione imperialista. Tali basi s’allargarono, indirettamente, quando la Germania stipulò un accordo segreto con Ciano, genero di Mussolini, il 20 ottobre 1936, e con Tokyo il 6 novembre dello stesso anno. L’Asse Berlino-Roma-Tokyo per la seconda guerra mondiale fu modellato tre anni prima dello scoppio delle ostilità. Il regime di Hitler vide anche in Spagna un’importante base indiretta per l’industria bellica, come avevano chiesto Herre, Sell, Rohde e il generale Wilhelm Faupel tra gli altri caporioni e pensatori nazisti. La Germania rifornì abbondantemente di armi i rivoltosi franchisti. Quando, il 17 luglio 1936, la sedizione fascista scoppiò in Spagna, Hitler poteva già contare su venticinque organizzazionei distinte, operanti in quel paese sotto la guida della sezione esteri del partito nazionalsocialista, diretta dal console di Cartagena, Carlos Henrique Fricke, capo della filocolonialista Fichtebund che chiedeva il ritorno alla Germania delle colonie tedesche di prima della guerra.
L’industria bellica italiana e quella germanica consegnarono, secondo il generale Faupel, armi per un miliardo e mezzo ai ribelli franchisti: 1500 aeroplani, 50.000 mitragliatrici e 2000 cannoni, oltre a un milione di fucili. Il primo ottobre 1937, Franco doveva a Hitler ancora 400 milioni di marchi tedeschi. All’operazione finanziaria presero parte un gruppo olandese e un gruppo di banche nordamericane che erano in rapporti d’affari con il finanziere Juan March. Il nazista tedesco Sell precisò chiaramente che l’interesse fondamentale della Germania non era costituito soltanto da un regime fascista in Spagna o da un governo filotedesco in Austria e Romania. Non si trattava di una faccenda esclusivamente “europea”. Come scrisse Sell nel numero 51 della “Libreria nazionalsocialista” (1937): “La rivale coloniale della Germania è la Gran Bretagna. È inutile fare proposte agli inglesi. Ogni volta che la Germania pone sul tappeto la questione coloniale è la Gran Bretagna che sbarra la strada. Le richieste coloniali tedesche sulla Grecia, il Portogallo e il Belgio sono di minore importanza se messe a confronto con quanto si deve richiedere alla Gran Bretagna” (13).
Sell si riferiva alle pretese tedesche sugli imperi belga, portoghese e britannico, in particolare per ciò che concerneva l’Africa. In merito alle colonie con stanziamenti “bianchi”, Sell disse: “Quelle nostre richieste che investono i Dominions del Sudafrica, della Nuova Zelanda e dell’Australia dovranno essere gestite in maniera differente. Ci si potrà servire di esse per volgere questi Dominions contro la madrepatria” (come i nazisti cercarono di fare servendosi degli “Ossewabrandwag” e delle “Camicie grigie” e di settori del Partito Nazionalista, attualmente al potere in Sudafrica, durante la seconda guerra mondiale).
Hitler nel suo “Mein Kampf” aveva chiarito che l’obiettivo finale della Germania era l’India stessa (14).
La Germania era interessata in modo particolare all’Asse con l’Italia e il Giappone perché considerava importante il quadro coloniale di queste due potenze. L’alto comando tedesco aveva compreso fin dalla metà degli anni Trenta l’importanza di usare l’Italia per eliminare l’Inghilterra dall’Egitto e dal Sudan e la Francia dal Ciad. La posizione germanica era ben espressa da queste parole: “Il valore della Libia consiste soprattutto nella possibilità di espansione ivi esistente in varie direzioni. Le più importanti strade carovaniere portano da una parte da Tripoli attraverso il Sahara verso Timbuctù, dall’altra verso il Sudan anglo-egiziano. (...) La Tunisia con Biserta diventa sempre più attraente per l’Italia: così vicina alla Sicilia tanto da costituirne una sorta di appendice, è sempre stata considerata dall’Italia come facente parte della sfera d’interessi italiani. Il più grande errore di Roma è stato quello di non averla occupata” (15).
Queste inequivocabili dichiarazioni prebelliche sulle intenzioni e sulla linea di condotta germaniche hanno appena bisogno di essere integrate dalle ambizioni della Germania e di estendere la propria influenza economica nell’America del Sud e nei paesi asiatici.
Con speciale riferimento alla Spagna, Hitler inviò nel Mediterraneo il generale Faupel perché riferisse sui vantaggi che la guerra civile poteva arrecare alla Germania. Il rapporto Faupel, datato 13 gennaio 1937, indicava la necessità di inviare in aiuto a Franco altri ottantamila soldati tedeschi a condizione che Franco garantisse, tra le altre cose, “lo sviluppo sistematico del Marocco Spagnolo per mezzo di compagnie tedesco-spagnole con preponderanza di capitale germanico” (16).
Era questo l’aspetto economico di un accordo il cui corollario politico diceva: “Volontari tedeschi qualificati riorganizzeranno l’amministrazione del Marocco Spagnolo” (17). In breve, uno dei fini dell guerra civile spagnola del 1936-’38 fu la trasformazione del Marocco Spagnolo in una colonia tedesca. I tedeschi s’installarono anche nelle Isole Canarie, a Ceuta e Melilla, e appuntarono i loro occhi sul ferro della zona di Bilbao, sul mercurio e la pirite di Akmaden e sulle miniere di rame del Marocco.
Dietro il lavoro di Faupel in Spagna stavano i giganteschi complessi della Krupp, della Siemens Thyssen, dell’AEG, della Deutsche Bank e del capitale finanziario monopolistico tedesco. È risaputo che questi organismi furono la base di classe industrial-finanziaria dello stato nazista. Gli uomini di Hitler servivano più o meno direttamente questi complessi che accettavano, magari turandosi il naso, la vicinanza di certa gente. Il capitale monopolistico tedesco aveva comunque il suo uomo di fiducia nel meccanismo del partito nazista. Quest’uomo era il dottor Schacht.
Schacht era alla testa di un team di esperti finanziari che si preoccupavano soprattutto di come espandere e approfondire la base coloniale estera del capitale finanziario tedesco da essi lealmente servito. Schacht compì numerose visite in Africa e nel Vicino Oriente, nel corso delle quali lui e i suoi collaboratori organizzarono una “reciproca cooperazione” con relativi accordi in Egitto, Turchia, Iran e nelle sfere d’influenza ex francesi nel Vicino Oriente.
Accordi paralleli furono stipulati col re di Romania dopo la caduta del governo Titulescu (novembre 1936), e il 24 gennaio 1937 lo jugoslavo Stoayadinovitch sostenuto dai tedeschi firmò un trattato con la Bulgaria. I tedeschi si servirono anche del granduca Cirillo e dell’ex re Ferdinando di Bulgaria, esule a Coburgo dopo la prima guerra mondiale.
Dove le cose non andarono come Hitler e il capitale monopolistico volevano fu in Polonia. Qui la Germania aveva cercato senza riuscirci di applicare la solita politica di subordinazione semicoloniale e semifeudale al capitale tedesco. I nazisti rimediarono all’insuccesso grazie a Stalin, col quale conclusero il tristemente noto patto Hitler-Stalin del 1939 (detto anche patto Molotov-Ribbentrop) che consentì ai nazisti di invadere la Polonia.
Gli accordi con le monarchie europee orientali e con i gruppi dirigenti borghesi e semifeudali del Medio Oriente e del Nord Africa conclusi da Schacht aprirono la strada alla ripresa germanica dalla Grande Crisi, a parte dall’industria bellica la quale provvedeva sì il “pieno impiego” ma non l’espansione economica in sé. Schacht divenne un modello, dopo la seconda guerra mondiale, per la ricostruzione della Germania sconfitta. Non era escluso il riarmo, a maggior gloria del “miracolo economico” e della sconfitta in trionfo dopo appena una generazione.
Da parte dei lavoratori tedeschi ci furono atti di rifiuto, nei momenti più duri del 1936 e 1937, a sostenere il Fronte del lavoro che aveva lanciato appelli per la unità tra tedeschi e franchisti. Molti raduni videro un calo di partecipazione da parte dei lavoratori che non se la sentivano di riempirsi la pancia con le chiacchiere dei politicanti nazisti. Sacerdoti cattolici e protestanti si opposero al nazismo; ricordiamo tra questi il pastore Niemöller, di Dahlem, e il centinaio di preti che nel 1938 furono come lui arrestati. Ma i comunisti e gli ebrei arrestati ricevevano sempre meno aiuti e solidarietà dalle masse popolari. Chi poté pagare, riuscì a fuggire all’estero (18).
L’atteggiamento dei rabbini si orientò verso una serie di accordi con le SS, mentre i non-ebrei fingevano di non vedere gli arresti, i pestaggi e le discriminazioni razziali per ciò che concerneva alloggi, scuole, librerie, ospedali e luoghi pubblici. Nei paesi occupati la Gestapo era onnipotente, ma la gente odiava gli occupanti e creava loro serie difficoltà. A livello di masse popolari non si ritrovano invece questo odio e questa resistenza in Germania, neppure tra la classe operaia. Ciò che rendeva la resistenza sempre più difficile fu l’esistenza stessa di operai che collaboravano col regime. Ma non bisogna dimenticare la forza stessa dello stato totalitario moderno, quel misto di attese e di paure che rendono infantili le masse. Paura della Gestapo di Himmler e attesa delle ricompense derivanti dall’appartenenza alla “Grande Germania”. Alla fine i tedeschi di tutte le classi rifiutarono di ammettere l’esistenza dei campi di concentramento, che erano sovente visibili senza difficoltà, e dei treni della morte, delle camere a gas, delle deportazioni. Neppure l’urlo del prigioniero veniva più udito. I nazisti erano riusciti, come gli stalinisti, a creare un popolo di amorfi, di ciechi e di sordi: di sudditi obbedienti. Anche i fenomeni della detsalinizzazione e della denazificazione hanno avuto in Russia e in Germania caratteri analoghi. Formalmente ripudiati, Hitler e Stalin hanno continuato per certi aspetti a costituire un modello per i gruppi dirigenti dei due paesi. La differenza sta nel fatto che a livello di masse popolari lo stalinismo è oggi, forse, più odiato in Unione Sovietica di quanto il nazismo sia odiato in Germania.




Motivi di un comportamento 

È mia convinzione che la base di questo comportamento tedesco razziale sia da ricercare nei precedenti coloniali. La persecuzione prebellica nella Germania nazista fu in effetti una versione attenuata del colonialismo germanico all’estero. Su scala più piccola, a causa della presenza ridotta di ebrei e comunisti militanti (mezzo milione di ebrei in Austria-Germania), che in Sudafrica. Ciò che dovettero patire gli ebrei in Germania prima della guerra fu una delizia rispetto all’apartheid nel Sudafrica creato da Boeri e inglesi e in Rhodesia e nell’Africa sudoccidentale creata dai tedeschi. Il regno del terrore scatenato contro gli ebrei e i russi, i polacchi e gli altri “non-ariani” divenne qualcosa di simile alle atrocità tedesche in Namibia, Tanganica, Camerun e Ruanda-Burundi solamente nelle fasi finali della seconda guerra mondiale. L’unica spiegazone possibile per la semi-assenza e il fallimento della resistenza popolare in Germania tra il 1933 e il 1939 non è da ricercare tanto nell’efficienza della Gestapo e delle SS, quanto nell’accettazione da parte di borghesi e proletari tedeschi della visione globale del nazismo, dell’arianesimo, del colonialistico Drang nach Osten e dei sogni imperialistici della nazione germanica.
Nel corso della guerra, i soldati tedeschi sul fronte russo si diedero da fare con gioia sulle terre strappate ai Soviet e assieme agli ucraini tedeschi e ai bielorussi che collaborarono in massa con gli occupanti, cominciarono a costruire un vero e proprio sistema coloniale nella Russia occidentale occupata. I capitalisti tedeschi con Krupp in testa cominciarono a capitalizzare le terre conquistate e le risorse naturali. Venne reintrodotta la proprietà privata, e l’invasione germanica si può considerare a ogni effetto una controrivoluzione, cui il soldato medio tedesco prese parte in modo colonialistico. (Ma questo d’altronde è il modo di partecipare dei soldati “irresponsabilizzati” dall’istituzione militare: neppure gli italiani fecero eccezione). Milioni di ebrei, di polacchi, di russi morirono. Milioni di tedeschi presero parte alla ridistribuzione delle ricchezze conquistate. Il popolo tedesco di ogni classe sostenne questa avventura coloniale, a dimostrazione, si potrebbe dire, di quanto sia fragile il concetto di “classe” e di quanto sia ancora forte quello di “nazione”.
I campi di concentramento del tempo di guerra moltiplicarono la capienza e il numero di quelli anteguerra. I sei più grandi Lager d’anteguerra, conosciuti come Moorlager furono affiancati da altri otto: in tutto potevano ospitare 180.000 persone. Il campo di Lachzenburg venne terminato nel luglio del 1937, doveva produrre proiettili e sfruttava il lavoro delle donne deportate, imprigionate anche nel campo di Lichtenberg. Non erano ancora campi della morte, ma campi di lavoro, collegati con l’industria bellica fin da questo periodo. L’ex premier francese Paul Reynaud scrisse il primo novembre 1937: “Una volta ancora ho visitato la Germania. Vi ho trovato una nazione forte di sessantasette milioni,  che con tutta l’anima mira a fare la Germania più potente di prima... Con la Renania è sicura di vincere la corsa al riarmo. Giorno e notte i lavoratori tedeschi mettono a punto la macchina di distruzione. Questo spettacolo potrebbe essere definito wagneriano tanto è impressionante” (19). Le stesse parole si potrebbero usare quaranta anni dopo, per quello che riguarda i fini e le alleanze sociali, anche se le forme politiche della Germania d’oggi sono molto differenti.
Gli imperi di Mussolini e di Hitler s’infransero contro la resistenza dei popoli aggrediti, dagli etiopi ai russi. Determinante fu l’apporto degli alleati, i quali si servirono della loro lotta contro il nazismo per impedire quanto era successo nell’Europa orientale. Mancando di un rilevante movimento di resistenza interno la Germania andò avanti la sua tragica fine, a differenza dell’Italia in cui i partigiani riuscirono a scindere le responsabilità del popolo italiano da quelle dei fascisti. L’esercito tedesco si batté fino alla morte. In Italia, in Spagna e in Portogallo alla morte dei tiranni, alla caduta delle dittature ci furono, sia pure in circostanze diverse, manifestazioni di giubilo. Niente di tutto ciò in Germania alla fine della guerra. La Germania, invece, conobbe la disfatta, l’umiliazione, la degradazione. Gli alleati occidentali vennero salutati come liberatori perché liberavano non dal nazismo ma dall’Armata rossa. Questo fu in effetti il ruolo oggettivo degli americani, degli inglesi e dei francesi. E se Churchill non fosse stato fermato da Truman, gli eserciti alleati avrebbero ripreso la loro avanzato contro i russi nel 1945-’46. La disfatta della Germania non generò la rivoluzione, come era successo nel 1918 e nel 1919 quando gli spartachisti avevano alzato la bandiera rossa. Nel ’45 non accadde nulla di nuovo.


Il neonazismo

Sono fermamente convinto che l’idea che il neonazismo sia una rinascita di piccoli gruppi di estrema destra non è che una mistificazione della realtà. Al momento il neonazismo è piccolo, ma può crescere o essere sostituito da altre formazioni che non l’Aktionsfront Nationaler Sozialisten guidata dall’ex ufficiale dell’esercito tedesco, il ventiduenne Michael Kunnen, e da altri leaders di squadre d’assalto. Il revival nazista è un culto crescente, ammesso dal ministero degli interni di Bonn nel 1977 quando vennero profanati i cimiteri ebraici di Francoforte e di altre località. I raduni nazisti al chiuso e all’aperto, tenuti passivamente d’occhio dalla polizia, l’adozione di una svastica modificata, le scritte naziste sui muri di Amburgo e di altre città e le dimostrazioni naziste anche all’interno dell’esercito germanico (20) sono state accompagnate dal lancio di bottiglie incendiarie contro gli uffici dei “comunisti” da membri in divisa della Npd e della Nsdap, teppisti che cantavano la canzone nazista di Horst-Wessel, nelle strade e nelle birrerie di Brema, Amburgo e Monaco. Il 10 settembre 1977 i nazisti della Nsdap si riunirono sotto la presidenza dei Gualeiter Priem e Rahl. Condannarono la banda Baader-Meinhof ma “ammirarono” i loro atti di terrorismo, come dichiararono gli oratori. Nello stesso mese, nostalgici tedeschi s’incontrarono col leader nazista americano Gary Gerhard Lauck, di Lincoln (Nebraska) e una “corte marziale” neonazista condannò a morte diciannove terroristi tedeschi. (All’inizio di febbraio del 1978 a Chicago fu autorizzata una marcia nazista con tanto di svastiche e uniformi con camicie brune). I nazisti con vecchi carri armati si sono riuniti, senza che la polizia intervenisse, nelle foreste bavaresi prima del Natale del 1977, per svolgere esercitazioni militari. Kunnen, il giovane leader nazista, invoca un Grosdeutsches Reich (una più grande Germania) che è il grido di battaglia del suo Aktionsfront Nationaler Sozialisten (Ans). Affermano che andranno al potere con le elezioni. Nonostante la polizia di Amburgo e la Spd abbiano messo al bando certe attività dell’Ans, questo continua a tenere riunioni e a svolgere militanza. I films di Hitler vengono proiettati dai gruppi della Nsdap ad Amburgo e Colonia.
Non manca l’aspetto cruento, gonfio di violenza, della presenza neonazista. Nel febbraio del 1976 a Berlino i nazi lanciarono bombe contro un ufficiale ebraico. Questi gruppi violenti hanno collegamenti con gli Stati Uniti, con l’Olanda, con la Svizzera e l’Italia. Interrogato dal “New York Times” sulle attività naziste, il questore di Hannover, Karl Hans Seim, ha dichiarato: “Non c’è niente da dire... i nazisti sono soltanto dei bambini”.
Le manifestazioni neonaziste sono comunque un aspetto abbastanza minore di quanto può esserci in comune tra la Germania d’oggi e la Germania nazista. La caratteristica comune più importante è da ricercare nella nazificazione potenziale delle masse popolari, non esclusi vasti settori di lavoratori, in periodi di profonda recessione e di aspra contrapposizione tra gli interessi Germania-Cee e quelli nordamericani e giapponesi, come pure delle divergenze in seno alla Cee. Alcune cose già affermate dai commentatori tedeschi sugli inglesi anti-Mec e anti-Nato, sui francesi e sugli eurocomunisti si avvicinano pericolosamente alla demagogia nazista. La rivalità interimperialista tra potenze mondiali sa sfruttare al momento debito anche il neonazismo. Ma, in tal caso, il grande capitale si cercherà dei gruppi in grado di comprendere che l’anticomunismo deve essere collegato col razzismo non anti-ebraico, ma rivolto contro i Gastarbeiter.
Esistono attualmente circa due milioni di Gastarbeiter, tutti non-tedeschi, stranieri e molti di essi non-ariani se si vuole usare una definizione razziale. In particolare, l’eurocomunismo potrebbe diventare un capro espiatorio del neonazismo, i lavoratori italiani, portoghesi e spagnoli potrebbero diventare i capri espiatori per il grande capitale tedesco. In tal caso il razzismo dimostrato dai lavoratori tedeschi negli scontri del dopoguerra con i lavoratori stranieri diventerà un grosso strumento politico nelle mani di chi conduce gli umori delle masse e ne orchestra al momento opportuno le reazioni più elementari. Ma è più probabile che l’obiettivo principale del nazismo tedesco sia l’attizzare l’odio contro i lavoratori turchi, nordafricani, arabi e asiatici. L’odio contro gli arabi è già molto sentito tra il popolino francese e anche tra i lavoratori italiani. I lavoratori turchi sono già stati nel 1973 oggetto di attacchi da parte di lavoratori tedeschi delle fabbriche automobilistiche di Colonia. Il 50 per cento dei bambini turchi immigrati non ha un posto a scuola, i piccoli crescono così senza educazioni. I pachistani immigrati illegalmente sono stati rimpatriati, e così altri “non bianchi”. La stessa legge sull’immigrazione è servita a far deportare un membro della Swapo nonostante le vigorose proteste di alcuni sacerdoti di grande fama. (La missione Vereinigten Evangelischen (Vem) protestò il 23 novembre 1977 contro la deportazione di una coppia Schivangulula priva di mezzi dalla Germania Occidentale). Quando la polizia olandese, nel 1977, caricò sui camion un gran numero di pachistani e altra gente di colore e li trasbordò oltre il confine tedesco, le autorità germaniche non seppero per alcune settimane trovare un tetto per accogliere questi poveracci. I residenti protestarono. In seguito una sistemazione si trovò, ma le autorità dichiararono che non si assumevano responsabilità. Dall’aeroporto di Berlino gli immigrati illegali pachistani e indiani sono non raramente rimandati a Karaci e a Bombay tra gli applausi del popolo e tra le proteste di minoranze meno ignoranti. Il pregiudizio contro le cosiddette razze non-bianche, lo stesso concetto di razza che secondo me è razzista, è assai diffuso a livello popolare, dove più facilmente persistono la diffidenza e l’ostilità verso i “diversi” di tutti i tipi. Secondo un’indagine pubblica condotta in alcuni paesi della CEE sui pregiudizi razziali nel 1975, i tre quarti della popolazione tedesco-occidentale avevano pregiudizi razziali contro i “neri”, gli “scuri”, i “gialli”; il 96 per cento era contro l’integrazione sociale tra bianchi e neri e contro i matrimoni misti. Nel Sudafrica, più o meno, si avrebbero le stesse risposte.
È quindi chiaro che in un ambiente mentalmente arretrato il nazismo, che di questo odio alla diversità si fa una bandiera truculenta, raccogliendo tutta la spazzatura dell’animo popolare, può prosperare. Bastano le circostanze favorevoli, una crisi di grande portata, e il pericolo può diventare di nuovo minaccioso. Sarà un nazismo diverso da quello di Hitler, assumerà forme “neocoloniali” a seconda dell’evoluzione economica del paese.
Quando Schleyer venne ucciso dalla Raf (gruppo Baader-Meinhof) in Inghilterra si disse che la vittima era stata in passata, durante la guerra, un nazista. In Germania, invece, di ciò si parlò poco. Ecco che cosa affermò Agostino Neto nel settembre del 1965 (Neto, oggi presidente dell’Angola, era allora esule in Europa): “L’offensiva del capitale tedesco in Portogallo e in Angola è stata guidata da Hermann J. Abs, direttore del più potente trust bancario della Repubblica Federale Tedesca, la Deutsche Bank A.G. (Abs era un consigliere di Hitler, Adenauer, Erhard), e da Berthold Beitz, rappresentante della Friedrich Krupp KG di Essen” (21).
Il Movimento per la Liberazione dell’Angola dimostrò quindi che il gruppo Krupp controllava il ferro angolano nel Lobito, a Kassinga, e le linee ferroviarie nella regione di Huambo; che i coloni tedeschi dominavano le piantagioni di canapa e le altre colture, e che Krupp, Deutsche Bank, Bermann, Zollner, Bermann-Opelana, Jenssen, Hoechst, Uhbe e altre grosse aziende tedesche traevano vasti benefici dalle colonie portoghesi e che quindi sostenevano la guerra dei portoghesi contro il popolo angolano. Certamente non mancano i consiglieri finanziari con un passato nazista, sarebbe da stupirsi del contrario; né mancano altri rapporti di parentela tra le due Germanie (grandi famiglie ecc.), sempre con lo sfondo coloniale a fare da quadro unificante.



(1) A. Lumbroso, “Carteggi imperiali e reali 1870-1918”, Milano 1931. Contiene tra
l’altro la corrispondenza tra Bismarck e Guglielmo I e Guglielmo II e tra le monarchie inglese, austriaca, italiana e germanica.
(2) D. Bossmann, “Wissensfriedhof Nationalsozialismus”, in “Erziehung und Wissenschaft”, novembre 1977, Francoforte sul Meno.
(3) “German Tribune”, 18 dicembre 1977, pag. 5, e “Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt”, 11 dicembre 1977.
(4) A. Lumbroso, cit. pag. 59: lettera di Guglielmo I al suo cancelliere Bismarck, per ringraziarlo dei servizi resi, particolarmente nel periodo 1864-1870, “quando il mio paese raggiunse, nel corso di sei anni, il grado di splendore in cui siamo oggi”.
(5) “Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt”, 11 dicembre 1977. Articolo di Werner A. Perger.
(6) F. Wördermann, “Terrorismus, Motive-Täter-Strategien”, Monaco 1977. L’autore era il direttore della WDR-West Deutsche Rundfunk, una delle più grandi reti televisive tedesche.
(7) Iring Fetscher, “Terrorismus una Reaktion”, Europäische Verlagsanstalt, Colonia 1977.
(8) “Süddeutsche Zeitung”, 6 dicembre 1977.
(9) Karl Otto Saur, “Süddeutsche Zeitung”, 7 dicembre 1977.
(10) Geneviève Tabouis, “Blackmail or War”, Londra 1938, pag. 18. Vi si legge tra l’altro: “Nelle lamentele tedesche si udì sempre più spesso dire che il trattato di Versailles aveva ridotto il Reich al punto che non poteva pagare i debiti né mantenere l’ordine all’interno con i suoi 100.000 soldati” (pag. 20).
(11) Ibid., pag. 27.
(12) Leone Trockij, “Lezioni dell’Ottobre”, 1924. La critica di Trockij al partito comunista stalinizzato e alla politica di Mosca in Germania si può trovare anche in “Dove va la Germania?”. Il lettore italiano potrà trovare questa linea di pensiero marxista rivoluzionario nelle seguenti opere di Trockij: “La Terza Internazionale dopo Lenin”, Samonà e Savelli, Roma 1969, e “Trotskij. Scritti 1929-1936”, Einaudi, Torino 1962.
Trockij criticò aspramente la teoria staliniana del socialfascismo, secondo la quale socialisti e fascisti sarebbero due facce della stessa moneta. Asserviti a questa teoria, i partiti comunisti europei all’inizio degli anni Trenta combatterono duramente la socialdemocrazia alleandosi anche ai nazisti, come in Germania. Trockij mise in luce in diversi scritti il carattere suicida, per la classe operaia, di tale tattica. Il creatore dell’Armata Rossa invitò anche all’unità dei due grandi partiti operai – socialista e comunista – per sbarrare la strada a Hitler. Quando ormai era troppo tardi, Stalin cambiò politica seguendo la tesi di Trockij, dopo averlo a lungo ingiuriato. Trockij intuì anche che dietro le farneticanti accuse ai trockisti di essere “agenti fascisti” stava maturando il piano di Stalin di allearsi a Hitler, come effettivamente avvenne nel 1939 col patto Molotov-Ribbentrop. Stalin ignorò l’avvertimento di Trockij e di altri comunisti, secondo cui Hitler prima o poi avrebbe invaso la Russia. Il dittatore moscovita continuò a fidarsi di Hitler e fece fucilare come “provocatori trockisti” quegli ufficiali dell’Armata Rossa che gli avevano segnalato l’ammassamento di truppe tedesche al confine. Questi errori di Stalin furono poi pagati dal popolo russo con 22 milioni di morti. L’Armata Rossa fu infatti presa alla sprovvista dalla fulminea avanzata di Hitler, il quale, forte del patto con Stalin, si era organizzato per puntare su Mosca. I nazisti giunsero infatti alla periferia della capitale dell’Unione Sovietica, e solo l’eroica resistenza dei soldati e dei partigiani russi seppe ricacciare i nazisti che l’idiozia del dittatore moscovita aveva lasciato avanzare indisturbati. Oltre a Trockij, anche l’agente sovietico Sorge a Tokyo segnalò a Stalin, inutilmente, il piano d’invasione nazista dell’estate 1941.
(13) G. Tabouis, op. cit., pag. 170.
(14) Adolf Hitler, “Mein Kampf”, Bompiani, Milano 1934.
(15) Margaret Boberi, “Das Weltgeschen am Mittelmeer”, Berlino 1936. Hummel e Siewert, “Der Mittelmeerraum”, con una prefazione del generale Haushofer, Berlino, 1936.
(16) Rapporto del generale Faupel, 13 gennaio 1937, punto 5.
(17) Rapporto Faupel, cit., punto 4. Hitler fece sue le raccomandazioni del rapporto e dichiarò a Franco che il ritiro della Germania dal suolo spagnolo dipendeva da un’eventuale cessione di “colonie” da parte della Spagna alla Germania.
(18) Schmalhausen scrisse uno studio psicologico sull’argomento, negli anni Quaranta negli Stati Uniti.
(19) Paul Reynaud, 1 novembre 1937, citato da G. Tabouis, pag. 219.
(20) Rivista “Stern”, Amburgo, numero 5, 1978, pagg. 42.48, con fotografie di nazisti del 1978 che recano una bandiera col motto di Rudolf Hess: “Non rimpiango nulla” (pag. 47), e della profanazione compiuta dai nazisti con segni di svastiche sul cimitero ebraico di Francoforte (pag. 45), di un raduno nazista dell’Aktionsfront Nationaler Sozialisten ad Amburgo, capeggiato da un ex tenente della Bundeswehr, Michael Kunnen (pagg. 42, 43). Questi raduni hanno luogo senza che la polizia intervenga a scioglierli come invece fa contro i raduni antinucleari. Le fotografie col motto di Hess mostrano un comizio nazi che si svolge addirittura sotto il naso della polizia.
(21) Il documento del Mpla, col testo approvato dal rappresentante del movimento di liberazione angolano Manuel Jorge, si ritiene sia stato scritto da Agostino Neto nel settembre 1965 a Berlino. Il testo riguardante Abs e Krupp si trova in “MPLA, Testi e documenti sulla rivoluzione angolana”, a cura di M. Albano, Jaca Book, Milano 1972, pagg. 280, 281.



Hosea Jaffe - "Germania. Il caso dell'euro-imperialismo", Mondadori, 1979
 

marți, 4 iunie 2013

Edward W. Said - Narrative, Geography and Interpretation (New Left Review I/180, March-April 1990)

Whenever a great intellectual and moral presence like Raymond Williams suddenly disappears from his habitual place among us it is natural at first to restore him by various ceremonies and activites of commemoration. [*] The sense of loss and bereavement that was felt immediately after Williams’s death in 1988 has been an instigation not only for public observances of grief and respect but also for our many private acts of recollection and retrospective admiration. I knew him mainly from his immensely grand but directly appealing oeuvre. Certainly the handful of times that I had met him came to mind with all sorts of poignant emphases as, along with many others, I reconstructed from our intermittent meetings the vital personality of his engaging and thoughtful human presence. He was someone many of us listened to—the sound patterns of his direct communication to audiences as speaker, conversationalist and lecturer are discernible in everything he wrote—and from whom all of us quite literally learned a great deal of what is important about modern Western culture.
In time, however, vivid recollections of the man we miss are evident as anchored in something deeper and more reliable than personal memory. For of all the great critics of the twentieth century Raymond Williams is, in my opinion, the most abiding, the most organically grounded in the profound and sustaining rhythms of human life. And as the actual date of his death slowly recedes one finds oneself taking stock of what in the solid foundations of social life his work depends on so finely, so scrupulously, so resolutely. Who more than he rooted his observations and analyses of English literature in the actual lived life not just of poets, novelists and dramatists but of city and country folk, workers, families, peasants, gentry, young people, adventurers, pamphleteers, teachers, children, technicians, policemen, and bureaucrats? And who more than Williams nourished his literary work with the generative and regenerative processes by which human life produces itself locally, nationally, regionally?

Text and Community

I would like to begin by elucidating the connection in Raymond Williams’s work between the literary text and the lived life of knowable social groups—a connection brilliantly refined and mapped in The Country and the City—and then go on to develop and otherwise to rediscover it in one major instance not discussed by Williams. Just as Williams, when he is read, enables us to move directly beyond what he called the ideological capture of the text and into the life of communities, so too does his work posthumously and over time enable us to perceive the generous perspectives on other literatures and societies afforded and made possible by his approach to English literature and society.
In his books Williams was powerfully focused on the British Isles, so much so that he appeared to be, as in his own description of Cobbett returning to England in 1801, ‘in close contact with the country and political system’ that so many other English men and women had only idealized. The Country and the City gets much of its force from its direct and unflinching look at the land itself, the struggles to possess it, to speak on its behalf, to build or colonize on it and in its name, to dispossess, ruin, maim and distort the lives of many, all in the cause of land. Property, as Williams demonstrates with extraordinary skill, authorizes schemes, establishes discourses, founds ideologies, many of them leading back to the earth, ‘England’s green and pleasant land’ for some, ‘the heart of an immense darkness’ for others. In Williams’s dialectical vision of it English culture was not a single stable object to be venerated and celebrated, but rather a remarkably varied set of structures deriving from the land, over and on which rights and ideas dispute each other, as also of course do classes and individuals. Thus the country-house poems of the 17th century are taken back by Williams to the dispossession of peasants and the programmatic manufacture of a scene from which only artificial serenity and grace have not been excluded.
The conception of Britain that underpins Williams’s work is in a quite radical sense a geographical one, geography understood here as the science of the earth, its physical, political, historical, social and ideological features contributing each in its own way to the culture of which Williams was so distinguished a critic and participant. And exactly because Williams was such a remarkable writer on that complex of nations to which he belonged we can now retrospectively begin to discern all around his Britain, those other nations of the world without which any true geography of the historical adventure of mankind would be incomplete. There is a paradox here that we should not mute. Because Williams’s Anglocentrism is so pronounced and stubborn a theme in his work, because of that we can distinguish and differentiate the other ethnocentrisms with which his work in geographical and historical terms interacts contrapuntally.
Consider the possibilities now offered to Anglophone studies, to take an example very near at hand. There are the colonial relationships, first of all, between the Britain of the seventeenth through twentieth centuries, and places like Ireland, Africa, India, the Caribbean, the Americas, Australia and New Zealand. The kind of interpretation offered by Williams allows for the emergence of various structures of feeling involving those places, structures fashioned from within Britain as the imperial, metropolitan centre. The themes of emigration and banishment in the colonies, the relationship between the novel’s narrative form as realized in Robinson Crusoe and the colonial expansion of Britain, the whole idea of imperial domination and with it the specific issues of subject races, racial types, indirect rule, national destiny as intrinsic to the late nineteenth and twentieth-century cultural archive of Britain: these major topics surely emerge from the reconsiderations of English literature begun by Williams and continued by many of his able students. Yet, secondly, there is also the vast and burgeoning literature of the former colonies, in which a sustained reaction and response to the metropolitan literature of the British centre plays a very important decolonizing role. Think of the importance of The Tempest to Caribbean writers, or of Kipling to Indian writers, of Conrad to Africans. What used to be the citadel of an English literature composed of great stonelike slabs, the master-pieces that constitute the canon or great tradition, has been transformed into sites of intersection, where class, racial and gender interests form not only the actual texts but the reading of texts in highly determinate ways, many of which we are only just beginning to understand.
In the late twentieth century, therefore, ‘English’ has become not just the linguistic possession of one people but a world language, distending beyond recognition the tidy and relatively discrete map of Britain on which such fields as English studies have always been based. For not only do we have to take account of the particular North American extensions of ‘English’ but we must also, as Williams so often did in both his early and late research, take account of the new media networks, the technological revolution in communications, and the remarkable multi-national economic and political schemes that have re-distributed the old imperial patterns in alarmingly familiar contemporary ensembles. Yet despite its scope and richness, the English map that secured the landscape from local to international horizons has always had other national competitors. France, Germany, Russia, Holland, Belgium during the nineteenth century, and today such intercontinental configurations as Islam, Japan, the Third World vie with each other to mobilize as well as organize numerous cultural practices that are often adversarial and defensive. If one adds to this mix the radical passions evoked by what I can only call the nativist predilection, in which Englishness and Frenchness jostle négritude, the Judeo–Christian tradition, and many of the fundamentalist essences more and more regularly invoked by disadvantaged, or disenfranchised groups at one end, and at the other end, by ruling elites badly in need of foreign devils for the conduct of national policy, we will get a startlingly dramatic sense of the insistent identities clamouring for notice everywhere we look.

Post-War World Culture

To pierce this welter in search of something comparable to and as certain as England’s geography is a task of considerable difficulty. But it is a task provoked by the example of Raymond Williams, whose unmatched explorations of England and its various conflicting cultures raise the question of how and where one might proceed in that way today if (a) one is not to be limited to England and (b) the genuinely internationalist dimensions of the changes in post-war world culture are taken seriously. Besides—if I may be allowed a personal confession—the power of Williams’s work is intrinsically at one with its rootedness and even its insularity, qualities that stimulate in the variously unhoused and rootless energies of people like myself—by origin un-English, un-European, un-Western—a combination of admiring regard and puzzled envy. What, we say to ourselves, is there in it for us, given that we can emulate neither his belongingness nor his native vision? How does Williams’s work in and about England help us to address some of the related aesthetic, political and cultural problematics that we can find in locales and texts far less English and European than Williams’s? And how, in their own way, do these other formations depend no less on a concrete geography than does, say, The Country and the City?
The attractive and relatively logical alternative is to cross the Channel and look at writing that engages Britain’s historical imperial rival, metropolitan France, whose postwar struggle over its North African colonies surely makes up one of the most compelling issues in French life and letters. In trying to formulate a combination of comparison and contrast with Williams’s work about contemporary England, one name and one oeuvre has seemed to me especially significant, that of Albert Camus and his several narratives set in, but only occasionally about, Algeria. Why Camus is important in the ugly colonial turbulence of France’s decolonizing travail is fairly obvious, but what makes him acutely interesting is his retrospective relationship with George Orwell, who was of course a figure given important and controversial attention by Williams. Like Orwell Camus became a well-known writer around issues highlighted in the thirties and forties: fascism, the Spanish Civil War, resistance to the fascist onslaught, issues of poverty and social injustice treated from within the discourse of socialism, the relationship between writers and politics, the role of the intellectual. Both were famous for the clarity and plainness of their style—we should recall Roland Barthes’s description of Camus’s style in Le Degré zéro de l’écriture (1951) as écriture blanche—as well as the unaffected clarity of their political formulations. Both also made the transformation from the debates of the thirties and forties to the period of the Cold War with less than happy results. Both, in short, are posthumously interesting because of narratives they wrote which now seem to be about a situation that on closer inspection seems really to be another and quite different one. Orwell’s fictional examinations of British socialism have taken on almost prophetic quality (if you like them, symptomatic if you don’t) in the domain of Cold War polemic; Camus’s narratives of resistance and existential confrontation, which had once seemed to typify standing up both to mortality and to Nazism during the Occupation, can be read as part of the bitter debate about colonialism.
There are more political and cultural connections between them that I would like to dwell on a moment longer. Despite Williams’s rather powerful critique of Orwell’s social vision, Orwell is regularly claimed by intellectuals on the Left and Right because of his political positions as well as his human virtue. Was he a neo-conservative in advance of his time as Norman Podhoretz claims, or was he, as Christopher Hitchens more persuasively argues, really a hero of the Left? Camus is today somewhat less available to Anglo-American concerns, but he has begun turning up as critic, political moralist, admirable novelist in recent discussions of terrorism and colonialism. The striking parallel between Camus and Orwell is that both men have attained the status of exemplary figures of their respective cultures, figures whose significance derives from but nevertheless seems to transcend the immediate force of their native context. The note is perfectly struck near the end of Conor Cruise O’Brien’s brilliant demystification of Camus, in a book that in many ways resembles (and belongs to the same series as) Raymond Williams’s Modern Masters study of Orwell. O’Brien says:
Probably no European writer of his time left so deep a mark on the imagination and, at the same time, on the moral and political consciousness of his own generation and of the next. He was intensely European because he belonged to the frontier of Europe and was aware of a threat. The threat also beckoned to him. He refused, but not without a struggle.
No other writer, not even Conrad, is more representative of the Western consciousness and conscience in relation to the non-Western world. The inner drama of his work is the development of this relation, under increasing pressure and in increasing anguish. [1]

‘Western Consciousness’

Having shrewdly and even mercilessly exposed the connections between Camus’s most famous novels and the colonial situation in Algeria, O’Brien lets him off the hook at the end: Camus as representative of ‘Western’ consciousness and conscience, along with Conrad. There is even a subtle act of transcendence in O’Brien’s notion of Camus as belonging ‘to the frontier of Europe’, whereas in fact anyone who knows anything about France, Algeria and Camus’s relationship with the North African colony—O’Brien is certainly one of the ones who know a lot—would not characterize the essence of the colonial tie as one between the European mainland and its frontier. Similarly Conrad and Camus are not merely representatives of so relatively weightless a thing as ‘Western consciousness’ but rather of Western dominance in the non-European world. Conrad makes the abstract point with unerring power in his essay ‘Geography and Some Explorers’. He celebrates British exploration of the Arctic in the first two-thirds of the essay and then concludes with an example of his own ‘militant geography’, the way, he says, by ‘putting my finger on a spot in the very middle of the then white heart of Africa, I declared that some day I would go there.’ [2] Later of course he does go there, and rehabilitates the gesture in Heart of Darkness. The point about the Western colonialism that O’Brien and Conrad are at such pains to describe is, first, that it is a penetration beyond the European frontier and into the heart of another geographical entity, and second, that it is specific not to an ahistorical ‘Western consciousness in relation to the non-Western world’—most African or Indian natives considered their burdens as having less to do with ‘Western consciousness’ than with concrete French, British or Belgian colonial practices like slavery, land expropriations, murderous military campaigns, etc.—but to a whole laboriously constructed relationship by which France and Britain identified themselves as ‘the West’ while subservient lesser peoples were relegated to the status of a largely undeveloped and inert ‘non-Western world’. [3]
The quite considerable elision and compression in O’Brien’s otherwise tough-minded analysis of Camus comes in fact as O’Brien deals with Camus as individual artist, anguished over the difficult choices he must face. Unlike Sartre and Jeanson, who were right but for whom, according to O’Brien, a correct choice of sides during the Algerian war was comparatively easy, Camus was born and brought up in Algeria; his family remained there after he began to live in France, and his involvement in the struggle with the fln seemed to him to be a matter of life and death. One can certainly agree with this much of O’Brien’s claim. What is less easy to accept is how Camus’s difficulties are collectively elevated by O’Brien to the symbolic rank of ‘Western consciousness’, that is, of a receptable emptied of all but its capacity for sentience and reflection.
O’Brien further rescues Camus from the embarrassing situation he had put him in earlier in the book by stressing the privileged quality of his individual experience. With this tactic we are also likely to have some sympathy. Whatever the unfortunate collective nature of French colon behaviour in Algeria, there is no reason at all to burden Camus with it, he a writer whose entirely French upbringing in Algeria (well described in the Herbert Lottman biography [4]) did not prevent him from producing a famous pre-war report on the miseries of the place, most of them due to French colonialism. [5] O’Brien, and indeed anyone who reads Camus’s fiction, is understandably susceptible to his quandaries, those of a moral man in an immoral situation. But Camus’s focus is not on the whole of Algeria but on the predicament of the individual in a social setting: this is as true of L’Etranger as it is of The Plague and The Fall. What Camus evidently prizes is self-recognition, that combination of disillusioned maturity and moral steadfastness in the face of a bad situation.

Questions of Method

Here, however, a set of serious methodological points needs to be raised. The first is to question and deconstruct Camus’s choice of geographical setting for L’Etranger (1942), The Plague (1947), and his extremely interesting group of short stories collected under the title Exile and the Kingdom (1957). Why was Algeria a setting for narratives whose main reference (in the case of the first two) has always been construed as being France generally, and more particularly, France under the Nazi Occupation? O’Brien goes further than most in noting that the choice is not an innocent one, that much in the tales (e.g. Meursault’s trial) is either a surreptitious or unconscious justification of French rule or an ideological attempt to prettify it. [6] But in trying with perfect justification to establish a continuity between Camus as an individual artist and French colonialism in Algeria, we need to ask whether or not Camus’s narratives themselves are connected to, and derive advantages from, earlier and more overtly imperial French narratives of Algeria. Only in widening the historical perspective from Camus as an attractively solitary writer in the 1940s and ’50s to the century-old French presence in Algeria would it be possible to understand not just the form and ideological meaning of Camus’s narratives, but also the degree to which his work further inflects, refers to, and in many ways consolidates and otherwise renders more precise the nature of the French enterprise there.
A second methodological point concerns the type of evidence necessary for this wider optic. There is also the related question of who does the interpreting. A European critic of historical bent is very likely to see Camus as representing a tragically immobilized French consciousness of the European crisis near one of its great watersheds; after all, independence came in 1962 and although Camus seemed to have regarded colon implantations as rescuable and extendable past 1960 (the year of his death), he was quite simply wrong on historical grounds, since the French did in fact cede possession of Algeria a mere two years later. Insofar as his work clearly alludes to contemporary Algeria, Camus’s general concern was the actual state of Franco–Algerian affairs, and not their history or dramatic changes in their long-term destiny. Yet to an Algerian, 1962 would more likely be seen as the end of one long and grossly unhappy epoch in Algerian history, and the triumphant beginning of an entirely new phase. A correlative way of interpreting Camus’s novels, therefore, would be to see them as interventions in the history of French efforts at being and staying in Algeria rather than as novels whose chief value is that they tell us something about their author’s state of mind. Moreover, Camus’s incorporations of and assumptions about Algerian history would have to be compared with revisionist histories of the period written by Algerians after independence. For it would be correct to regard Camus’s work as affiliated historically both with the French colonial venture itself (since everything he wrote assumes it as immutably given) and with outright opposition to Algerian independence. What an Algerian perspective might afford is a vision necessarily unblocking and releasing things either hidden or denied by Camus.
Lastly, there is a crucial methodological value in detail, patience, insistence with regard to Camus’s highly compressed texts written in French for a metropolitan audience. The tendency is too often for readers rapidly to associate Camus’s novels principally with French novels about France, not only because of their language and the forms they seem to take over from noble antecedents like Adolphe and Trois Contes, but because Camus’s choice of Algeria seems incidental to the pressing moral material at hand. Almost half a century after their appearance, his novels are thus readily transmuted into parables of the human condition. True, Meursault kills an Arab but this Arab is not named and seems to be without a history, let alone a mother and father; true, Arabs die of plague in Oran but they are not named either, whereas Rieux and Tarrou are pushed very far forward in the action. So, we are likely to say (as, for instance, readers of Ben Jonson’s poems are likely to say before reading The Country and the City) one ought to read the texts for the richness of what is there not for what, if anything, has been excluded. But I would insist, to the contrary and against the grain, that what is mainly in Camus’s novels is what they appear to have been cleared of—that is, the detail of that very distinctly French conquest begun in 1830 and continuing into the period of Camus’s life and into the composition of his texts themselves.

The Political Geography of Algeria

This restorative interpretation is not meant vindictively. Nor do I intend after the fact to blame Camus for hiding things about Algeria in his fiction that, for example, in the various pieces collected in the Chroniques algériennes he was at pains to explain laboriously. What I want to do is to let Camus’s fiction emerge as an element in the methodically constructed French political geography of Algeria that took many generations to complete, the better to see his work as providing for an arresting summary account of the political as well as interpretive contest to represent, inhabit and possess the territory itself.
I shall use as locus classicus an episode near the end of The Adulterous Woman when Janine, the protagonist, leaves her husband’s bedside during a sleepless night in a small hotel in the Algerian countryside. A formerly promising law student, he has become a travelling salesman; after a long and tiring bus journey the couple finally arrive at their destination where he makes the rounds of his various Arab clients. During the journey Janine has been impressed with the silent passivity and incomprehensibility of the native Algerians; their presence seems like a barely evident natural fact, taken scant notice of by her in her emotional trouble. When she leaves the hotel and her sleeping husband, Janine encounters the night watchman who speaks to her in Arabic, a language she appears not to understand. The climax of the story is a remarkable, almost pantheistic communion between Janine, the sky and the desert. Clearly, I think, Camus’s intention is to present the relationship between woman and geography in sexual terms, that is, as an alternative to her now nearly dead relationship with her husband; hence the adultery referred to in the story’s title. The relevant passage is worth quoting:
She was turning with them [the drifting stars in a sky, Camus says, that was ‘moving in a sort of slow gyration’], and the apparently stationary progress little by little identified her with the core of her being, where cold and desire were now vying with each other. Before her the stars were falling one by one and being snuffed out among the stones of the desert, and each time Janine opened a little more to the night. Breathing deeply, she forgot the cold, the dead weight of others, the craziness or stuffiness of life, the long anguish of living and dying [ le poids des êtres, la vie démente ou figée, la longue angoisse de vivre et de mourir]. After so many years of mad, aimless fleeing from fear, she had come to a stop at last. At the same time, she seemed to recover her roots and the sap again rose in her against the parapet as she strained toward the moving sky; she was merely waiting for her fluttering heart to calm down and establish silence within her. The last stars of the constellations dropped their clusters a little lower on unbearable gentleness, the water of night began to fill Janine, drowned the cold, rose gradually from the hidden core of her being, rising up even to her mouth full of moans [ l’eau de la nuit. . .monta peu à peu du centre obscur de son être et déborda en flots ininterrompus jusqu’à sa bouche pleine de gémissements]. The next moment, the whole sky stretched over her, fallen on her back on the cold earths. [7]
The effect intended is that of a moment out of time in which Janine escapes the sordid narrative of her present life and enters the kingdom of the collection’s title; or as Camus put it in a note he wanted to insert in subsequent editions of the collection, ‘to the kingdom [which] coincides with a free and unvarnished life that we have to rediscover in order to be finally reborn.’ [8] Thus her past and present drop away from her, as does the actuality of all other beings ( le poids des êtres, symptomatically mistranslated as ‘the dead weight of other people’ by Justin O’Brien). In this passage therefore Janine ‘comes to a stop at last’, motionless, fecund, ready for communion with this particular piece of sky and desert in which, echoing Camus’s explanatory note designed as a later elucidation of the six stories, the woman—pied noir and colon—discovers her roots. What her real identity is or may be is judged later in the passage when she achieves what is an unmistakably sexual climax: Camus speaks here of the ‘ centre obscur de son être’, which suggests both her own sense of obscurity and ignorance, and Camus’s as well. The point seems to be that her specific history as a Frenchwoman in Algeria does not matter, for she has achieved an immediate and direct access to that particular earth and sky.
With one exception—a garrulous and unaffecting parable of Parisian artistic life—each of the stories in Exile and the Kingdom deals with the exile of people with a specific non-European history (four tales are set in Algeria, one each in Paris and in Brazil) which is revealed to be deeply, even threateningly unpleasant, and with the precariousness of trying to achieve a moment of rest, idyllic detachment, poetic self-realization. only by analogy with what takes place in the Brazilian story, in which through sacrifice and commitment a European is received as a substitute for a dead native in the circle of intimacy by other natives, is there any suggestion that Camus allowed himself to believe that there could be a sustained and satisfactory identification of Europeans with the overseas territory itself, as in The Adulterous Woman. In The Renegade a missionary is captured by an outcast southern Algerian tribe, has his tongue torn out (an eerie parallel with Paul Bowles’s story A Distant Episode), and becomes a super-zealous partisan of the tribe, joining in an ambush of French forces. This is as if to say that going native can only be the result of mutilation, which in turn produces a diseased, ultimately unacceptable loss of identity.

The Gathering Crisis

A matter of months separates this late (1957) book of stories (the individual publication of each of the stories is interlaced with the appearance of The Fall in 1956) from the contents of the later pieces in Camus’s Chroniques algériennes published in 1958. Although some passages in Exile are a throwback to the earlier lyricism and controlled nostalgia of Noces, one of Camus’s few atmospheric works on life in Algeria, the stories are filled with anxiety about the gathering crisis. Here we should bear in mind—and I shall have more to say about this other history a little later—that the Algerian Revolution was officially announced and launched on 1 November 1954; the Sétif massacres had occurred in May 1945, and the years before that (when Camus was working on L’Etranger) were filled with events fuelled by Algerian nationalism in its long and bloody resistance to French colonization. Behind that was the invasion and incorporation of Algeria by France, which began in 1830 and was definitively resumed and consummated a decade later. So even though, according to all his biographers, Camus grew up in Algeria as a French youth, he was always surrounded by the signs of Franco–Algerian struggle most of which he seemed either to have evaded entirely or, in his last years, openly translated into the language, imagery and geographical apprehension of a singular French will contesting Algeria against its native Muslim inhabitants.
That these things are yet to be noted even by appreciatively severe critics of Camus like Conor Cruise O’Brien is therefore unsurprising, since to take account of them one would not only have to situate Camus in all (as opposed to a part of) his actual history but one would also have to rely on his true French antecedents, as well as the work of post-independence Algerian novelists, historians, sociologists, political scientists. For there remains today a readily decipherable (and stubbornly persisting) Eurocentric tradition of interpretatively blocking off what Camus blocked off about Algeria all of his life, and what both he and his fictional characters blocked off in the narratives. When in the last years of his life Camus publicly and even vehemently opposed the nationalist demands put forward for Algerian independence he did so in the same way he had represented Algeria from the beginning of his artistic career, although now his words (in Algérie 1958’ written, I gather, during the Battle of Algiers) resonate depressingly with the accents of official Anglo–French Suez rhetoric. His comments about ‘Colonel Nasser’, Arab and Muslim imperialism and the like are therefore familiar to us, but the one uncompromisingly severe political statement about Algeria he makes in the text suddenly appears as an unadorned political summary of his image of Algeria for which all his previous writing prepares us:
En ce qui concerne l’Algérie, l’independence nationale est une formule purement passionnelle. Il n’y a jamais eu encore de nation algérienne. Les Juifs, les Turcs, les Grecs, les Italiens, les Berbères, auraient autant de droit à reclamer la direction de cette nation virtuelle. Actuellement, les Arabes ne forment pas à eux seuls toute l’Algérie. L’importance et l’ancienneté du peuplement français, en particulier, suffisent à créer un problème qui ne peut se comparer à rien dans l’histoire. Les Français d’Algérie sont, eux aussi, et au sens fort du terme, des indigènes. Il faut ajouter qu’une Algérie purement arabe ne pourrait accéder à l’independence économique sans laquelle l’independence politique n’est qu’un leurre. Si insuffisant que soit l’effort français, il est d’une telle envergure qu’aucun pays, à l’heure actuelle, ne consentirait à le prendre en charge. [9]
This helps us to see clearly what Meursault, Janine, Rieux and Tarrou enact, especially at those privileged moments when Camus represents a native bond between French colons and the physical geography of Algeria. Despite the fact of an overwhelming Arab majority, he says that there can be no allowances made for an Algerian nation, which has never existed. Even if the presence of Berbers, Turks, Italians and Jews in Algeria is neither equivalent nor reducible to all the other non-Arab presences there, Camus’s point holds because ‘l’effort français’, to say nothing of ‘l’ancienneté du peuplement français’, outranks everything else about the place. The irony is that wherever in his novels or descriptive pieces Camus tells a story, the French presence is either rendered (the way Janine is) standing outside narrative as an essence subject neither to time nor to interpretation, or it is presented as the only history worthy of being narrated as history. Hence the blankness and absence of background in the Arab killed by Meursault; hence also the sense of devastation in Oran that is implicitly meant to depend not mainly on Arab deaths (which, demographically speaking, are the ones that really matter) but on French consciousness.
It would be accurate to say therefore that Camus’s narratives lay absolutely severe and ontologically prior claims to Algeria’s geography. For anyone who has even a cursory acquaintance with the extended French colonial venture there that ended in 1962, these claims have much the same preposterously anomalous quality as the declaration in March 1938 by French Minister Chautemps that Arabic was ‘a foreign language’ so far as Algeria was concerned. Such claims are not Camus’s alone, although he gave them a semi-transparent currency and helped to ensure that they have resonated up to the present. Camus inherits and uncritically accepts them as conventions shaped in the long tradition of colonial writing on Algeria, all of it forgotten today, or unacknowledged genealogically by readers and critics of Camus, most of whom find it easier to interpret his work as limited existentially to ‘the human condition’.

The Terrain of Domination

Just because only one side of a contest appears relevant, or because the full dynamic of colonial implantation and native resistance seems embarrassingly to detract from the humanism of a major European text, this is no reason to go along with the prevalent interpretative current. I would go so far as saying that because Camus’s most famous fiction incorporates, intransigently recapitulates and in many ways depends on a massive French discourse on Algeria, his work is more and not less interesting. For Camus’s clean style, the anguished moral dilemmas he lays bare, the harrowing personal fates of characters like Meursault and Rieux that he treats with such fineness and regulated irony—all these draw on and, when they are read unflinchingly against the background of French domination of Algeria, in fact revive that history with circumspect precision and a remarkable lack of remorse or compassion.
Once again the interrelationship between geography and the political contest pitting French colonialism against Algerian natives has to be reanimated exactly where, in the novels, Camus covers it with a super-structure celebrated by Sartre as providing ‘a climate of the absurd’. [10]
Both L’Etranger and The Plague are about the death of Arabs, deaths that highlight and silently inform what difficulties of conscience and reflection the French characters go through. Moreover the structure of civil society vividly presented by Camus—the municipality, the legal apparatus, hospitals, restaurants, clubs, French and Spanish entertainments, schools—is entirely French, although it too in the main administers the non-French resident population as well. So what the novels and short stories narrate is the result of a victory won over a pacified and, from the time of the initial conquest in 1830, a vastly reduced Muslim population whose rights over the land, Algeria’s geography, have been severely curtailed. Thus in confirming and consolidating French priority, Camus neither disputes nor in the slightest way dissents from the campaign over sovereignty waged by French colonialism against Algerian Muslims for over a hundred years.
At the centre of the contest stands the military struggle, whose first great protagonists are Marshall Theodore Bugeaud and the Emir Abdel Kader, the one a ferocious martinet whose thoroughgoing patriarchal severity toward the Algerian natives begins in 1836 as an effort at discipline and ends a decade or so later with a policy of genocide and massive territorial expropriation, the other a Sufi mystic and relentless guerrilla fighter, endlessly regrouping, reforming, rededicating his troops against a far stronger and more modern invading enemy. To read the documents of the time, whether found in a collection of Bugeaud’s letters, proclamations and dispatches compiled and published at about the same time as L’Etranger, or in a recent edition of Abdel Kader’s Sufi poetry edited and translated into French by Michel Chodkiewicz, [11] or in a remarkable portrait of the psychology of the conquest reconstructed from French diaries and letters of the 1830’s and 1840’s by Mostafa Lacheraf, senior member of the fln, and post-independence professor at the University of Algiers, [12] is to perceive the dynamic of what makes Camus’s diminishment of the Arab presence inevitable.
The core of French military policy as articulated by Bugeaud and his officers was the razzia, or punitive raid on Algerian villages, their homes, harvests, women and children. ‘The Arabs,’ said Bugeaud, ‘must be prevented from sowing, from harvesting, and from pasturing their flocks.’ [13] In his study, Lacheraf gives a sampling of the poetic exhilaration recorded time after time by French officers, their sense that here at last was an opportunity for guerre à outrance beyond all morality or need. General Changarnier, for instance, describes the pleasant distraction vouchsafed his troops in raiding peaceful villages; this type of activity is taught by the scriptures, he says, in which Joshua and other great leaders can be seen conducting ‘quite appalling razzias’. Ruin, total destruction, uncompromising brutality are condoned not only because legitimized by God but because, in words echoed and re-echoed from Bugeaud to Salan, ‘the Arabs only understand brute force.’ [14]
Lacheraf comments on the French military effort in the first couple of decades that it went well beyond its object—the suppression of Algerian resistance—and attained the absolute status of an ideal. [15] Its other side, as expressed with tireless zeal by Bugeaud himself, was the colonization of the country. The exasperation that seems ubiquitous in his letters toward the end of his stay in Algeria derived from the way in which European civilian emigrants were simply using up the resources of Algeria without restraint or reason; leave colonization to the military, he said, but to no avail. [16] Indeed one of the quiet themes running through French fiction, from Balzac to Psicharri and Loti, is the abuse of Algeria and the scandals deriving from shady financial schemes operated by unscrupulous individuals for whom the openness of the place permitted nearly every conceivable thing to be done if profit could be promised or expected. There are unforgettable portraits of this state of affairs in Daudet’s Tartarin de Tarascon and Maupassant’s Bel Ami. [17]

Destruction and Reconstitution

But the crucial matter is how the destruction wrought upon Algeria by the French was systematic on the one hand, and constitutive of a new French polity on the other. About this no contemporary witness between 1840 and 1870 was in any doubt. Some, like de Tocqueville whose criticisms of American policy towards Blacks and native Indians were very stern, saw the advance of European civilization as necessitating the greatest cruelties against the Muslim indigènes: therefore in his view total conquest became equivalent to French greatness. He considered Islam to be synonymous with ‘polygamy, the isolation of women, the absence of all political life, a tyrannical and omnipresent government which forces men to conceal themselves and to seek all their satisfactions in family life.’ [18] And because the natives were, in his view, nomadic, he believed ‘that all means of desolating these tribes ought to be used. I make an exception only in case of what is interdicted by international law and that of humanity.’ But, as Melvin Richter comments, Tocqueville said nothing ‘in 1846 when it was revealed that hundreds of Arabs had been smoked to death in the course of the razzias he had approved for their humane quality.’ [19] ‘Unfortunate necessities’, Tocqueville thought, but nowhere near as important as the ‘good government’ owed the ‘half-civilized’ Muslims by French government.
To today’s leading North African historian, Abdullah Laroui, French colonial policy intended nothing less than to destroy the Algerian state. Clearly Camus’s declaration that an Algerian nation never existed took the ravages of French policy as having wiped the slate clean. Nevertheless, as I have been saying, post-colonial events impose upon us both a longer narrative and a more inclusive and demystifying interpretation. Laroui says: ‘The history of Algeria from 1830 to 1870 is made up of pretences: the colons who allegedly wished to transform the Algerians into men like themselves, when in reality their only desire was to transform the soil of Algeria into French soil; the military, who supposedly respected the local traditions and way of life, whereas in reality their only interest was to govern with the least possible effort; the claim of Napoleon III that he was building an Arab kingdom, whereas his central ideas were the “Americanization” of the French economy and the French colonization of Algeria.’ [20]
When he arrives in Algeria in 1872 Daudet’s Tartarin sees few traces of what he calls ‘the Orient’, which had been promised him, and finds himself instead in what is an overseas copy of his native Tarrascon. For writers like Segalen and Gide, Algeria is the exotic locale in which their own spiritual problems—like Janine’s in The Adulterous Woman—can be addressed and therapeutically treated. Scant attention is paid to the natives whose purpose is quite routinely to provide transient thrills or opportunities, as in the case not only of Michel in The Immoralist but also of Malraux’s protagonist Perken in the Cambodian setting of The Royal Way, for exercises of will. Differences in French representations of Algeria, whether they are the crude harem postcards studied so memorably by Malek Alloula, [21] or the sophisticated anthropological constructions unearthed by Fanny Colonna and Claude Brahimi, [22] or the impressive narrative structures for which Camus’s works furnish so important an example, can all be traced back to the geographical morte-main of French colonial practice.
How deeply felt, how consistently replenished, how completely incorporated and institutionalized an enterprise in French discourse we can further discover in early 20th-century works of geographical and colonial thought. Albert Sarraut’s Grandeur et servitude coloniales states no less a goal for colonialism than the biological unity of mankind, ‘ la solidarité humaine’. Those races who are incapable of utilizing their resources (e.g. natives in the French overseas territories) are to be cultivated, helped, brought back to the human family; ‘here, for the colonizer, is the formal counterpart of the act of possession; it removes from the act its character of plunder and makes it a creation of human law.’ [23] In his classic work on colonial policy and land distribution, Georges Hardy ventures that the assimilation of colonies to France ‘caused inspiration to burst forth and not only led to the appearance of numerous colonial novels but also opened minds to the diversity of moral and mental forms, encouraging writers to adopt new modes of psychological exploration.’ [24] Hardy’s book was published in 1937; Rector of the Academy of Algiers, he was also honorary director of the Ecole Coloniale and, in the uncannily declarative phrases of his description, an immediate forerunner of Camus.

A Metropolitan Transfiguration

Interpreted as an integral element in this background, Camus’s novels and stories very precisely inflect a distilled version of the by now mostly invisible traditions, idioms, discursive strategies of Algeria’s appropriation by France. He gives to what in effect is a massive ‘structure of feeling’ its most exquisite articulation, its final evolution. But for this structure to be discernible Camus’s works must be considered as forming a metropolitan transfiguration of the colonial dilemma: they represent the colon writing for a French audience, yet the colon’s personal history is tied irrevocably to this southern department of France, Algeria; a history taking place anywhere else but in Algeria is unintelligible. Yet the ceremonies of bonding with the territory that are enacted by Meursault in Algiers, or Tarrou and Rieux enfolded within the walls of Oran, Janine during a Saharan vigil, ironically stimulate queries in the reader about the need for such affirmations. When the violence of the French past is thus inadvertently recalled, these ceremonies assume the role of a foreshortened, highly compressed commemoration of survival, that of a community with nowhere to go at that moment.
Meursault’s predicament is more radical than any of the others. For even if the falsely constituted law court (which, as Conor Cruise O’Brien rightly says, was a most unlikely place for a Frenchman to be tried after killing a poor Arab) is assumed to have a continuing existence, Meursault himself understands the utterly prescribed finality at which he has arrived despite the ritual of justice he has endured. At last he can experience relief and defiance together: ‘J’avais eu raison, j’avais encore raison, j’avais toujours raison. J’avais vécu de teile façon et j’aurais pu vivre de teile autre. J’avais fait ceci et je n’avais pas fait cela. Je n’avais pas fait cette autre. Et après? C’etait comme si j’avais attendu pendant tout le temps cette minute et cette petite aube où je serais justifié.’ [25]
There are no choices left here, no alternatives, no humane substitutes. The colon embodies both the contribution of his community’s real human effort and the obstacle of refusing to give up a political system constructed out of the many systematic injustices perpetrated on a native population. But the deeply conflicted strength of Meursault’s suicidal self-acknowledgement could only have emerged out of that specific history and in that specific community. At the end, however, he not only accepts what he is but he understands why his mother, confined to an old persons’ home, has decided to remarry: ‘elle avait joué à recommencer. . .Si près de la mort, maman devait s’y sentir libre et prête à tout revivre.’ [26] We have done what we have done here, and so let us do it again. A tragically unsentimental obduracy turns itself into a symbol of an unflinching human capacity for renewed generation and re-generation. And this of course is the way Camus’s readers have taken L’Etranger, imputing to it the universality of a liberated existential humanity facing cosmic indifference and human cruelty with impudent stoicism.
To re-situate L’Etranger in the actual geographical nexus from which its brief narrative trajectory emerges is to interpret it as a heightened form of historical experience. Like Orwell’s work and status as ‘Orwell’ in England, Camus’s plain style and unadorned reporting of social situations conceal the rivetingly complex contradictions out of which they are fashioned, contradictions unresolvable by his feelings of loyalty to French Algeria delivered as a parable of the human condition. This is what his social and literary reputation still depends on. Yet because there was always the more difficult and challenging alternative of first judging then refusing the mixture of territorial seizure and political sovereignty that blocked a compassionate, shared understanding of Algerian nationalism, Camus’s limitations seem unacceptably paralysing. Counterpoised with the decolonizing literature of the time, both French and Arab—Tillion, Kateb Yacine, Fanon, Genet for instance—Camus’s narratives assume a vital, albeit negative role. In them the tragic human seriousness of the colonial effort achieves its last great clarification before ruin overtakes it, with a waste and sadness we have still not completely understood or recovered from.



[*] This article is the text of the Raymond Williams Memorial Lecture, delivered in London on 10 October 1989.
[1] Conor Cruise O’Brien, Albert Camus, New York 1970, p. 103.
[2] Joseph Conrad, Last Essays, ed. Richard Curle, London 1926, pp. 10–17.
[3] The later O’Brien, with views noticeably like these and different from the gist of his book on Camus, has made no secret of his antipathy for the lesser peoples of the ‘Third World’. See his extended disagreement with Said in Salmagundi 70–71, Spring/Summer 1986.
[4] Herbert R. Lottman, Albert Camus: A Biography, New York 1979. Camus’s actual behaviour in Algeria during the colonial war is best chronicled in Yves Courière’s La Guerre d’Algérie II: Le temps des léopards, Paris 1969.
[5] ‘Misère de la Kabylie’ (1939), in Camus, Essais, Paris 1965.
[6] O’Brien, op. cit., pp. 22–28.
[7] Camus, Exile and the Kingdom, New York 1958, pp. 32–33.
[8] Camus, Essais, p. 2039.
[9] Camus, Essais, pp. 1012–13. Ed. trans.: ‘As far as Algeria is concerned, national independence is a formula driven by nothing other than passion. There has never yet been an Algerian nation. The Jews, Turks, Greeks, Italians or Berbers would be as entitled to claim the leadership of this potential nation. As things stand, the Arabsalone do not comprise the whole of Algeria. The size and length of the French settlement, in particular, are enough to create a problem that cannot be compared to anything else in history. The French of Algeria are also natives, in the strong sense of the word. Moreover, a purely Arab Algeria could not achieve that economic independence without which political independence is nothing but an illusion. However inadequate the French effort has been, it is of such proportions that no other country would today agree to take over the responsibility.’
[10] Jean-Paul Sartre, Literary Essays, p. 32.
[11] Emir Abdel Kader, Écrits spirituels, Paris 1982.
[12] Mostafa Lacheraf, L’Algérie: nation et société, Paris 1965.
[13] Quoted in Abdullah Laroui, The History of the Maghreb: An Interpretive Essay, Princeton 1977, p. 301.
[14] Lacheraf, p. 92.
[15] Ibid., p. 93.
[16] Bugeaud, Par l’Epée et par la charrue, Paris 1948. Bugeaud’s later career was equally distinguished: he commanded the troops who fired on the insurgent crowds on 23February 1848, and was repaid by Flaubert in L’Education sentimentale who had the unpopular marshal’s portrait pierced in the stomach during the storming of the Palais Royal on 24 February 1848.
[17] See Martine Astier Loutfi, Littérature et colonialisme: L’Expansion coloniale vue dans la littérature romanesque française 1871–1914, Paris 1971.
[18] Melvin Richter, ‘Tocqueville on Algeria’, Review of Politics 25, 1963, p. 377.
[19] Ibid., p. 380. For a fuller and more recent account of this material, see Marwan R. Buheiry, The Formation and Perception of the Modern Arab World, ed. Lawrence I. Conrad, Princeton 1989, especially Part I, ‘European Perceptions of the Orient’, which has four essays on 19th-century France and Algeria, one of which is on Tocqueville and Islam.
[20] Laroui, op. cit., p. 305.
[21] Malek Alloula, The Colonial Harem, Minneapolis 1986.
[22] Fanny Colonna and Claude Haim Brahimi, ‘Du bon usage de la science coloniale’, in Le mal de voir, Paris 1976.
[23] Albert Sarraut, Grandeur et servitude coloniales, Paris 1931, p. 113.
[24] Georges Hardy, La Politique coloniale et le partage de la terre aux xixe et xxe siècles, Paris 1937, p. 441.
[25] Camus, Théâtre, Récits, Nouvelles, Paris 1962, p. 1210. Ed. trans.: ‘I had been right, I was again right, I was still right. I had lived like this and could have lived like that. I had done this and had not done that. I had not done that other thing. And so? It was as if I had all along been waiting for this moment and this daybreak when I would be vindicated.’
[26] Ibid., p. 1211. ‘She had played at starting again. . .So close to death, mother had to feel free and ready to live everything again.’