joi, 24 ianuarie 2013

Classi e paesi sviluppati e sottosviluppati

Fino alla rivoluzione russa del 1917 la maggior parte dei marxisti della Prima e Seconda Internazionale erano convinti che il «proletariato avanzato europeo» avrebbe portato ad una «rivoluzione mondiale». Sebbene Marx appoggiasse la rivolta coloniale in India del 1857 e la grande insurrezione di Taiping in Cina nel 1851-64 e sebbene sia lui che Engels capissero l'importanza delle lotte in Irlanda e non si aspettassero nessuna azione rivoluzionaria a breve termine da parte del «proletariato borghese» (1) inglese, tuttavia l'idea di un «proletariato avanzato europeo» continuò a predominare sia la Terza Internazionale durante e dopo Stalin che la Quarta Internazionale, in particolare dopo l'assassinio di Trotzkij nel 1940.
Se si ammette l'esistenza di un proletariato avanzato, allora è logico sostenere anche l'esistenza di un proletariato arretrato. Nella natura del pensiero colonial-capitalista, questo proletariato arretrato esisteva non nei paesi colonialisti ma in quelli coloniali ed era pertanto inevitabile che questo concetto avrebbe finito coll'affliggere non solo le lotte della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti ma anche i movimenti di liberazione coloniale in America, Africa e Asia. Il concetto di «proletariato avanzato» inevitabilmente portò al fallimento le teorie di liberazione coloniale.
Parallelo al concetto di proletariato avanzato e al suo corollario, il proletariato arretrato, vi era il concetto di nazioni o paesi avanzati e arretrati. L'enfasi in questo pensiero si pone sul dualismo avanzato-arretrato, che altro non è se non la modernizzazione del vecchio dualismo nazioni civilizzate-nazioni non civilizzate. Nella realtà storica entrambi questi binomi oscurano e mistificano un altro binomio, ovvero quello della natura distruttiva e decivilizzante del colonialismo capitalista. Il rapporto distruttivo e ineguale tra paesi «avanzati» e paesi «arretrati» venne messo in evidenza già nel 1846, quando il «giovane Marx» scrisse in un capitolo della sua "Ideologia germanica", pubblicato solo nel 1933 (in russo) che
«man mano che l'originario isolamento delle singole nazioni viene distrutto dallo svilupparsi del modo di produzione e dal commercio, e con essi dalla naturale divisione del lavoro fra le diverse nazioni, la storia diventa sempre più storia universale, cosicché, per esempio, se in Inghilterra viene inventata una macchina che mette alla fame innumerevoli lavoratori in India e in Cina e rovescia l'intera forma d'esistenza di quei regni; questa invenzione diventa un dato di fatto d'importanza storica universale» (2).
La seconda irruzione di Marx nel dibattito sull'ideologia eurocentrica fu con un articolo apparso sul «New York Daily Tribune» nel 1853, dove si legge:
«possiamo augurarci senza timore che la rivoluzione cinese» (la rivolta di Taiping) «sarà la scintilla che farà scoppiare la mina sovraccarica dell'attuale sistema mondiale, provocando l'esplosione di una crisi generale da tempo preparata che, dilagando all'estero, sarà seguita dappresso da rivoluzioni politiche sul continente» (3).
Questa posizione è ben lontana dalle tesi «marxiste» eurocentriche post-marxiste. Queste tesi avevano tre componenti.
1. Le «nazioni avanzate» avrebbero spianato la strada alle «nazioni arretrate», concetto che Marx rovesciò, come dimostra il passaggio sopra citato.
2. Era necessaria una transizione capitalista dal feudalesimo al socialismo. Questo concetto, nei giorni nostri, ha assunto il nome di «teoria dei due stadi» («prima il capitalismo, poi il socialismo») che stava alla base dell'appoggio dato dal Partito Comunista del Sudafrica al «New South Africa» e alla teoria «terzo mondista» di «transizione» in Asia e in Africa. Il concetto «bifasico» fu confutato da Marx nel suo carteggio con i giovani marxisti russi. Marx scrisse una lettera a Vera Ivanovna Zasulic (1849-1919) in cui spiegava le ragioni di una possibile transizione dal feudalesimo al socialismo, senza passare per il capitalismo, grazie alle diffuse forme collettive del «doshcina» e del «mir»,
«se la rivoluzione russa servirà da segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l'odierna proprietà comune russa potrà servire da punto di partenza per una evoluzione comunista» (4).
3. Il proletariato europeo era l'avanguardia del proletariato mondiale. Questo concetto si sviluppò accanto alla crescita di ciò che Marx ed Engels nel loro carteggio del 1858 (5) chiamavano «proletariato borghese». Questo concetto marxista apparentemente contraddittorio, ripreso da Lenin nel suo classico "L'imperialismo, fase estrema del capitalismo", negava la concezione eurocentrica di un «proletariato avanzato». Questo concetto di una classe formata da due classi aveva un senso unicamente nel contesto del colonialismo, che attuò un imborghesimento degli strati più alti del proletariato.
Queste tre proposizioni erano le derivazioni intellettuali di un'unica vera problematica: la sequenza feudalesimo - capitalismo - socialismo è una sequenza immutabile di modi di produzione? Marx diede una risposta in termini più generali nel suo "Per la critica all'economia politica" e nei "Lineamenti": questa sequenza non esisteva in Asia e le ultime opere di Braudel, Wallerstein, Amin e Jaffe (6) hanno dimostrato che questa successione non era affatto un fenomeno universale bensì proprio di una parte dell'Europa. La risposta politica di Marx all'inevitabilità o meno della triplice sequenza di modi di produzione feudalesimo - capitalismo - socialismo fu il concetto di «rivoluzione permanente».
Marx usò per la prima volta il termine «rivoluzione permanente» nel 1850, per definire il processo grazie al quale un proletariato politicamente indipendente avrebbe realizzato gli obiettivi sociali generali che la borghesia non poteva o non voleva realizzare (7). In una introduzione al suo "Lavoro salariato e capitale" del 1847 Marx scriveva:
«Ogni sollevamento rivoluzionario, anche se i suoi scopi appaiono ancora molto lontani dalla lotta di classe, è destinato a fallire fino a che la classe operaia rivoluzionaria non abbia vinto, e ogni riforma sociale resta un'utopia fino a che la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione feudale non si sono misurate con le armi in una "guerra mondiale"» (8).
Questa versione del concetto di rivoluzione permanente acquista un significato attinente alle problematiche della liberazione per i lavoratori e i contadini che faticano nelle colonie e nelle semicolonie allorché si sostituisce il termine «feudale» con «coloniale». Nei 1904-6 due socialdemocratici, il marxista Lev Bronstein (che più tardi adottò lo pseudonimo di Trotzkij) e il «socialista cosmopolita» Alexander Helphand (che assunse il nome di «Parvus») furono i primi ad applicare la teoria marxista della rivoluzione permanente a un importante caso pratico, la Russia zarista, dove due realtà, quella feudale e quella coloniale, coesistevano all'interno di un unico paese che, oltretutto, coincideva con il proprio impero (9).
Sebbene Samir Amin e i seguaci fedeli della sua proposta di «sconnessione» non abbiano tenuto nella dovuta considerazione la concezione di Trotzkij e Parvus, comprenderne i contenuti è tuttavia essenziale per la teoria della liberazione. Trotzkij riscrisse la propria teoria, concepita nel 1905, dopo la morte di Lenin e dopo che Stalin aveva assunto il potere praticamente assoluto. Iniziò la sua famosa opera "La rivoluzione tradita" nel 1936, tracciando un abbozzo della sua teoria della rivoluzione permanente:
«La scarsa consistenza della borghesia russa fece sì che gli obiettivi democratici della Russia ritardataria, come la liquidazione della monarchia e di una servitù dei contadini che era a metà servitù della gleba, poterono essere raggiunti solo con la dittatura del proletariato. Ma, conquistato il potere alla testa delle masse contadine, il proletariato non poté limitarsi a realizzazioni democratiche. La rivoluzione borghese si confuse immediatamente con la prima fase della rivoluzione socialista. Ciò non avvenne per ragioni fortuite. La storia degli ultimi decenni testimonia con forza particolare che, nelle condizioni di decadenza del capitalismo, i paesi arretrati non possono raggiungere il livello delle vecchie metropoli del capitale. I civilizzatori, costretti in una impasse, sbarrano la strada a coloro che si civilizzano. La Russia si pose sulla via della rivoluzione proletaria non perché la sua economia fosse la più matura per la trasformazione socialista, ma perché questa economia non poteva più svilupparsi su basi capitalistiche. La socializzazione dei mezzi di produzione era divenuta la condizione necessaria anzitutto per emancipare il paese dalla barbarie...
L'abbattimento delle vecchie classi dominanti, lungi dal risolvere il problema, non fece che rivelarlo: elevarsi dalla barbarie alla cultura... L'estremo rallentamento della rivoluzione internazionale, sulla quale contavano a breve scadenza i capi del partito bolscevico, pur creando all'URSS enormi difficoltà, fece risaltare le sue risorse interne e le sue eccezionali possibilità...Se anche l'URSS dovesse soccombere sotto i colpi sferrati dall'esterno e per gli errori dei suoi dirigenti - il che, lo speriamo fermamente, ci sarà risparmiato - resterebbe, come garanzia dell'avvenire, questo fatto indistruttibile, che solo la rivoluzione proletaria ha permesso a un paese arretrato di ottenere in meno di vent'anni risultati senza precedenti nella storia» (10).
Trotzkij non confinò alla sola Russia la sua teoria secondo cui in certi «paesi arretrati» solo una rivoluzione proletaria avrebbe realizzato gli obiettivi «democratici borghesi». Negli anni Venti e Trenta, egli applicò la sua teoria anche alla Cina, dove riteneva che il Partito Comunista degli operai e dei contadini si sarebbe impegnato nella lotta per le riforme agrarie e la liberazione nazionale. Si oppose all'idea stalinista, secondo cui il Kuomintang nazional-borghese, guidato da Chang Kai-scek, avrebbe potuto realizzare questa duplice rivoluzione. Nella sua forma originaria, la «rivoluzione democratica borghese» comprendeva una lotta antifeudale guidata dal proletariato. Questa era esattamente la formula impiegata da Marx nella sua straordinaria e, per il suo tempo, inconsueta concezione di una lotta tra «rivoluzione proletaria e controrivoluzione feudale». Nella sua forma evoluta, che corrispondeva alla totale sostituzione di forme feudali di sfruttamento con forme imperialiste di supersfruttamento, gli «obiettivi democratici» andarono via via identificandosi con il rovesciamento della dominazione straniera ovvero dell'imperialismo. In altre parole, per i «paesi arretrati» la sua rivoluzione permanente antifeudale finì con l'assumere i connotati di una rivoluzione permanente antimperialista. Questo resta il contributo più importante della prima parte della teoria di Trotzkij della rivoluzione permanente alla teoria e alla prassi della liberazione coloniale.
L'accenno di Trotzkij alla «straordinaria lentezza del processo della rivoluzione internazionale», si riferisce alla seconda parte della sua teoria della rivoluzione permanente, cioè «alla rivoluzione internazionale», una catena globale di rivoluzioni proletarie destinate passo dopo passo, a coinvolgere il mondo intero. Fu proprio questo persistente connotato internazionalista della rivoluzione permanente che superò e arricchì il primitivo carattere nazionale limitato ai «paesi arretrati», e in questo risiede lo straordinario vigore di questa teoria. Tuttavia, Trotzkij rivela forse una debolezza, quantomeno nell'ultima parte della sua teoria, quando si sofferma sul fallimento delle aspettative del partito bolscevico: «...la rivoluzione internazionale, sul cui pronto aiuto i leader del partito bolscevico avevano fatto affidamento»?
O 1) la teoria della «rivoluzione internazionale» presentava delle lacune, o 2) vi era una lacuna nell'idea che la «rivoluzione internazionale» avrebbe fornito il «pronto aiuto» (sul quale) «i leader del partito bolscevico avevano fatto affidamento» oppure 3) vi era una lacuna nella concezione bolscevica in merito al contenuto sociale della «rivoluzione permanente». Supponiamo, almeno per il momento e sempre che non si debba riesaminarle entrambe, che le due prime condizioni siano giuste. In questo caso è necessario esaminare più da vicino la condizione 3), in particolare le aspettative del partito bolscevico. Questo problema si fa assai più complesso se si considera che il partito bolscevico era il partito più rivoluzionario dell'intera storia delle lotte di classe.
Se il «partito bolscevico aveva fatto affidamento», a torto, su un aiuto rivoluzionario esterno, è lecito ritenere che ci fosse qualche lacuna nella loro teoria della natura della rivoluzione proletaria? Non vi è ragione di mettere in discussione il concetto di «rivoluzione proletaria» di gran parte dei leader bolscevichi. Essi seguivano la concezione marxista di rivoluzione proletaria, che mirava ad instaurare una società priva di classi, espropriando le classi capitaliste e feudali e a «smantellare lo stato» di queste classi, come si legge nelle opere politiche classiche di Marx sulle rivoluzioni del 1848 e sulla Comune di Parigi o nell'opera di Lenin "Stato e rivoluzione". Essi fecero comunque il possibile per realizzare entrambi gli obiettivi marxisti, sociali e politici, che una rivoluzione proletaria si prefigge.
Pertanto, se si esclude questo fallimento, probabilmente non ci resta che ritenere che esista un possibile errore - e, per loro, un errore pressoché fatale - nella loro convinzione che il proletariato potesse fornire un «pronto aiuto». A questo punto sorgono due interrogativi: (a) cosa si intende per «paese arretrato» e per «paese avanzato» e (b) si può parlare di classi avanzate e classi arretrate? Per trovare una risposta a questi quesiti non occorre cercare lontano, è sufficiente leggere gli scritti di Marx e Engels relativi a ciò che essi definirono «proletariato borghese» e agli approfondimenti di Lenin durante la prima guerra mondiale.
- «Paesi avanzati» ovvero nazioni imperialiste.
Un «paese avanzato» all'interno dell'ordine mondiale capitalista non è solo un paese dotato di tecnologie avanzate, di un alto standard di vita materiale, di una alto livello di alfabetizzazione e una lunga aspettativa di vita. Gran parte di questi parametri si applicano anche a paesi non capitalisti come Cuba, l'ex Unione Sovietica, la Corea del Nord eccetera In pratica, un «paese avanzato» è un paese imperialista, come possono essere gli Stati Uniti, i paesi dell'Unione Europea, Israele, i domini «bianchi» e, con qualche riserva, anche il Sudafrica. Marx caratterizzava i «paesi avanzati» non solo in base alle loro tecnologie ma anche sulla base delle loro politiche coloniali e delle amorali guerre che ne derivavano e che significavano la distruzione delle società collettive e il supersfruttamento dei lavoratori e dei contadini nelle colonie (a questo proposito si ricordino, ad esempio, gli articoli di Marx scritti intorno al 1850 sulla guerra dell'oppio in Cina e sul dominio inglese in India) (11).
Appare evidente che, per Marx, «avanzato» non era sinonimo di «progressista» e il divario tra i due termini da allora si è fatto più profondo. Storicamente, durante l'imperialismo, i «paesi avanzati» hanno assunto connotati reazionari, come testimoniano le guerre coloniali e inter-imperialiste da essi condotte. La teoria della rivoluzione permanente teneva conto di questo aspetto, poiché non si aspettava che le rivoluzioni socialiste sarebbero scaturite da questi paesi ma, al contrario, dal gruppo dei «paesi arretrati».
Un «paese arretrato» è un paese in cui il modo di produzione predominante è feudale (l'Europa preborghese), dispotico o collettivo (America precolombiana, Asia, zone dell'Africa) - denominate da Amin, per la maggior parte, «società tributarie» - oppure coloniale o semicoloniale. Nella storia postcolombiana i parametri di riferimento non sono più solo le tecnologie, lo standard di vita e la «cultura» ma anche, e soprattutto, l'oppressione esercitata sulla nazione da parte di un «paese avanzato». In altre parole, il concetto di «paese arretrato» non si definisce «in sé e per sé» ma in relazione al concetto di «paese avanzato».
Ciò che chiamiamo «imperialismo» è questa conciliazione di opposti, è un concetto dialettico. Da questa affermazione, se vera, segue che la dissoluzione dell'imperialismo deve necessariamente essere un processo dialettico. Se la teoria e la pratica della liberazione sono antimperialiste, allora devono anch'esse essere dialettiche e non possono essere sottomesse all'empirismo inglese, né al pragmatismo americano e neppure alla «ragione» francese, che trattano le problematiche di cui si occupano, ad esempio il colonialismo e il suo opposto, la liberazione coloniale, sradicandole dal contesto in cui si sono formate, ovvero il colonialismo capitalista globale.
La necessità di un approccio dialettico diviene ancora più evidente alla luce del seguente interrogativo: esiste una relazione tra il dualismo «paesi arretrati e paesi avanzati» e il dualismo «classi arretrate e classi avanzate»?
- Classi avanzate e classi arretrate.
Engels riporta il pensiero di Marx su questo argomento nella sua «Prefazione» all'edizione polacca del 1892 del "Manifesto del Partito Comunista":
«La nobiltà non ha saputo né conservare né riconquistare l'indipendenza polacca; alla borghesia essa è oggi, a dir poco, indifferente. [...] Essa potrà essere conquistata solo dal giovane proletariato polacco...» (12).
Qui Engels implicitamente mette in relazione il concetto di classe con quello di nazione. Nella Polonia arretrata, non solo la nobiltà feudale era arretrata, ma anche la classe capitalista. La nazione stessa era arretrata e con essa la sua classe dirigente. Due anni prima della sua morte, all'alba dell'imperialismo, Engels constatava che la sola classe avanzata nel paese era il «giovane proletariato». La Polonia era allora una colonia della Russia. Questa analisi può quindi essere valida anche per altri paesi coloniali e semicoloniali, come l'India e la Cina presocialista.
In queste colonie o semicolonie, la borghesia nazionale è strettamente legata e subordinata alla classe imperialista capitalista straniera (nonché ai coloni «bianchi» e alle loro multinazionali, come nel caso del Sudafrica), come accade in ogni sottospecie di burocrazia sottoborghese o regime militare in Africa, in Asia, nell'America Centrale o del Sud. Questa natura "compradora" della borghesia nazionale semicoloniale (o della sua sottospecie) sta alla base dell'arretratezza di questa classe in rapporto alla teoria e alla pratica antimperialista. Questa classe è geneticamente incapace di difendere la nazione semicoloniale dagli attacchi imperialisti e di liberarla dalle pastoie dell'imperialismo e, a questo proposito, basti ricordare il caso del Kuomintang di Chang Kai-scek quando la Cina fu invasa dal Giappone.
L'esempio della Polonia dimostra quanto poco rilevanti siano i parametri della «cultura» e dello «standard di vita» quando si tratta di stabilire se una classe è avanzata o meno. E' chiaro che la nobiltà e la borghesia polacca avevano una «cultura» e uno standard di vita di gran lunga superiori a quello dei contadini e degli operai polacchi, poveri e analfabeti. Tuttavia, entrambe queste classi socialmente «avanzate» erano storicamente arretrate e reazionarie mentre il proletariato socialmente «arretrato» era storicamente avanzato e progressista. Lo stesso, mutatis mutandis, è vero per i paesi coloniali e semicoloniali. Questa obsolescenza storica della borghesia nazionale, delle burocrazie e delle dittature militari pone dei limiti dolorosi alle alleanze, strategicamente necessarie, contro il comune nemico imperialista (ad esempio la lotta della Cina contro il Giappone prima e durante la seconda guerra mondiale, o la difesa messa in atto da Saddam Hussein in Iraq contro le bombe della NATO e dell'ONU durante la guerra del Golfo negli anni Novanta, o la lotta per l'indipendenza dal "Raj" inglese guidata da Gandhi e Nehru, o l'alleanza tra i sostenitori di Fanon e Ben Bella in Algeria durante la guerra con la Francia nel 1952-62, eccetera).
Di che natura è il rapporto tra paese e classe all'interno dei «paesi avanzati»? Partendo dalla tesi di Lenin dell'insostenibilità storica del modo di produzione capitalista una volta raggiunta la sua fase imperialista con la «febbre coloniale» in Asia e in Africa alla fine del diciannovesimo secolo, una insostenibilità dimostrata "de facto" dalle rivoluzioni sociali russa del 1917 e cinese del 1949, appare ovvio che non solo i resti della nobiltà ma anche la stessa classe borghese nei paesi «avanzati» (cioè imperialisti) rappresentano una classe arretrata. Nella realtà di oggi, la classe capitalista nelle «nazioni avanzate» dell'Unione Europea, negli Stati Uniti e in Giappone, in particolare, è una classe arretrata e reazionaria, è l'antitesi della teoria e della pratica della liberazione.
E che dire dell'altra, grande classe nei «paesi avanzati», il proletariato? E' questa una classe avanzata? Secondo Marx ed Engels, durante e addirittura prima del decollo dell'imperialismo vero e proprio - ovvero un colonialismo caratterizzato dall'esportazione di capitale produttivo - un settore sempre crescente della classe operaia nei «paesi avanzati» si era trasformata in «proletariato borghese». Marx, e più tardi Lenin, avevano spiegato che il trasferimento dei superprofitti provenienti dalle colonie era la causa primaria di questo fenomeno sociale. Nella sua opera classica, "L'imperialismo", Lenin scriveva:
«Da questo gigantesco "sopraprofitto" c'è da trarre quanto "basta per corrompere" i capi operai per creare una sorta di alleanza... una unione di lavoratori di una data nazione con i propri capitalisti contro gli altri paesi» (13).
Marx riteneva che questa classe operaia fosse imbevuta di pregiudizi colonialisti razzisti. In una lettera in cui scriveva dell'Irlanda, colonia inglese, due anni prima della sua morte, egli spiega:
«L'operaio comune inglese odia l'operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life. Egli si sente di fronte a quest'ultimo come parte della "nazione dominante" e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti...L'operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all'incirca come i "poor whites" verso i negri negli stati un tempo schiavisti dell'Unione americana... "Questo antagonismo è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese", a dispetto della sua organizzazione. Esso è il seguito della conservazione del potere da parte della classe capitalistica» (14) (enfasi di Marx).
Lenin faceva notare che nella prima decade del ventesimo secolo, la quantità di plusvalore che giungeva in Gran Bretagna dall'India era maggiore del plusvalore prodotto dalla classe operaia inglese. Anche negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, il tributo dall'India era così consistente da indurre Marx a scrivere a N. F. Danielson:
«Ciò che gli inglesi ogni anno prendono da essi» (gli indiani) «sotto forma di rendita, dividendi provenienti da ferrovie inutili per gli indù, pensioni per impiegati civili e militari, per l'Afghanistan e le altre guerre eccetera, senza offrire alcun corrispettivo, per non parlare di ciò di cui si appropriano in India, tenuto conto solo del valore delle merci che gli indiani ogni anno devono mandare gratuitamente in Inghilterra, ammonta a più della somma totale del reddito di 60 milioni di lavoratori rurali e industriali dell'India» (15.).
Le cifre di Marx indicano che il plusvalore esportato in Gran Bretagna superava i salari del proletariato indiano. In altre parole, il tasso imperialista di plusvalore (plusvalore fratto salari) era maggiore dell'unità. Questo calcolo marxista dello sfruttamento nazionale non diminuì ma, al contrario, aumentò dopo Marx con l'inizio della globalizzazione capitalista. Il tasso di plusvalore Inghilterra/India era già più alto del tasso di plusvalore all'interno dell'Inghilterra nel ventesimo secolo, quando il rapporto tra plusvalore e salari era sempre una frazione di unità. Questa differenza tra il tasso di plusvalore Inghilterra/India e il tasso all'interno dell'Inghilterra spiega la storia e la natura politicamente arretrata e non rivoluzionaria del proletariato inglese ed europeo e del proletariato mondiale, ivi compreso quello americano e giapponese.
Molto tempo fa, il 12 settembre 1882, Engels scriveva a Kautsky da Londra:
«Mi chiedi cosa pensino gli operai inglesi della politica coloniale. Esattamente ciò che pensano della politica in generale: ciò che pensa la borghesia...gli operai partecipano gaiamente al banchetto del monopolio inglese sul mercato mondiale e sulle colonie» (16).
Alla luce di queste citazioni appare chiaro che il «pronto aiuto» che i bolscevichi si aspettavano dal proletariato occidentale aveva ben poca sostanza marxista-leninista. Per quanto solida e corretta fosse la loro teoria della rivoluzione permanente applicata all'interno di un paese arretrato come poteva essere la Russia zarista, tuttavia l'appendice internazionalista di questa tesi era senza dubbio più ottimistica che realistica. Questo internazionalismo era utopistico piuttosto che marxista o leninista. La teoria della rivoluzione permanente per i «paesi arretrati» era in linea con la filosofia marxista di Marx e Trotzkij. Il suo corollario internazionalista presentava dei punti deboli sia a livello teorico che pratico (la sola risposta fu la rivolta spartachista in Germania che, comunque, coinvolse solamente una piccola parte dei lavoratori tedeschi). In teoria, questo corollario utopistico andava contro le sopra citate tesi di Marx e Lenin sulla arretratezza del «proletariato borghese».
L'approccio classico con cui si affronta il concetto di classe, è quello di inserirla nel suo contesto nazionale. La concezione marxista e leninista dei lavoratori nei paesi imperialisti non era una concezione nazionale ma globale, nel senso che questa classe veniva vista in un contesto coloniale inter-nazionale. Analogamente, per comprendere appieno il ruolo che ebbero altre due classi, i capitalisti imperialisti e la borghesia nazionale semicoloniale, non si può prescindere dal contesto globale in cui sono inserite. La borghesia coloniale/semicoloniale viene liquidata come «borghesia nazionalista» dalla «sinistra» eurocentrica (compresa quella americana). Di contro, questa «sinistra» considera la propria classe operaia «internazionalista» per natura.
Il vero ruolo di queste due classi può essere compreso appieno solo in rapporto con l'imperialismo. Ne segue 1) che la borghesia coloniale (o burocrazia oppure dittatura militare o di polizia in quei paesi in cui questa borghesia è assente, come accade in gran parte delle semicolonie in Africa) non è propriamente nazionalista, quantomeno nel significato progressista di salvaguardare e promuovere gli interessi della nazione. Al contrario, a causa della collaborazione "compradora" e della subordinazione alla borghesia imperialista, la borghesia coloniale non si pone al servizio degli interessi nazionali ma dà la priorità agli interessi della classe e della nazione imperialista; e 2) che la classe operaia nei paesi imperialisti, ben lungi dall'essere internazionalista, è nazionalistica, nel senso reazionario di difesa degli interessi imperialisti del «loro paese» (si ricordi, ad esempio, il caso degli operai inglesi durante la guerra delle Falkland del 1982 o l'atteggiamento largamente diffuso nei confronti dei bombardamenti della NATO in Yugoslavia nel 1999, per non parlare della prima e seconda guerra mondiale, che altro non furono se non guerre imperialiste, o dei quotidiani episodi di razzismo contro africani ed asiatici). La Sinistra perde il diritto di criticare la «borghesia nazionalista» nei «paesi arretrati» fintanto che sostiene la farsa di un «proletariato internazionalista» nei «paesi avanzati». Questa retorica dell'Eurosinistra viene spesso usata contro antimperialisti genuini, cioè coloro che auspicano non solo la liberazione politica ma anche l'emancipazione economica dei lavoratori e contadini nelle colonie e semicolonie. Questi sono gli obiettivi compatibili con i programmi della teoria della liberazione permanente.
Secondo questa forma di antimperialismo, la classe nemica per eccellenza non è la borghesia coloniale e semicoloniale ma la borghesia imperialista, al cui servizio essa si pone. Quando il Giappone invase la Cina, gli antimperialisti (come Trotzkij e trotzkisti cinesi) vedevano nel Giappone e non in Chang Kai-scek il nemico principale e non diedero al Kuomintang nessun aiuto politico ma solo militare, combattendo sia nelle fila dell'esercito di Mao Tze-tung che di Chang contro gli invasori giapponesi.
Quando l'Italia fascista invase l'Etiopia nel 1935 Trotzkij, ad esempio, sostenne il regime dispotico di Haile Selassie contro il moderno regime capitalista di Mussolini. L'Eurosinistra non sceglie tra Saddam Hussein e Margaret Thatcher o tra Milosevic e Tony Blair ma, nella migliore delle ipotesi, si schiera dalla parte dell'«Etiopia» o dell'«Iraq». Infatti, diversi gruppi trotzkisti assunsero una posizione «neutrale» di fronte all'Egitto e a Israele durante la guerra del 1948, mentre gli antimperialisti appoggiarono un Egitto guidato da un monarca neofeudale, Faruk contro Israele, guidato da un «socialista», Ben Gurion. I «trotzkisti» moderni negano che nel 1935 Trotzkij "abbia scelto" tra Mussolini e Haile Selassie. Vale la pena citare la sua scelta, poiché è inerente alle teorie antimperialiste della liberazione, secondo cui, quando necessario, è lecito sconfinare nel «personale». Trotzkij scriveva:
«Maxton e gli altri» (l'Eurosinistra dell'epoca) «ritengono che la guerra italo-etiopica sia un 'conflitto tra due dittatori'. Per questi politici sembra che questo fatto esoneri il proletariato dall'operare una scelta tra i due dittatori. Essi definiscono pertanto il carattere della guerra in base alla "forma" politica dello stato... senza prendere in considerazione le basi sociali delle due «dittature». Un dittatore può anche assumere un ruolo assai progressista nella storia, basti ricordare, ad esempio, Oliver Cromwell, Robespierre eccetera. Di contro, proprio nel cuore della democrazia inglese, Lloyd George praticò, durante la guerra, una forma di dittatura assolutamente reazionaria. E' giusto che un dittatore si ponga a capo della prossima insurrezione popolare in India per spezzare il giogo inglese? e Maxton in tal caso, negherebbe il proprio sostegno a questo dittatore? Sì o no? Se no, perché allora rifiuta di appoggiare il «dittatore» che sta tentando di liberarsi dal giogo italiano? Se Mussolini dovesse trionfare, ciò significherebbe il rinsaldamento del fascismo, il rafforzamento dell'imperialismo e la mortificazione dei popoli coloniali in Africa e altrove. La vittoria del negus, tuttavia, rappresenterebbe un duro colpo non solo per l'imperialismo italiano ma per l'imperialismo in generale, e darebbe un energico impulso alle forze ribelli dei popoli oppressi. Uno deve essere completamente cieco per non rendersi conto di ciò» (L. Trotzkij, "On Dictators and the Heights of Oslo", Oslo aprile 1936).
All'epoca in cui tutta l'Asia, ad eccezione della Cina, della Mongolia e delle repubbliche orientali dell'Unione Sovietica, era sotto il dominio diretto di Inghilterra, Francia, Portogallo o Olanda, gli antimperialisti marxisti e leninisti, "inter alia", si batterono con determinazione per l'indipendenza politica dell'India, dell'Indonesia eccetera. Dopotutto, Lenin aveva dato il suo appoggio alla lotta per l'indipendenza della Turchia governata da Kemal Ataturk (che imprigionò e condannò a morte i leninisti in Turchia). Queste lotte furono guidate da una borghesia coloniale personificata da Gandhi, Nehru e Sukarno (che più tardi massacrò i comunisti indonesiani).
L'Eurosinistra diede a queste lotte un appoggio puramente formale, sottolineandone al tempo stesso il carattere «nazionalista borghese» e pretendendo di parlare in nome del marxismo. La posizione da loro assunta fu, tuttavia, "revisionista" (assecondando le distorsioni "borghesi" dei principi di Marx operate dai suoi «discepoli» Kautsky e Plechanov). Rivendicando di lottare per il «socialismo» e non «semplicemente» per la «democrazia borghese» (che l'imperialismo aveva concesso a loro ma negato al popolo coloniale), alla fine il loro «contributo critico» non fu altro che un prendere le distanze dai movimenti per l'indipendenza.
Gli antimperialisti autentici diedero il loro pieno appoggio alla lotta per l'indipendenza (ma denunciarono gli accordi neocoloniali, compresa la sanguinosa divisione dell'India nel 1948 ad opera dei «socialisti» del partito laburista inglese). Durante la lotta per l'indipendenza, anche quella in Africa contro il Portogallo negli anni Settanta, essi mostrarono che l'indipendenza politica non avrebbe messo fine all'imperialismo e che la lotta antimperialista era destinata a continuare fino al raggiungimento dell'emancipazione economica dei lavoratori coloniali, da un lato attraverso l'espropriazione e la nazionalizzazione delle miniere, delle piantagioni, delle banche e delle industrie di proprietà degli imperialisti nelle neocolonie e, dall'altro, distaccandosi dalla Banca mondiale, dal F.M.I., dalle borse valori eccetera.
Nonostante ciò, l'Eurosinistra continua ad accusare questa posizione assolutamente marxista e leninista di costituire un sostegno per l'ideologia «nazionalista borghese». Allo stesso tempo continuano a sostenere che il socialismo è realizzabile solo a condizione che il ruolo principale spetti alla «classe operaia internazionalista» dei paesi dell'Unione Europea, della NATO e del G7. Se la nostra analisi è corretta, questo «ruolo principale» è un resto ideologico e politico della collaborazione del proletariato imperialista con la borghesia imperialista nei «paesi avanzati» durante tutto il ventesimo secolo.
La classe operaia nel Primo mondo deve ancora trovare quel senno internazionalista che le si attribuisce. Da sola non può farcela, visto il suo coinvolgimento con l'imperialismo nell'attuale sistema globale di trasferimenti finanziari e industriali globalizzati. Non può divenire internazionalista in mancanza di «impulsi» esterni dati da azioni antimperialiste e qualche importante vittoria riportata dalle classi operaie del Terzo mondo in lotta contro gli imperialisti dei «paesi avanzati». Queste vittorie e azioni antimperialiste sono rivoluzionarie non solo per i popoli che le intraprendono e da esse traggono vantaggio, ma lo sono anche nel senso che esse rivoluzionano le ideologie e la politica dei «lavoratori avanzati» ancora arretrati.
La natura «avanzata» e interconnessa dei lavoratori e dei contadini coloniali e semicoloniali era emersa dalle rivoluzioni nordcoreana, cubana, vietnamita e, soprattutto, dalla rivoluzione cinese. Queste realtà interclassiste erano doppiamente internazionali, poiché oltre a collocare il proprio epicentro nel contesto coloniale capitalista, erano sostenute da un sistema sociale allora non ancora coloniale, ovvero quello dell'Unione Sovietica, imprigionata dalla propria lotta per la sopravvivenza dopo l'invasione imperialista tedesca del 1941-44 prima e dalla «guerra fredda» dell'imperialismo americano poi.
Il problema si pone nei seguenti termini: è possibile, alla luce dei rapporti internazionali tra nazioni e classi, estendere e ampliare la teoria della rivoluzione permanente, applicata all'interno dei «paesi arretrati», trasformandola in una teoria valida per tutti i paesi, «arretrati» e «avanzati»?
N. 1. K. Marx e F. Engels in "On Colonialism", New York 1972.
N. 2. K. Marx, F. Engels, "L'ideologia germanica" in "Opere e scritti" (a cura dell'Istituto Marx-Engels-Lenin), vol. 5, p. 35, 1930. Questo passaggio è tratto dal secondo libro, di cui solo il quarto capitolo fu pubblicato nel 1847 in "Das Westfälische Dampfboot". Il resto del secondo libro fu pubblicato postumo.
N. 3. K. Marx, scritto il 20 maggio 1853 e pubblicato sul «New York Daily Tribune» del 14 giugno 1853.
N. 4. K. Marx, F. Engels, «Prefazione» all'edizione russa del "Manifesto del Partito Comunista", 21 gennaio 1882; F. Engels, «Prefazione» all'edizione tedesca, 1 maggio 1890 (trad. it. "Manifesto del Partito Comunista" [a cura di E. Cantimori Mezzomonti], Mondadori, Milano 1978, p. 311).
N. 5. Carteggio tra Engels e Marx, Engels a Marx, 7 ottobre 1858.
N. 6. H. Jaffe, "Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazione, classi", Milano 1986.
N. 7. K. Marx, in "Address of the Central Committee to the League of Communists", aprile 1850.
N. 8. K. Marx, "Lavoro salariato e capitale", pubblicato per la prima volta in «Neue Rheinische Zeitung», Colonia, aprile 1849.
N. 9. Circa l'incontro tra Trotzkij e Parvus a Monaco nel 1904: P. Pomper e Y. Felshtinsy, "Trotzkij's Notebooks", 1933-1935, New York 1986, p.p. 8-9. Dieci anni più tardl, la presunta partecipazione di Parvus all'industria della guerra suscitò l'approvazione di molti socialdemocratici.
N. 10. L. Trotzkij, "La rivoluzione tradita", Samonà e Savelli 1968, p.p. 5-6. La teoria della rivoluzione permanente di Trotzkij appare per la prima volta in "Results and Perspectives", 1905-6, in "The Essential Trotzkij", London 1963, p.p. 57 e 198-204. In una prefazione del 30.11.1930 all'edizione tedesca di "La rivoluzione permanente", Trotzkij scriveva: «La teoria della rivoluzione permanente... ha dimostrato che nella nostra epoca il raggiungimento degli obiettivi democratici nei paesi capitalisti arretrati conduce queste nazioni direttamente alla dittatura del proletariato e che questa dittatura pone all'ordine del giorno gli obiettivi socialisti. Questo è il concetto fondamentale della teoria».
N. 11. K Marx, F Engels, "On Colonialism", New York. 1972, p.p 17-266 (50 articoli).
N. 12. Op. cit., p. 318.
N. 13. V. I. Lenin, "L'imperialismo", Editori Riuniti, Roma 1964.
N. 14. K. Marx a S. Meyer e A. Vogt, 9 aprile 1870, in "Opere complete", Editori Riuniti, Roma 1975, XLIII, p. 721.
N. 16. K. Marx a N. F. Danielson, 19 febbraio 1882, op. cit.
N. 17. F. Engels a K. Kautsky, Londra 12 settembre 1882, op. Cit.
Hosea Jaffe - La liberazione permanente e la guerra dei mondi (Jaca Book, 2000)

Se le sovversioni che piacciono a Oreste Scalzone si guardassero ad uno specchio antimperialista...



Secondo Oreste Scalzone “tutta la grande narrazione dall’ottobre del 1917 è stata un maledetto equivoco”, “la rivoluzione bolscevica è stata infatti una contraffazione gigantesca”, e se deve parlare di “sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato” pensa “in modo riduttivo a certi momenti iniziali della rivoluzione inglese, prima che arrivasse Cromwell a fare il regicidio, c’erano re e anti re, a certi momenti poco conosciuti della Rivoluzione francese e a certi momenti della Comune di Parigi”, e alle insurrezioni pro-Occidente del 1953 a Berlino e del 1956 in Ungheria. Lo ha detto in un’intervista pubblicata nel 2007 su Il Giornale: http://www.ilgiornale.it/news/scalzone-torno-pi-sovversivo.html

“Ritengo che il mondo attuale si presenti come catastrofico. Non lo presentano così degli apocalittici ma ce lo dicono ogni giorno dalla regía. Dalla peste aviaria al buco dell’ozono: io non so se il mondo vada peggiorando davvero ma una catastrofe è sicura, quella mentale, psicologica, dei muri che ci costruiamo impedendoci la pensabilità delle cose. Il delirio aumenta tra lacerazioni e pessimismi. L’unico scampo è l’autonomia senza campioni, regimi o governo. Se vogliamo il governo degli umani non ci sono governi amici. Che cosa miserabile pensare che la salvezza venga dall’alto, un governo bolscevico o la democrazia elettronica. Né Prodi, né men che mai Chávez o Fidel Castro. Campioni di cosa?
Maximilian Rubelle indicava Marx come teorico dell’anarchia! Infatti, tutta la grande narrazione dall’ottobre del 1917 è stata un maledetto equivoco. Non ci sono rivoluzioni impartite dall’alto. Da uno Stato rivoluzionario. La rivoluzione bolscevica è stata infatti una contraffazione gigantesca. Se devo parlare di sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato, penso in modo riduttivo a certi momenti iniziali della rivoluzione inglese, prima che arrivasse Cromwell a fare il regicidio, c’erano re e anti re, a certi momenti poco conosciuti della Rivoluzione francese e a certi momenti della Comune di Parigi. Penso anche all’insurrezione ungherese del ’56 o degli operai di Berlino del ’53. Riconosco che sono state tutte violente, anche atroci ma la storia è un lago di sangue.”

Oreste Scalzone non ha esposto le conseguenze che le rivoluzioni inglese e francese hanno avuto sul destino delle colonie. Ha sottovalutato questo aspetto, ma ha scagliato accuse contro l’ottobre rosso del 1917. Il suo argomento, è vero, era che nel caso di quelle rivoluzioni si poteva parlare di “sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato”. Ma l'Inghilterra e la Francia disponevano di possedimenti d'oltremare da secoli, e la rivoluzione inglese, la rivoluzione francese, la Comune di Parigi non hanno intralciato l’autorità delle istituzioni imperiali, il dominio coloniale, le strutture amministrative coloniali. Questo lo ha ricordato invece Jaffe, e segnalo qui sotto i suoi giudizi sulle rivoluzioni inglese e francese, sulla Comune di Parigi, e anche sull'insurrezione pro-Occidente, anticomunista (e non solo antistalinista) degli operai di Berlino ovest e di altre città della DDR, nel 1953, sulla social-democratica “Rivoluzione Ungherese” del 1956 appoggiata dal Vaticano, e visto che in Jaffe vi sono riferimenti anche ai drammi popolar-politici filo occidentali della Cecoslovacchia nel 1968, ho segnalato anche quelli.
Jaffe aveva una diversa concezione della soversione nel senso forte. Secondo lui l’obiettivo di sovversione principale che una rivoluzione deve perseguire è l’abbandono dell’imperialismo oppure la non-collaborazione con l’imperialismo. E allora si avrà la sovversione nel senso forte di respingimento di ogni ambizione imperialistica, di  non-collaborazione con l’imperialismo, di abbandono dell’imperialismo.

Jaffe scrisse nel suo libro Abbandonare l'imperialismo, del 2008, che “soltanto nella non-collaborazione e nella resistenza irachene e nel concreto sprezzo che Cuba ha opposto all’embargo statunitense (ed europeo) si sono visti all’opera elementi importanti di una politica dell’Abbandono dell’imperialismo. Laddove, sotto altri nomi, si è tentato di metterla in atto, questa politica ha salvato almeno una nazione, Cuba, e le sue classi lavoratrici e professionali, ha scongiurato la loro distruzione totale in un’altra ancora, il Venezuela. In tutti e tre questi casi si stanno sperimentando concretamente gli effetti positivi della pratica di una politica che noi chiamiamo Abbandono dell’imperialismo.”
  



La liberazione permanente e la guerra dei mondi, 2000

“Il partito bolscevico era il partito più rivoluzionario dell'intera storia delle lotte di classe.
Se, come ha detto Trotzkij, il «partito bolscevico aveva fatto affidamento», a torto, su un aiuto rivoluzionario esterno (il pronto aiuto della rivoluzione internazionale), è lecito ritenere che ci fosse qualche lacuna nella loro teoria della natura della rivoluzione proletaria? Non vi è ragione di mettere in discussione il concetto di «rivoluzione proletaria» di gran parte dei leader bolscevichi. Essi seguivano la concezione marxista di rivoluzione proletaria, che mirava ad instaurare una società priva di classi, espropriando le classi capitaliste e feudali e a «smantellare lo stato» di queste classi, come si legge nelle opere politiche classiche di Marx sulle rivoluzioni del 1848 e sulla Comune di Parigi o nell'opera di Lenin «Stato e rivoluzione». Essi fecero comunque il possibile per realizzare entrambi gli obiettivi marxisti, sociali e politici, che una rivoluzione proletaria si prefigge.
Pertanto, se si esclude questo fallimento delle aspettative del partito bolscevico,
probabilmente non ci resta che ritenere che esista un possibile errore - e, per loro, un errore pressoché fatale - nella loro convinzione che il proletariato potesse fornire un «pronto aiuto».”
(e ad uno sforzo di analisi scientifica della società bolscevica e delle aspettative dei suoi leader, a Jaffe appariva necessario  leggere anche gli scritti di Marx e Engels relativi a ciò che essi definirono “proletariato borghese” e agli approfondimenti di Lenin durante la prima guerra mondiale; e si veda anche: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2013/01/classi-e-paesi-sviluppati-e.html)


 La liberazione permanente e la guerra dei mondi, 2000

Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l’aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la “gloriosa rivoluzione” di Guglielmo d’Orange del 1688 fece sventolare l’”Union Jack”, sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell’India.
La Rivoluzione francese del 1789-1973 fu guidata da una borghesia che era già divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell’India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un’importanza cruciale [Alexis Tocqueville, “The Old regime and the French Revolution”, New York 1955, I edizione nel 1856]. La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l’imperialismo francese in Indocina e in Africa. L’impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalla truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell’armata coloniale di Napoleone III, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell’Africa occidentale.



Introduzione alla storia e alla logica dell'imperialismo, 2005

La tanto decantata "rivoluzione borghese" in Francia (1789-93) e in Inghilterra (capeggiata da Cromwell 1644-55) e la libertà dell'Olanda dalla Spagna nel 1548 furono finanziate dal commercio e dalla schiavitù di gigantesche compagnie mercantili oceaniche, come la Compagnia delle Indie Orientali Olandese. La borghesia francese era già da decenni in piena fiorente economia prima del 1789 grazie alla sua flotta mercantile coloniale. Il potere francese sui mari aveva svuotato il feudalesimo di gran parte della sua economia già durante le guerre coloniali e i carichi di schiavi attraverso l'Atlantico sotto re Luigi XIV, due regni prima che la rivoluzione decapitasse Luigi XVI. In breve, il colonialismo fu la balia del capitalismo francese.


Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, 2007

Marx si spinse sino a scrivere che la Russia, ai suoi tempi la più grande nazione del mondo, avrebbe potuto “saltare” lo “stadio capitalistico”, come lo chiamano ancor oggi i “marxisti” legati alla teoria della successione necessaria dei modi di produzione, quasi centocinquan’anni dopo che Marx scrisse i Grundrisse, Per la critica dell’economia politica, e iniziò la stesura  dello stesso Capitale. Marx disse ai marxisti russi del suo tempo che la Russia sarebbe potuta passare direttamente dal feudalesimo al socialismo. Il suo pensiero era andato molto vicino alla verità, dato che alla “rivoluzione capitalistica” del febbraio del 1917 non rimasero più di sette mesi prima di essere sopraffata e cancellata dai bolscevichi, i quali nell’ottobre del 1917 guidarono i lavoratori russi e i contadini poveri verso l’inizio della prima rivoluzione socialista.
Ma, soprattutto, la concezione dialettica di Marx secondo cui la Russia poteva “saltare” dal feudalesimo al socialismo è confermata dalle rivoluzioni socialiste avvenute nella feudale/”dispotica” Cina nel 1949 e, pochi anni dopo, nella Corea del Nord, anch’essa caratterizzata dal “dispotismo asiatico”.
Le altre rivoluzioni sociali del XX secolo ebbero luogo in nazioni come Vietnam e Cuba, paesi non già imperialistico-capitalistici, bensì colonie di nazioni imperialistiche. Cuba era una vera colonia degli USA dopo che, nel 1898-1902, il potere imperialista aveva preso il posto del vecchio sistema coloniale spagnolo; Cuba divenne una semicolonia degli USA fino alla rivoluzione sociale del 1959 guidata da Fidel Castro, Che Guevara e da altri eterodossi e socio-politicamente eccezionali ex colonizzatori europei. Il modo di produzione della Cina, prima invasa e poi occupata lungo le proprie coste dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti d’America e da altre potenze imperialistiche a metà del XIX secolo, non fu mai completamente convertito da una formazione sociale di dispotismo comunitario-feudale in un modo di produzione capitalista.
La combinazione in Cina di agricoltura e manifattura artigianale impediva una tale trasformazione modale, mentre le devastazioni coloniali della rivoluzione industriale inglese, e quelle che a essa seguirono, lasciarono l’India spoglia di fronte al capitale britannico. Marx sottolineò tale situazione in molti scritti successivi al 1850, a riguardo delle guerre dell’Oppio condotte dagli inglesi contro la Cina e della formazione socio-economica cinese [K. Marx, F. Engels, On Colonialism, International Publishers, New York 1972, pp. 19, 91, 101, 112, 221, 313].



La trappola coloniale oggi. Sudafrica, Israele, il mondo, 2003

Mentre la Francia si ricavava un impero coloniale in Asia, nelle Americhe e nei Caraibi per mezzo di abbondanti spargimenti di sangue, la Rivoluzione Francese nel 1789-93 urlava a squarciagola - affinchè l'intero genere umano e la storia sentissero per i secoli a venire - "Libertà, Fraternità ed Eguaglianza". Il grido di "Libertà" fu udito da venti milioni di africani deportati per mezzo delle navi negriere in Brasile, negli Stati Uniti, nei Caraibi e nello stesso Capo di Buona Speranza. Per loro "Libertà" significò schiavitù.
I cento milioni di africani, cento milioni di "nativi americani" e le innumerevoli decine di milioni di asiatici uccisi dal commercio degli schiavi e dalla conquista coloniale, morirono prima di sentir nominare la parola "Fraternità". Le prime società basate sulla fratellanza sarebbero nate appena nel XX secolo, dopo la rivoluzione comunista russa del 1917, per poi essere portate alla rovina e trasformate in formazioni sociali coloniali dalla Guerra Fredda condotta dagli Stati Uniti.
E l'"eguaglianza"? Che fine fece l'"eguaglianza"? È mai esistita da qualche parte? Ha mai significato di più del diritto al voto o della cittadinanza per quei colonizzatori che issarono la bandiera dell'Indipendenza Americana nel 1776, ma che negarono perfino questo privilegio puramente formale e legale agli ex-schiavi - figuriamoci agli schiavi - e agli "Indiani"? Ed entrò poi mai questa formalità nelle società "Utopistiche" fondate in America nel XVII secolo dai Padri Pellegrini di Plymouth, o dai Quaccheri, dagli Amish, dai Mennoniti oppure dai "Comunisti", che si portarono dietro il loro "Manifesto" per volare sulle ali delle loro "Utopie" negli Stati Uniti - "Utopie" che requisirono e poi difesero, spesso ricorrendo alle armi, da quelle stesse nazioni "amerinde" cui negarono l'appartenenza alle loro "comuni" dopo averne occupato le terre clandestinamente e con la violenza? A questi livelli base della colonizzazione, l'"eguaglianza" non esisteva nemmeno come formalità legale. Gli stessi "comunisti" utopisti del XIX secolo come Weitling non furono altro che elementi della colonizzazione capitalista.
L'eguaglianza legale degli operai del blocco dei paesi imperialisti, che malgrado la loro arretratezza culturale vengono chiamati "Primo Mondo", è uguale all'eguaglianza dei loro capitalisti, almeno nominalmente. Tuttavia, in realtà essi non sono affatto uguali. In effetti non esiste l'uguaglianza, ma vige l'ineguaglianza tra le classi. Eppure questa ineguaglianza, sulla quale furono fondate ben quattro Internazionali Comuniste o Socialiste - da Marx ed Engels a Lenin e Trotskij - è strettamente collegata ai comuni interessi che queste due classi hanno nella globalizzazione capitalista (si legga: imperialismo).


Progresso e nazione: economia ed ecologia, Jaca Book, 1990

    




   Senza il colonialismo, i capitalisti e i lavoratori occidentali non potrebbero avere i metalli preziosi e il denaro, le materie prime, il capitale necessario e i mercati per i loro prodotti, né fabbriche, né porti, neanche cibo, abbigliamento e alloggi sufficienti, né, soprattutto, la spinta al sovraprofitto che anima le loro economie nazionali. Ecco perché il proletariato occidentale, con le poche eccezioni della Comune di Parigi del 1871, della rivolta spartachista guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, dei pochissimi episodi anticolonialistici (tra i quali i brevi scioperi operai contro l’invasione della Libia nel 1911) e di certe fasi dei movimenti partigiani antinazisti, è stato di molto accomodante e sistemico, non rivoluzionario e antisistemico. Anche la Comune di Parigi è troppo esaltata dall’eurosinistra: essa non compì alcuno sforzo o non fece alcuna dichiarazione per liberare le colonie francesi di Algeria, Africa occidentale e Indocina, e mostrò un certo sciovinismo antitedesco. Così, per lungo tempo, il “proletariato avanzato occidentale” è stato un mito politico, oggetto di culto cieco da parte di ampi settori della sinistra, una divnizzazione che ha favorito la reificazione del proletariato stesso ad opera dei capitalisti. Persino le efficaci dimostrazioni in Occidente a favore di Cuba e Vietnam erano più piccolo-borghesi che proletarie nella loro composizione sociale. Prima che riesca ad assumere il suo ruolo di protagonista della storia, il proletariato occidentale deve sbarazzarsi – da solo o ad opera di altri – dei suoi pregiudizi neocolonialistici e del suo diffuso razzismo. Quest’opera di rieducazione necessariamente si accompagna al progressivo sfaldarsi o alla distruzione sistematica della base oggettiva su cui poggiano questi pregiudizi e questo razzismo: vale a dire il sistema coloniale stesso. Ecco perché sono indispensabili un’azione e una rieducazione ai fini del progresso politico del proletariato.
   La natura sistemica conservatrice o addirittura reazionaria prolungata sino ad oggi e il ruolo svolto dal proletariato occidentale non comportano affatto che il proletariato del Sud del mondo sia “santo”. Esiste una forte tendenza, per esempio, a trarre conclusioni politiche eccessivamente ottimistiche dal fatto che c’è un ampio proletariato “nero” in Sudafrica. In realtà, il nucleo di questo proletariato è costituito dalla forte concentrazione di minatori. Ma la gran parte di questi minatori provengono dagli stati indipendenti limitrofi, dai bantustan e dagli homeland e la maggior parte di questi, a loro volta, sono contadini emigrati.



Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, 2007

Dalla vittoria prussiana non risultò quel rafforzamento della classe operaia dell’Europa occidentale sperato da Marx, ma fu spazzata via la classe operaia francese. La Germania fece cadere soltanto la Comune di Parigi, ma consentì alla nuova Repubblica, guidata dal reazionario primo ministro Thiers, di trascinare gli sconfitti e demoralizzati lavoratori francesi nelle sue guerre in Indocina e in Africa.
  Infatti anche l’avanguardia di questa classe operaia, coloro i quali presero Parigi in nome della Comune socialista, non fece nulla per rendere inoffensive le armate coloniali francesi in Indocina, né tanto meno per richiamarle. Quando gli indocinesi, guidati dai comunisti vietnamiti e non da quelli francesi, sconfissero la Francia a Dien Bien Phu e poi la massiccia e genocida invasione degli USA, gli “arretrati” vietnamiti portarono a termine una missione più grande e di maggiore portata storica di tutte quelle che attuarono o tentarono i lavoratori della Comune di Parigi. E da allora la natura fondamentale della classe capitalista della Francia è rimasta coloniale e poi imperialista.


Marx e il colonialismo, 1976

Il mondo capitalista si divide soltanto in due tipi di paesi, quelli imperialisti e quelli coloniali; la principale lotta di classe nel capitalismo consiste nella lotta “economica” fra lavoro e capitale all’interno dei paesi imperialisti, ma anche nelle lotte anticolonialiste e più recentemente antimperialiste degli operai e contadini poveri delle zone coloniali supersfruttate e super-oppresse; questa lotta di classe, in una forma potenziale, abbracciava anche le grandi, eroiche e niente affatto vane lotte di resistenza degli Amerindi contro la loro decimazione, dei Bantù e delle altre tribù africane contro la loro spoliazione, la lotta dell’Ammutinamento Indiano e degli Indiani contro la Gran Bretagna, la lotta della Cina contro il Giappone e poi contro Chiang Kai-shek, le molteplici lotte antimperialiste che condussero alla Rivoluzione Russa, le lotte partigiane, portate avanti con indipendenza di classe, contro il nazismo, la lotta dell’Etiopia e degli altri popoli oppressi massacrati dal capitalismo imperialista, la lotta dei Palestinesi contro lo stesso diritto di esistenza di Israele, le guerre di liberazione della Corea, di Cuba, del Vietnam e così via. È all’interno di questo contesto che trovano il loro posto la Comune di Parigi e la Rivolta di Spartaco ed i pochi altri esempi del genere dell’Europa occidentale. Al di fuori di questo contesto antimperialista né l’insurrezione blanquista né quella spartachista sono comprensibili. Per me, dopo molti anni di ricerche per scoprire il significato del marxismo in rapporto all’attuale panorama mondiale, la “lotta di classe” interna dei paesi come gli USA, l’Inghilterra, l’Europa occidentale, il Canada, l’Australasia, Israele, fra il “lavoro” ed il capitale, non significava altro, nella maggior parte dei casi, che lotta per la redistribuzione fra le classi del bottino coloniale. Non si trattava di una lotta di classe nel senso del Manifesto del Partito Comunista. Né a causa di questo mio punto di vista io devo essere giudicato più “terzomondista” di Lenin, Bucharin, Luxemburg ed Engels i quali espressero in sostanza la stessa visione del problema. Infatti, Lenin citava a questo proposito Engels, il quale il 7 ottobre 1858 scriveva già a Marx che l’Inghilterra stava sviluppando “un proletariato borghese accanto alla borghesia”, e il 12 settembre 1882 lo stesso Engels diceva a Kautsky che “gli operai usufruiscono tranquillamente con essi [i conservatori ed i liberal radicali - ndt] del monopolio coloniale dell’Inghilterra e del suo monopolio sul mercato mondiale”. Ed aggiungeva che questa situazione avrebbe avuto fine soltanto quando l’Inghilterra avesse perduto le sue colonie. Questi “marxisti” che protestano a gran voce contro la mia concezione hanno dimenticato Engels e Lenin. Secondo me, il colonialismo è il sistema circolatorio, comprendente anche il cuore, del capitalismo. È il suo fondamentale modo di esistere.


La Germania, 1994


Il Muro di Berlino era stato eretto nel 1961 dagli stessi burocrati poststalinisti che avevano creato il Patto di Varsavia, e per le stesse ragioni. Entrambi, Muro di Berlino e Patto di Varsavia, erano stati creati per difendere il “socialismo reale”, in Europa orientale e in Unione Sovietica, dalla Comunità Economica Europea e dal revanscismo tedesco. Quei burocrati (e probabilmente la maggior parte dei loro connazionali) vedevano quel Muro dall’est e non dall’ovest, come una protezione. In occidente il Muro era invece visto come un rafforzamento della “cortina di ferro” russa, creata per impedire l’ingresso in Europa orientale e in Unione Sovietica delle tanto vantate libertà democratiche occidentali e per impedire agli amanti della libertà di fuggire dai loro gulag.
   Lo stesso stalinismo non ha mai insegnato o spiegato al suo mezzo miliardo di cittadini che l’Occidente è l’apice privilegiato, ricco e potente di una piramide di nazioni la maggior parte delle quali vive in condizioni economiche, sociali e anche politiche qualitativamente e quantitativamente peggiori di quelli vigenti sotto il “socialismo reale” stalinizzato. Questo errore dello stalinismo divenne un vacuum psicologico attraverso il quale i popoli del Patto di Varsavia hanno scavalcato volontariamente la cortina di ferro e il Muro di Berlino. Nel 1989, la Polonia ancora prima, la maggior parte di loro credeva di stare salendo dall’est all’ovest. Non sapevano di stare invece camminando giù, verso, e forse proprio dentro, il sud.
   Il Patto di Varsavia tra URSS, Repubblica Democratica Tedesca (DDR), Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania fu stipulato nel 1955, dopo che la Germania occidentale era stata accolta nella NATO, creata nel 1948, e dopo che il cancelliere Adenauer aveva condotto le sei nazioni della Comunità del Carbone e dell’Acciaio a costituire la CEE (Patto di Roma del 1957).
   Il Muro fu costruito dopo le rivolte filoccidentali del 1953 nella DDR e del 1956 in Ungheria. La sua caduta ha reso possibile la riunificazione tedesca e aperto la prospettiva di uno sviluppo del pangermanismo, il cui timore aveva contribuito alla creazione del Patto di Varsavia. Forzatamente, poco dopo il Muro, è caduto anche il Patto. Entrambi sono crollati verso occidente. La Germania orientale è stata assorbita nella Germania. Il Patto di Varsavia, malgrado le tattiche dilatorie di Gorbacev per mantenere più di trecentomila soldati dell’Armata Rossa nella Germania orientale e impedire la secessione di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia dal Patto stesso e dal COMECON (il Mercato comune “socialista”), è anch’esso caduto verso occidente.
   Dopo il Natale del 1992 il Patto di Varsavia è diventato il fronte orientale della NATO, la sua vecchia nemica. In quell’inverno la NATO ha cominciato a utilizzare, sotto gli auspici dell’ONU, le truppe dell’ex Patto di Varsavia in Croazia e in Bosnia, e proprio il giorno di Natale ha proposto un’”operazione militare” congiunta in Jugoslavia.

Ci fu un aspetto della prima decade della “Guerra fredda” che costituì il vero problema per le potenze occidentali: il rovesciamento del vecchio sistema economico e sociale coloniale capitalista nei Balcani (dove c’era stata una vera rivoluzione sociale) e in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Germania orientale (dove lo stalinismo aveva imposto un cambiamento artitificiale della formazione sociale).
In effetti questo basilare cambiamento nel modo di produzione aveva strappato al vecchio sistema mondiale una vasta area per certi aspetti coloniale, dapprima dominata da Austria, Germania, Italia e per vie traverse dalla Francia, in precedenza anche dalla Russia zarista. La perdita di quest’area, molto importante e colonialmente ricca, e la sua soggezione militare e politica al Cremlino (Albania e Jugoslavia a parte) fu un vero colpo che turbava profondamente l’Occidente.
Gli alleati vittoriosi, con l’aiuto della macchina statale tedesca del primo dopoguerra, hanno invano tentato di opporsi al disfacimento delle loro ex colonie dell’Europa centrale e orientale appoggiando partiti pseudodemocratici filo-occidentali, come quello di Edvard Beneš, presidente della Cecoslovacchia dal 1935 al 1938 e poi ancora nel 1946-48, e del suo successore Jan Masaryk e a Budapest gli sfortunati discepoli dei patrioti del 1848, Sándor Petőfi e Lajos Kossuth.
La combinazione del fastidio popolare per vecchi patrioti e del rigore stalinista assicurò il fallimento di quei tentativi: dal 1948 tutta l’Europa orientale si è tinta di “rosso”. Non la paura dell’Armata Rossa ma una reale rivoluzione sociale assieme alla rinascita dell’espansionismo economico e alle corrispondenti ambizioni politico-territoriali, ha fatto nascere in Occidente nel dopoguerra il maccarthysmo e la “Guerra fredda”.
In quello stesso periodo ci furono altri scacchi: la rivolta anticomunista (e non solo antistalinista) degli operai di Berlino ovest e di altre città della DDR, nel 1953; la sollevazione degli hortysti (seguaci del partito fascista d’anteguerra), del cardinale Mindszenty e del partito socialdemocratico a Budapest nel 1956 (cominciò con un appello della “sinistra” per un sistema socialista più corretto ma, con l’intervento militare sovietico e la repressione, degenerò in una rivolta apertamente anticomunista, che fu schiacciata dall’Armata Rossa). L’intervento, molto più mite, di Breznev contro le riforme socialdemocratiche e la politica estera di Dubček mise fine a un altro tentativo populista filoccidentale a Praga nel 1968. Nel 1980 questa tendenza si è sviluppata in Polonia come combinazione di un sindacato, Solidarność, con la chiesa cattolica per rovesciare lo stesso sistema sociale. In quell’epoca la Germania orientale era ormai pienamente coinvolta nel tentativo di rovesciare quei cambiamenti dell’assetto politico, economico e sociale che parte del popolo e la burocrazia stalinista erano riusciti a estorcere in Europa orientale tra il 1945 e il 1948-49.
Quando nel 1988-89 ai polachi si sono aggiunti i cecoslovacchi e poi gli ungheresi e infine gli stessi tedeschi orientali, la Germania si è trovata di nuovo proprio al centro della sua vecchia “periferia” absburgica bismarckiana e hitleriana.
Il cambiamento di direzione nella corrente della Guerra fredda a favore dell’Occidente è cominciato solo dopo circa mezzo secolo da quando questa scoppiò, al momento stesso dell’ultimo colpo di cannone in Germania e dell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

L’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1968 non fu un’azione indipendente della burocrazia sovietica, ma una reazione immediata alla crescente penetrazione nel paese della CEE guidata dalla Germania. L’Occidente esaltava Dubček come il nuovo leader democratico, liberalizzatore. Il commercio tedesco toccò nuovi apici nel 1968. Dubček si accostò all’Occidente, ne accettò, come fece la Romania, alcune posizioni, per esempio nel caso del riconoscimento dell’esistenza di Israele. Il Patto di Varsavia e il Comecon venivano messi in discussione. C’era il pericolo che – come era successo in Ungheria – una genuina rivolta antistalinista diventasse un pronunciamento filoccidentale. Questo accadde non soltanto per interferenze germaniche ma anche per il brutale intervento dell’Armata Rossa. E se le cose non assunsero i toni estremi del 1956 ungherese, fu perché l’occupazione sovietica si rivelo alla fine piu mite di quanto si potesse temere.
Durante la “rivoluzione ungherese del 1956 scrissi secondo questa linea in dichiarazioni pubbliche a Cape Town. Questo punto di vista era diffuso nei circoli progressisti del Sudafrica. Vidi molti gruppi di “rifugiati” ungheresi che arrivavano a Cape Town in treno, nave o aereo, nel 1956 e 1957. Questi “combattenti della libertà” furono accolti con un saluto ufficiale del governo nazionalista. Tutti i partiti e le chiese e l’intera stampa anglo-boera sostennero la “rivoluzione” ungherese. Molti rifugiati si integrarono agevolmente nel regime dell’apartheid. Altri andarono nel Malawi (allora Nyassaland) ad aiutare gli inglesi a reprimere una rivolta africana contadina e operaia. La repressione avvenne nella massima brutalità, molti anni prima che il Malawi diventasse indipendente.


Abbandonare l’imperialismo, 2008

La politica dell’Abbandono dell’imperialismo si trova ad affrontare il problema specifico di come i lavoratori delle classi degli Stati anti-imperialisti dei lavoratori (Cuba, Cina e Corea del Nord), degli Stati semicoloniali non più in mano ai lavoratori (Vietnam, Cambogia, l’ex Unione Sovietica e la Serbia), delle semicolonie in Asia, Africa, nelle Americhe e in Oceania, dei non europei razzisticamente sfruttati negli Stati dominati dall’imperialismo, degli “indios” e degli africani in “America Latina” e degli Stati neocoloniali corrotti dall’UE (Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e i Balcani) possano rapportarsi alle costanti intrusioni della sinistra socialista del “primo mondo”. Prendiamo ad esempio il sostegno che quest’ultima dette alla “rivoluzione ungherese” del 1956. A fine giugno 2006 Bush, il presidente degli Stati Uniti d’America, visitò l’Ungheria allo scopo dichiarato di solidarizzare con la posizione antisovietica che questa aveva assunto in precedenza, e con la sua attuale posizione anticomunista, favorevole agli Stati Uniti, all’Unione Europea e alla NATO. La “sinistra” socialista non stalinista appoggiò quasi unanimamente la “rivoluzione ungherese”, al seguito dei socialdemocratici europei e del cardinal Mindszenty (l’uomo del Vaticano che via radio aveva chiamato alle armi contro gli “invasori” sovietici). In Sudafrica vidi coi miei occhi i “rivoluzionari” ungheresi salire a bordo dei treni dell’apartheid che da Città del Capo li portarono in Malawi per aiutare l’imperialismo britannico e i suoi coloni “bianchi” a soffocare nel sangue una rivolta di contadini africani contro il razzismo e lo sfruttamento fascista delle loro terre. Il Non-European Unity Movement (Movimento di Unità Non-Europea) e il settimanale sudafricano “The Torch”, insieme ai seguaci dell’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) di Mandela, condannarono la “rivoluzione” ungherese. Io e Ben Kies, uno dei leader del NEUM, prendemmo le parti dell’Unione Sovietica contro quella che considerammo una insurrezione armata filoimperialista. Nella lotta di classe ungherese eravamo sul lato opposto a quello spalleggiato dalla “sinistra” e ora anche da Bush. Lo stesso antagonismo di fondo tra socialisti e imperialisti da un lato e il marxismo-leninismo anti-imperialista dall’altro si confermò in Cecoslovacchia nel corso degli anni ’80, poi per un decennio in Jugoslavia, e infine nel 1991, quando l’imperialismo e i socialisti (inclusi i “trockijsti”) abbatterono l’Unione Sovietica precipitandola nell’attuale condizione di paese semicoloniale del “terzo mondo”. Nel corso di quella lunga e tragica serie di eventi la politica dell’Abbandono dell’imperialismo significò non-collaborazione e resistenza armata contro i poteri occidentali e tutti i loro collaboratori, dalla destra fascista alla sinistra “trockijsta”, ecc.
Per quanto riguarda l’”autodeterminazione”, grido di battaglia della sinistra contro le repubbliche della Jugoslavia socialista costruita dai comunisti di Tito che abbatterono l’occupazione nazista tra il 1940 e il 1945, anche in questo caso la sinistra socialista fiancheggiò la guerra fredda e calda guidata dall’imperialismo di matrice statunitense e tedesca contro uno Stato del socialismo reale e i suoi popoli. Il defunto papa polacco, in un discorso tenuto a Zagabria, fece dell’”autodeterminazione” una chiamata alle armi. Nello stesso periodo, i “trockijsti” boicottarono a Torino una mia conferenza in sostegno alla Jugoslavia, nella quale avvertivo che l’”autodeterminazione” avrebbe innescato sanguinose guerre “etniche”, autodistruttive per tutte le parti in causa, che avrebbero devastato l’unità transnazionale della Jugoslavia – ciò che effettivamente accadde, come tutti ora sappiamo. La stessa sinistra appoggiò l’imperialismo capitanato dalla NATO nei Balcani durante gli anni ’90, “difese” gli albanesi razzisti nel Kosovo (che in precedenza era il cuore della Serbia) e appoggiò attivamente il rovesciamento del socialismo reale jugoslavo e lo smembramento imperialista della repubblica federale. Quando tutto ciò ebbe inizio, con la caduta del muro di Berlino nel 1990, Ernest Mandel, leader della sezione europea della “Quarta Internazionale”, agitava la sua bandierina rossa di sopra il muro.
   Durante tutto questo terribile periodo la sinistra collaborò con l’imperialismo invece di abbandonare tutte le fazioni che stavano dilaniando la Jugoslavia: gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite, e anche quegli esponenti e quegli organi della Chiesa che obbedirono alla chiamata all’”autodeterminazione” venuta da Zagabria, e tutte le organizzazioni e la stampa di sinistra che in qualsivoglia modo avevano accondisceso allo smembramento della Jugoslavia.
   Se tale Abbandono dell’imperialismo fosse stato messo in atto nel decennio conclusivo del XX secolo, avrebbe avuto un effetto distruttivo sul settarismo etnico, il razzismo e la teologia dottrinaria della non-liberazione che pervadono il “primo mondo”, e avrebbe costituito un solido passo avanti per gli anti-imperialisti di tutto il mondo. Allo stesso tempo, ribadiamo che la politica dell’Abbandono dell’imperialismo significa creare e far crescere organizzazioni e strutture sociali anti-imperialiste, perché l’Abbandono dell’imperialismo e costruttivo nella sua apparente distruttivita, ed è perciò positivo nel suo negarsi alla collaborazione. Se l’Abbandono dell’imperialismo fosse stato praticato a un qualche livello di massa nel corso dei recenti avvenimenti in Afghanistan, Iraq, Europa dell’Est, Cecoslovacchia, Jugoslavia e nella controrivoluzione finale, quella contro l’Unione Sovietica, il mondo sarebbe ora molto più sostenibile e vivibile rispetto a ciò che è diventato per mezzo di un terribile e tragico inganno. Purtroppo, soltanto nella non-collaborazione e nella resistenza irachene e nel concreto sprezzo che Cuba ha opposto all’embargo statunitense (ed europeo) si sono visti all’opera elementi importanti di una politica dell’Abbandono dell’imperialismo. Laddove, sotto altri nomi, si è tentato di metterla in atto, questa politica ha salvato almeno una nazione, Cuba, e le sue classi lavoratrici e professionali, ha scongiurato la loro distruzione totale in un’altra ancora, il Venezuela. In tutti e tre questi casi si stanno sperimentando concretamente gli effetti positivi della pratica di una politica che noi chiamiamo Abbandono dell’imperialismo.