luni, 29 octombrie 2012

Il dominio del modo capitalistico postbellico, che aveva tre continenti che gli fornivano il proprio super-plusvalore



   Il modo capitalistico, il cui feto si trovava nel conflitto nazionale-modale delle Crociate, sta ora entrando nel suo X secolo. Di questi quasi 900 anni, l’epoca imperialista, la “fase finale del capitalismo”, si è presa un secolo, considerando la Conferenza di Berlino del 1884 come il battesimo formale di questa specie di colonialismo. La forma imperialista del colonialismo fu caratterizzata dall’esportazione di capitali (Lenin in Imperialism). Dal 1884 al 1918 la più importante forma di capitale coloniale fu l’investimento privato diretto (Rhodes, Rothschild, Beit, Barnato, Oppenheimer, Goldie, Cadbury, Leopoldo II ecc.). Tra le due guerre questa forma fu superata dagli investimenti in portofoglio attraverso le borse, le quali risalgono, da parte loro, al periodo dell’accumulazione primaria 1. Dopo la seconda guerra mondiale, nuove forme divennero dominanti: 
   a)  “AID” (Acronimo per “Agency for International Development”, “AID” in inglese significa “aiuto) da parte della Banca Mondiale, dalla European Investment Bank, dal Fondo Monetario Internazionale, da Enti statali e sovranazionali (CEE, tramite la Convenzione di Lomé, la FAO, l’Unesco ecc.); 
   b)   prestiti usati da Società europee, statunitensi, giapponesi ecc. per eseguire dei contratti nel terzo mondo, che si assicurano così un doppio profitto e cioè del lavoro a buon mercato impiegato dagli imprenditori in Nigeria, India, Brasile ecc. ed il peonaggio finanziario del paese debitore; 
   c)    joint-ventures di capitali, nelle quali l’imperialismo rinunciava ad una parte od alla totalità della sua proprietà nominale dei mezzi di produzione coloniali in cambio di monopoli mercantili e finanziari e di un meno costoso controllo del mercato del lavoro tramite le burocrazie e le borghesie degli stati ora indipendenti; 
   d)     trasferimento di industrie (prevalentemente leggere, ma anche pesanti) in mercati del lavoro più produttivi e più a buon mercato in aree di insediamento (Brasile, Argentina, Messico ecc.) ed in aree strategiche (Singapore, Hong Kong, Corea, Filippine, Taiwan ecc.). Questo trasferimento di industrie (mezzi di produzione) fu accompagnato da un corrispondente trasferimento di capitale finanziario, di qui il peonaggio debitorio di Brasile, Messico, Argentina ecc.; 
   e)      trasferimento di lavoro asiatico, caraibico ed africano in paesi imperialisti (dove questo subisce una discriminazione sia razziale sia nazionale, il che in qualche caso ha un potenziale fascista, e in qualche altro, rivoluzionario).
   La nuova forma consistente nell’esportazione di capitali 2 richiedeva la rinuncia sia al potere politico formale (donde l’indipendenza in Asia ed in Africa), sia alla proprietà formale dei mezzi di produzione che passavano sempre più nelle mani degli stati neocolonialisti indipendenti dell’Africa (praticamente senza borghesia) o dell’Asia (borghesia debole) o del Sudamerica (borghesia degli insediamenti). Questo fenomeno ebbe due conseguenze. Una fu nel campo della teoria  marxista che non poté più a lungo sostenere la definizione del capitalista come di chi possiede i mezzi di produzione, poiché, ovviamente, i maggiori restavano gli imperialisti e non i loro mediatori periferici (burocrazie, borghesie, coloni). Ciò che conta è evidentemente non la proprietà legale dei mezzi di produzione, ma la proprietà del capitale finanziario che controlla questi mezzi di produzione attraverso delle agenzie mediatrici. L’altra conseguenza è correlata alla prima: il “centro” è incapace di funzionare senza un intermediario periferico 3 (che include sia le nazioni imperialiste sia quelle semi-coloniali ed anche stati “socialisti” come Cina e Cuba), ma consiste di classi sociali, una delle quali è al “centro” e l’altra alla “periferia”. Il mediatore centrale è il “proletariato borghese” con le sue unioni socialdemocratiche ed eurocomuniste ed i partiti politici che negoziano costituzioni e contratti neo-colonialisti con “burocrazie indipendenti”. In questa arena la classe mediatrice centrale incontra i mediatori periferici, cioè i burocrati africani (o la semi-borghesia in Egitto, Tunisia, Liberia), la borghesia asiatica ed i cugini colonizzatori degli imperialisti. I burocrati sono i “resti” del comunismo primitivo precoloniale in ex-colonie dove c’era stato un comunismo primitivo misto agricolo. I capi ritribalizzanti riemersero infine come tiranni tribali (Dada Amin in Uganda, Bokassa nell’”Impero” dell’Africa Centrale, Ciombé e Mobutu nello Zaire, Kenyatta nel Kenya), ed il passato tribale si rifletté anche nel culto dei leader del “marxismo africano” come Nkrumah, Keita, Sekou Touré. Dove, d’altra parte, c’era stato un dispotismo comunitario pre-coloniale (India, Ceylon ecc.), la vecchia classe dispotica fu compratorizzata, zemindarizzata e borghesizzata (personificata, nei vari casi, da Nehru, Gandhi, Sun Yat Sen, Chang Kai Shek, Nasser, Bourghiba ecc.).
   Nei casi dell’Indonesia e delle Filippine, la borghesia nazionale emerse come una creazione militarizzata dei colonialisti olandesi, spagnoli ed americani. Oltre al loro ruolo mediatore in situ, le burocrazie e le borghesie neo-coloniali giocarono un ruolo ideologico: il loro “anti-imperialismo” mascherava la loro funzione mediatrice e, inoltre, la loro “corruzione” (insignificante se paragonata a quella dei loro principali “Lockheed”, D’Estang, Wilhelmina, Vorster) serviva perché i mediatori centrali socialdemocratici ed eurocomunisti 4 sembrassero almeno degli “onesti sensali”. Infatti i mediatori centrali raccoglievano una parte del super-profitto mondiale maggiore di quella raccolta dai mediatori periferici. Il loro “proletariato borghese” fu corrotto dai super-profitti rimpatriati e dal “plusvalore nascosto” in materie prime a buon mercato ed in prodotti importati a prezzi corrispondenti al sub-valore della forza lavoro semi-coloniale, ma venduti al loro valore di scambio sul mercato mondiale 5.
   Il mediatore centrale, che è ancora considerato ottimisticamente dalla “sinistra” europea come l’”avanguardia della rivoluzione mondiale”, è parte in un patto sociale con i suoi capitalisti contro l’”Est” ed il “Sud”. La base di questo patto è il tasso di plusvalore basso o negativo nell’”Occidente”. Nel 1944 economisti del “Non-European Unity Movement” del Sud Africa trovarono che le statistiche dimostrano che il minatore “bianco” (che è metà poliziotto ed ha una produttività inferiore a quella del minatore africano, ma che, per questo calcolo, fu considerato della medesima produttività) guadagnavano più di quanto producesse. Nell’industria i salari “bianchi” erano all’incirca uguali al “valore aggiunto”. Questi fatti sembrano contraddire la teoria marxista, ma paradossalmente la confermavano perché qui la giornata lavorativa era inferiore od uguale al “tempo di lavoro necessario” di questi lavoratori. Nel 1952 i salari, sia nelle miniere sia nell’industria, erano superiori al “valore aggiunto” 6. Poiché noi vedevamo il Sud Africa come un microcosmo del capitalismo mondiale, e quest’ultimo come “apartheid su scala mondiale”, ci chiedemmo se questo anomalo “plusvalore negativo” non fosse una variante sudafricana di un più ampio tasso negativo di plusvalore mondiale”. Studi condotti negli anni cinquanta ci dimostrano che il tasso sudafricano non era eccezionale 7.
   Ulteriori dati mostrarono che l’eccedenza del lavoro “necessario” rispetto al tempo di lavoro totale era in crescita nel Nord America e nell’Europa nord-occidentale 8. Nel 1970, io chiamai questa differenza S ovvero “plusvalore negativo”. In Structure de classe du système impérialiste di S. Amin del 1975, il valore aggiunto medio mondiale per lavoratore effettivo (prendendo il contadino del “terzo mondo” per 1/10 del lavoratore USA-europeo) era calcolato in 7234 dollari. Il salario medio di 68 milioni di lavoratori statunitensi, canadesi, australiani ed europei nord occidentali era superiore a questo “valore aggiunto” medio (salario + profitto). Questo numero rappresentava 1/3 dei lavoratori dell’OCSE. I meno pagati tra i lavoratori dell’OCSE guadagnavano molte volte di più del salario medio del “terzo mondo”. Già nel 1914 Lenin suggeriva che i lavoratori “borghesi” erano più che un sottile strato al vertice. Dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla coincidenza dell’”indipendenza” asiatica ed africana, con la sezione positiva della cresta della quarta onda di Kondratieff, questa borghesizzazione divenne una caratteristica socio-politica generalizzata delle nazioni “avanzate” (OCSE). Questo trend si manifestò con un tasso declinante di plusvalore:

Anno
Europa dei 9 (CEE)
USA
Giappone

1960
1966
1970
1976
1980

0,612
0,516
0,490
0,388
0,388

0,373
0,389
0,284
0,276
0,275

non disponibile
0,836
0,914
0,496
0,575
(Dalle statistiche del reddito nazionale, che includono il valore aggiunto occulto e così un tasso di plusvalore rispetto ai salari superiore a quello reale).







   Questi tassi sono l’inverso della proporzione del plusvalore nel “Sud”, dove le cifre ufficiali danno un valore troppo basso, questa volta perché i residenti, “lavoratori” dei paesi dell’OCSE ecc., guadagnano una quota importante del “reddito nazionale”. In Africa, i residenti europei ecc. hanno circa il 50 per cento del reddito del continente (questo è vero perfino nello Zaire e le storie sulle ricchezze di Mobutu intendono mascherare questo saccheggio occidentale).
   Questo proletariato borghese è il prodotto del trasferimento di plusvalore dal “Sud” all’”Occidente”. Nel 1960 il quadro mondiale era che l’”Occidente”, con un capitale di 2.700 miliardi di dollari, otteneva un profitto prodotto dall’Occidente di 78 miliardi di dollari pagando 450 miliardi di dollari in salari; il Sud, con un capitale di 300 miliardi di dollari faceva profitti per 130 miliardi, pagando salari per 70 miliardi. Il trasferimento del plusvalore fu del 10% del “valore aggiunto” mondiale (esclusi i Paesi socialisti) 9. Facendo uso delle statistiche nazionali dei redditi ufficiali dell’OCSE, del FMI e dell’ONU, il trasferimento può essere calcolato coi concetti marxisti di “tempo di lavoro universale” 10, di “lavoro sociale universale” 11 e di “lavoro astratto generale” 12. Il metodo usato consiste in:
a)      Sommare tutti i redditi ufficiali (cioè apparenti) (per l’Occidente e per il Sud).
b)      Sommare tutti i lavoratori effettivi. Per l’”Occidente”, un parametro di produttività, p, è
fatto = 1 per indicare che tutti i suoi lavoratori effettivi sono pari ai suoi lavoratori produttivi. Per il Sud i lavoratori autonomi sono considerati col parametro 0,3 nelle città ed i contadini ed i lavoratori delle fattorie col parametro p = 1/6, mentre i lavoratori delle miniere, dei trasporti e dell’industria hanno p = 1,0. I disoccupati non vengono calcolati (10 volte più nel “Sud” che nell’”Ovest”). Questi fattori sono vicini a quelli usati da S. Amin nel suo lavoro del 1975.
c)      Dividere a) per b) per ottenere il valore prodotto (PV + V) attraverso il “lavoro sociale
universale”.
d)     Moltiplicare il numero dei “lavoratori effettivi” in “Occidente” per c) per ottenere i redditi
nazionali effettivi (e non “apparenti”) dell’”Occidente” e fare la medesima cosa per il “Sud”.
e)      Sottrarre d) dell’”Occidente” da a) dell’”Occidente” per ottenere il trasferimento dal “Sud”
all’”Occidente”. Sottrarre a) del “Sud” da d) del “Sud” per avere lo stesso trasferimento in modo parallelo.
   Questo metodo mostra che nel 1975 il centro ha ricevuto circa l’80% del reddito mondiale (ad esclusione del gruppo socialista) ma aveva meno del 70% della forza lavoro “effettiva” “Occidente” + “Sud” 13, che produsse quindi meno del 70% del valore aggiunto totale dell’Occidente + Sud. Il trasferimento fu quindi del 10% (80% meno 70%). In termini assoluti il trasferimento fu quindi di 300 miliardi di dollari (che è anche la conclusione di Amin). Circa 1/3 del trasferimento sussidiò i salati dei lavoratori nordamericani, nordeuropei, sudafricani ed altri africani “bianchi”, israeliani ed australiani. Il trasferimento nel 1982, impiegando il metodo sopra usato, è indicato qui di seguito, includendo questa volta le “semi-colonie socialiste”.
   Il plusvalore (cioè i sovraprofitti) trasferito di 1.290 miliardi di dollari nel 1982 fu circa il 12% del reddito mondiale e circa il 20% dei redditi nominali nazionali dell’Occidente. Le nazioni socialiste sono tra quelle che perdono plusvalore e sono quindi “semicoloniali”. Wallerstein, tuttavia, sostiene che l’URSS “lo fa all’interno del blocco” 14. Poiché ci sono due diversi tassi di plusvalore, uno per l’Occidente ed un altro per il Sud, devono necessariamente esserci due distinti tassi di profitto. La generalizzazione di un saggio di profitto su scala mondiale è quindi soltanto un’astrazione. In pratica il tasso del Sud, circa tre volte più elevato di quello dell’Occidente, spinge i capitale verso il Sud. Questa tendenza è contrastata da tendenze centripete strategiche e politiche che mantengono le ricerche spaziali, nucleari, sui microcircuiti ecc. per quanto possibile nel “centro” (la costruzione di bombe A in Sud Africa a Palindaba sottolinea soltanto la posizione “centrale” del Sud Africa nell’economia mondiale. Infatti essa detiene più capitale britannico dell’India).


Tipo di nazioni
(1982)
Popolazione (milioni)
Reddito nazionale
(in miliardi
di dollari)

(a)
Forza lavoro effetiva
(milioni)

(b)
Reddito nazionale
effettivo
(in miliardi
di dollari)
(d)
Trasferimento
di
plusvalore

(e)
Imperialiste
(Occidente)
800
6.500
270
19.300 x 270
= 5.210
+ 1.290
Semicoloniali
(Sud)
2.400
1.700
150
19.300 x 150
= 2.895
- 1.195
Socialiste
(Est)
1.500
2.800
150
19.300 x 150
= 2.895
- 95
Mondo
4.700
11.000
570
11.000
trasferimento
= 1.290

Valore aggiunto dal “lavoro sociale universale” = (a) : (b) = miliardi di $ 11.000: forza lavoro in milioni 570 = $ 19.3000 circa.

   La tabella qui sopra suggerisce che esiste un “asse mondiale del plusvalore” della forma Sud/Est ˗˗˗˗˗˗˗ Occidente. Ad eccezione del Giappone, che incrociò da un lato questo asse durante lo Shogunato Tokugawa, esso rappresenta un legame Non-Europa ˗˗˗˗˗˗˗ Euroamerica, lungo il quale scorrono sia i super-profitti sia la ricchezza materiale, sia il valore di scambio sia il valore d’uso, quest’ultimo congelato nell’Occidente sotto forma di metropoli e megalopoli: il plusvalore trasferito diventa capitale fisso costante 15. Questo flusso è la forza centripeta che tiene assieme il sistema mondiale. Essa è bilanciata da una forza centrifuga: l’esportazione di capitali. Queste due forze costituiscono la fondamentale dinamica che mantiene il sistema capitalistico mondiale in un equilibrio stabile: se cioè si verifica uno spostamento, la tendenza per l’intero corpo non è di “precipitare”, ma di trovare qualche posizione di equilibrio. Questo equilibrio dinamico stabile superò sia la rivoluzione russa sia quella cinese, due guerre mondiali e le maggiori crisi di Kondratieff e tende a convertire la sua tecnologia rivoluzionaria in una “stagnazione” social-politico-culturale.
   Le forze dei trasferimenti di plusvalore e di capitali non solo trasformarono l’indipendenza, per l’Asia e per l’Africa, in nuove forme di dipendenza, ma frenarono e tesero a rovesciare le rivoluzioni russa ed est-asiatiche (ed incanalarono le vittorie anti-Portoghesi del Paigc, del MPLA e del Frelimo in Africa in una curva ad U). Questo condusse negli anni ’30 alla Rivoluzione manageriale (James Burnham), al Collettivismo burocratico (Bruno Rizzi) ed al Capitalismo di Stato (Sidney Hook, Cliff, Eastman, Max Schachtman), seguiti, decine d’anni più tardi, da Bettelheim, Sweezy ed altri. Trotzky riteneva che una burocrazia e non una classe avesse “espropriato politicamente il proletariato” in un paese circondato dal mercato mondiale 16, dal “capitale internazionale” 17 e dall’imperialismo. “L’Unione Sovietica è una società contraddittoria a mezza via tra capitalismo e socialismo” 18, ma “definire il regime sovietico come di transizione od intermedio... può produrre l’idea errata che... soltanto una transizione verso il socialismo sia possibile. In realtà è pienamente possibile uno scviolamento indietro nel capitalismo” 19. La natura inter-modale dell’URSS, della Cina ecc., sebbene reversibile, è parte di una rivoluzione da un vecchio modo in un modo nuovo. I modi pre-capitalistici si muovevano verso il modo capitalistico; il modo post-capitalistico è un tendenziale ritirarsi fuori dal modo capitalista. Questi movimenti modali “transnazionali” significano che il capitalismo fu l’unico modo nel mondo solo per un certo periodo. Questo periodo fu assai breve: circa dalla Conferenza di Berlino del 1884, quando venne completata la conquista dell’Africa dopo quella dell’Asia (l’America era stata sopraffatta da lungo tempo), fino al 1917, alla Rivoluzione russa, cioè circa mezzo secolo.  
   Tuttavia, dal 1500, cioè da circa 500 anni, il modo capitalistico è il modo dominante nel mondo. Il mondo attuale è dominato dal capitalismo, ma ha un modo post-capitalistico che interseca il suo modo dominante; più precisamente, il modo dominante include vaste aree economiche, politiche e culturali del modo “transnazionale” post-capitalistico. Questo è stato provato dall’attrazione popolare nel 1956 in Ungheria, nel 1968 in Cecoslovacchia e nel 1982 in Polonia per gli standard di vita e morali dell’Occidente imperialista e per uno “slittamento indietro verso il capitalismo”. Le insurrezioni di Berlino dei primi anni cinquanta furono della stessa natura filo-occidentale, come lo fu la massiccia emigrazione dalla Germania Orientale alla Germania Occidentale prima del “muro”. Tutto ciò rifletteva il dominio del modo capitalistico, inclusa la sua superiorità tecnologica e, soprattutto, incluso il fatto di avere tre continenti che gli forniscono il proprio super plusvalore. Questo trasferimento e non una qualche “inferiorità” od innata debolezza nel socialismo spiega gli spostamenti umani da Berlino Est a Berlino Ovest 20, la defezione dei dissidenti sovietici verso la NATO, il Sionismo e le “democrazie” occidentali (di cui le “nazioni socialiste” non godono perché esse sono assediate dall’imperialismo ad una serie di livelli). La democrazia dell’Occidente è un lusso – come è stato provato dal Nazismo – ed è resa possibile soltanto dalle sue dittature nel Sud (Pinochet, Videla, Amin, Bokassa, da Smuta a Botha, Marcos, Mobutu ecc.).
   La vittoria dell’URSS sulla Germania nazista nel 1944-’45 fu quella di un modo sedicente post-capitalistico su un modo capitalistico stagnante, non di un regime totalitario su un altro. Stalin non fu né un Hitler né un Gengis Khan. Nel suo Dispotismo Orientale, che seguì al suo lavoro sulla dinastia Liao dei secoli X ed XI (che Needham chiama una dinastia nomade e non-cinese), Wittvogel cosidera lo zarismo russo e lo stalinismo come delle società a modo asiatico di produzione. Tuttavia il dispotismo tribale dei Boiardi di Kiev non si evolse in un vero e proprio dispotismo comunitario. Da Ivan il Terribile si sviluppò un modo misto comunitario (mir-obscina)-feudale-boiardo (nel senso di nomarchico, satrapo, daimyo), distorto verso l’Occidente dalla maniera particolare in cui il modo di produzione europeo si comportò sul suolo russo. Da Pietro il Grande, il modo misto russo si volse verso l’Occidente, ma conservò il proprio aspetto semi-asiatico, mir-obscina insieme con le accessorie caratteristiche nomadiche. L’idea di Wittvogel (condivisa anche da Dunne) non è propriamente storica. Stalin non fu un Gengis Khan, ma, un po’ come Ivan e molto come Pietro e Caterina, la personificazione politica non dell’Asia bensì dell’Europa nelle steppe della Russia. Né la burocratizzazione staliniana della Rivoluzione russa fu il prodotto di qualche difetto innato del marxismo, del leninismo e del comunismo (che, come fu dimostrato da Trotzky, non ebbe neppure inizio in Russia, ma fu la tesi di Ciliga, Koestler, Silone, Orwell, Solzenicyn nei loro romanzi e di Isaac Deutsch nel campo dell’analisi politica). Al contrario, lo stalinismo fu l’ombra dell’Occidente sulla Russia, derivante dall’accerchiamento e dalle invasioni capitalistiche su tutti i fronti e dal patto sociale tra il capitale imperialista ed il lavoro imperialista che sta all base del “fallimento della rivoluzione proletaria europea” (compreso l’eroico tentativo degli Spartachisti). Lo stalinismo fu l’intersezione del modo di produzione capitalista effettivo e del modo di produzione comunista potenziale.
   La burocratizzazione del mondo di Bruno Rizzi del 1939 trattava la burocrazia sovietica come una classe e l’URSS come un modo “asiatico feudale” che divenne stagnante in assenza di un mercato competitivo di beni di produzione e di consumo. Prima di morire nel 1977, nel suo lavoro auto-pubblicato sulla decadenza di Roma, egli attribuì similmente questa al dominio dello stato su un’economia di mercato contraentesi. Rizzi tuttavia guardava Roma dall’interno e non anche globalmente. Il declino fu causato dalla combinazione della contrazione del tributo schiavistico-colonialistico (compresi i tributi in grano dall’Africa) e dell’assenza di una classe capace di rivoluzionare il modo schiavista romano e dotata di sufficiente elasticità dove questo modo si trovò a confronto con i modi afro-asiatico e franco-germanico.
   Rizzi e Burnham (nel suo best-seller Managerial Revolution) vedevano la statizzazione e la burocratizzazione della società come il segno di un nuovo modo di produzione sia in Russia sia nell’Occidente. “1984” di Orwell vedeva il mondo come una generalizzazione dello stalinismo. Pierre Naville, che Trotzky non riuscì a convincere nelle discussioni del 1930, trovò “socialismo di Stato” una definizione adatta per il supposto nuovo modo russo. Sebbene tutte le definizioni del genere siano delle contraddizioni in termini (il socialismo mira ad una società senza stato; e Lenin diceva del “capitalismo di stato” che non può esistere capitalismo senza capitalisti), esse esprimevano la complessità dell’intersezione modale iniziatasi nel 1917 ed ampliatasi con la rivoluzione cinese del 1949 guidata da Mao Tse Tsung e più tardi deformata. La de-stalinizzazione contraddittoria da parte della burocrazia dal 1956 aveva dietro di sé le forze trainanti della vittoria russa sul nazismo (sia pure al prezzo di 20 milioni di vite), le rivoluzioni cinese, vietnamita, coreana, jugoslava e bulgara, la “socializzazione” da parte dell’Armata Rossa di altri stati dell’Est europeo che toglievano il terreno sotto i piedi d’argilla della teoria stalinista del “socialismo in un solo paese”, cioè della contrazione del modo capitalistico e l’espansione del modo “socialista”. Nel frattempo il capitalismo si manteneva assolutamente dominante e la sua base colonialista forniva valore di scambio e valore d’uso che rendevano impossibile all’URSS di “raggiungere gli USA” come Varga si aspettava. La tecnologia ed il neo-stakhanovismo non potevano certo fornire i medesimi risultati che la tecnologia più le colonie economiche potevano realizzare e di fatto realizzavano per l’Occidente. Quanto all’URSS, il suo commercio con i partner del Comecon era del vecchio tipo semi-coloniale: esportazione di materie prime ed importazione di prodotti lavorati.

   Con il progressivo espandersi del modo “tradizionale” esso divenne sempre più nazionalmente stratificato, con l’URSS, la Polonia, la Germania Orientale e la Cecoslovacchia che formavano una toroide più vicina al “centro” imperialistico, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, l’Albania come una toroide mediana ed infine con la toroide esterna formata dai paesi ex-coloniali, Cina, Vietnam, Cambogia, Laos, Corea del Nord e Cuba (sulla base dei redditi pro capite, del consumo di energia e delle forze armate). Questa stratificazione è correlata alla “distanza” dal “centro”. Quelle nazioni che non fecero la loro propria rivoluzione sociale (Polonia, Germania Orientale, Cecoslovacchia, Ungheria e Romania) hanno sperimentato un populismo pro-occidentale, incoraggiato finanziariamente, politicamente e moralmente dalle Chiese, dai partiti e dai sindacati dell’Occidente (1956, 1968, Solidarność, non-allineamento della Romania, posizioni filo-israeliane ed a favore delle Olimpiadi di Los Angeles ecc.). Queste due serie di differenze in rapporto con il “centro” tendono a determinare dei conflitti tra stati “socialisti”, dei quali le tensioni russo-cinesi ed il conflitto armato cinese-vietnamita (reminiscenze degli antichi antagonismi tra questi due paesi) furono espressioni violente, mentre le politiche estere di Mosca e Pechino sono state divergenti riguardo la CEE, l’aiuto ai vari movimenti di liberazione in Africa (la Cina sostenne il FLNA di Holden e Mobutu armato dalla CIA) ed ai vari stati (l’URSS osteggiò il “Biafra” e l’”Eritrea”, ambedue sostenuti dalla Cina). Questi antagonismi possono considerarsi dipendenti dai rapporti tra l’imperialismo e certe “semi-colonie socialiste”. Dove la differenze globale di “livello” è alta, dove esiste un elevato grado di “dipendenza”, l’influenza dell’imperialismo è forte e viceversa. L’antagonismo nasce dalle differenze di dipendenza, l’URSS essendo la meno dipendente, mentre la Cina, in questo momento, lo è di più. La questione è complessa, e fino a questo momento non è stata fornita alcuna risposta soddisfacente 21. Ma questi antagonismi non sono modalmente nuovi (Francia ed Inghilterra erano ambedue stati borghesi e furono nemici mortali al tempo di Napoleone, mentre l’Inghilterra era alleata con la Russia “feudale”, prima contro la Francia, poi contro la Germania). L’equivalenza modale non si traduce in intese nazionali.

   Mentre nessuno stato o blocco “socialista” è diventato imperialista, nel senso leninista del termine, la II, la III e la IV Internazionale si pronunciarono tutte per gli “Stati Uniti Socialisti d’Europa” da realizzarsi in un futuro più o meno determinato; e nell’attuale modo capitalista dominante, una tale politica può soltanto diventare imperialista: anti-URSS, per la riunificazione della Germania, “bianca” ed anti-africana, cioè una NATO-CEE eurocomunista operante nella sua propria Convenzione di Lomé contro gli stati africani nel nome dell’”inter-nazionalismo”. Mandel immaginava che i lavoratori europeri mantenessero le esportazioni industriali e l’importazione di materie prime rispettivamente verso e dall’Africa ecc. (sostituendo le industrie delle armi con industrie esportatrici di macchine) e che raggiungessero il “socialismo senza lacrime” 22, cioè senza abbassare gli standard di vita europei, che deve essere necessariamente il primo compito degli stati socialisti in Europa per colmpare il “gap” tra Occidente e Sud. Così come l’imperialismo preferisce, attualmente, non possedere i mezzi di produzione della Polonia, sfruttando invece i paesi “socialisti” attraverso il proprio monopolio del capitale mondiale, dei mercati monetari e delle merci, una CEE eurocomunista governata da “stati dei lavoratori” sarebbe, in linea di principio, se inevitabile, un’alternativa accettabile alla solidarietà europea nei confronti di una rivoluzione anti-imperialista e quindi anti-CEE/NATO intrapresa da tutti i lavoratori e guidata dal proletariato delle nazioni povere ed oppresse. Tutti gli europeisti di sinistra hanno già sostenuto le “rivoluzioni politiche” (filo-occidentali) nella Germania Orientale, in Ungheria, in Cecoslovacchia ed in Polonia nonché il “parlamento europeo” ed hanno collaborato alla neo-colonialista Convenzione di Lomé, o l’hanno accettata, per commissione od ommissione; hanno sostenuto la divisione “Biafra”, “Eritrea e “Bangladesh” (ma non la necessaria divisione della Germania). In ogni caso, l’estensione del “modo transizionale” all’Europa Occidentale non può venire dall’interno, a meno che il proletariato imperialista non faccia un miracoloso salto mortalo, ma da vittorie militari dell’Est (che fecero “socialista” l’Europa Orientale) e del Sud. La sconfitta degli USA da parte del Vietnam o della Francia in Algeria sono degli indicatori apparentemente impossibili e tuttavia molto probabili delle sconfitte delle nazioni europee (per es. il Portogallo dall’Angola, dalla Guinea-Bissau e dal Mozambico) e della loro “multinazionale” CEE.

   Se un cambio modale non può verificarsi per mezzo di un “meccanismo interno”, la storia ha mostrato che esso avviene solitamente attraverso una dinamica nazione-classe esterna. La guerra, diceva Trotzky, è la locomotiva della rivoluzione. La storia ha dimostrato che questa massima è valida non solo per le guerre ingiuste, ma anche per quelle giuste. Le guerre che libereranno l’Europa da se stessa potrebbero includere un conflitto inter-modale, scatenato da un nuovo Drang nach Osten della Germania Occidentale, con la NATO alle spalle e completato dall’URSS e dal Patto di Varsavia, una guerra che soltanto le rivoluzioni cinese, vietnamica e cubana da una parte e le bombe A ed H sovietiche dall’altra hanno fino a questo momento evitato; ma più probabile alle invasioni USA-CEE in Libia ed Iran, contro la rivoluzione anti-apartheid in Sud Africa, la sovversione in Afghanistan ed alle guerre combattute lontano dall’Europa, nella sua “periferia”. Nella separazione dell’Africa, in particolare, dall’Europa, in una significativa vittoria sull’Europa, in questa lotta nazionale di classe, i due poli continentali antagonisti dell’asse del plusvalore Europa-Africa possono essere trasformati in uguali. Tali lotte inter-nazionali sono vero internazionalismo, perché la vittoria totale delle nazioni oppresse tende a depolarizzare parte dell’economia mondiale ed a indebolire le forze economiche centrali che la tengono insieme.

   Questo effetto delle lotte nazionali di classe anti-imperialiste è una reazione alla natura del sistema del mondo capitalista. La tesi di Rosa Luxemburg che il capitalismo non può funzionare senza un ambiente esterno pre-capitalista era errata per l’accumulazione regolare e la riproduzione allargata. Marx e Lenin dimostrarono che la riproduzione allargata era possibile in un sistema capitalista chiuso, senza entrate ed uscite esterne. Le equazioni della riproduzione entro e tra i comparti produttori e consumatori di merci possono essere fatte algebricamente bilanciare 23. Nella vita reale esse si sbilanciano a causa della concorrenza, dei monopoli, della mancanza di pianificazione, delle crisi, delle guerre e delle rivoluzioni. Ma in teoria ed in pratica il sistema capitalista può risolvere tali squilibri senza necessità di un ambiente esterno non-capitalista (ma un ambiente esterno “post-capitalista”, nella forma di stati “socialisti” ha aiutato le crisi mondiali correnti fornendo capitali, lavoro a buon mercato e mercati per una economia gravemente colpita dalla caduta del saggio di profitto). La tesi dell’accumulalzione del capitale della Luxemburg, tuttavia, è valida per il periodo dell’accumulazione capitalista primaria, perché questa fu resa possibile principalmente da un conflitto mondiale tra il capitalismo “in divenire” ed i modi di produzione del comunismo primitivo e dispotico comunitario non capitalista. La sua tesi che quando questi modi saranno stati distrutti dal centro capitalistico quest’ultimo dovrà crollare è stata dimostrata falsa da uno sviluppo opposto: la loro distruzione fu la vera fons et origo del capitalismo e le loro rovine ed i loro resti divennero la base del suo “essere”.

   Questo asse, atorno al quale ruota l’economia mondiale, è l’asse del plusvalore “Occidente-Sud”, disturbato da un’”oscillazione” attorno all’asse del plusvalore “Occidente-Oriente”. Il capitalismo è il primo modo con un asse mondiale centrale. Non è il primo modo mondiale, perché il comunismo primitivo un tempo fu universale. Ma il modo del comunismo primitivo non era un singolo sistema correlato, bensì un numero di masse economiche insulari disgiunte od intersecantisi unite o separate da forze reciproche operanti attraverso i loro confini. Dopo di questo il mondo non ebbe più un unico sistema mondiale fino al capitalismo. Il comunismo primitivo, il dispotismo comunitario e le piccole masse di schiavitù e feudalesimo in Europa erano in effettivo equilibrio statico tra di loro e non unite da forze comuni. Non esistevano ancora delle “forze centrali”, non esisteva alcuna relazione “centro-periferia” su scala mondiale. Il processo coloniale dell’accumulazione primaria (Marx-Luxemburg) raggruppò alcune delle masse fluttuanti esistenti in quella che poi divennne l’Europa e fece ruotare le altre masse attorno a questo asse centrlae europeo. La lunga storia dell’equilibrio statico tra diversi modi di produzione fu violentemente cambiata in una storia di equilibrio dinamico tra masse legate da forze centrali all’interno di un solo modo di produzione. Questo equilibrio è contraddittorio e violento: le forze centrali tendono ad implodere il “centro” (due guerre mondiali in un secolo, fino ad ora), e ad espandere la “periferia”, provocando delle rivoluzioni in quell’area e portando le masse orbitanti più vicine le une alle altre per mezzo di forze “tangenziali”, “circonferenziali” tendenti ad unire masse periferiche in una fascia costrittiva attorno al “centro”.

   Questo “centro” (o vertice) si troverebbe nel vuoto senza la sua “periferia” (o base). Il controllo della periferia da parte del centro inverte fenomenologicamente la dipendenza essenziale: è precisamente quella del centro sul trasferimento di plusvalore e di valore d’uso dalla periferia. Il secondo non è periferico in senso proprio, ma centrale. L’eurocentrismo inverte concettualmente ed epistemologicamente 24 questa realtà: il “centro” che controlla è parassiticamente dipendente. E questo parassitismo che si nutre dei riflessi del plusvalore e del valore d’uso di un’esportazione centrifuga di capitali è sintomatico di un “modo di produzione europeo” stagnante, auto-riproducentesi incapace di uscire da se stesso? O la sua contraddizione fondamentale di classe-nazione autogenera un modo post-capitalista? O l’evidente “progresso nei mezzi di produzione” si apre un varco attraverso gli esistenti rapporti di produzione social-nazionali per sintetizzare un nuovo modo? Oppure la fase capitalista del modo europeo di produzione, come il modo di produzione “asiatico-africano” “stagna” perpetuamente in una morte vivente od in uno stato di vita morente?
   L’evidenza empirica, a prima vista, sembra essere equivoca. È chiaro che il primo modo mondiale di produzione, quello del comunismo primitivo, fece aumentare le forze produttive tanto da consentire la formazione di un plusvalore adeguato alla divisione della società in sistemi di classe secondo il modo di produzione asiatico ed europeo. Ma anche questo processo autogenerativo non fu universale: perché certe strutture comunitarie, in tutti i continenti, la pigrizia naturale è la necessità sociale di tempo libero, di cui Paul Lafargue scrisse verso il 1880 25, vennero rese possibili da poco tempo di lavoro necessario in società basate sulla caccia e sulla raccolta e perfino in società basate sull’allevamento e sull’agricoltura. Una settimana lavorativa di 2 o 3 giorni fu per millenni frequente nei due emisferi, ma cadde innanzitutto nelle condizioni geo-economiche createsi attorno al tropico del Cancro, dove sorsero le grandi civiltà del modo di produzione asiatico ed africano dei fiumi, dei deserti, delle montagne e delle valli, seguite, verso il 1000 a.C., dalle prime forme mediteranee del mondo europeo di produzione. Due nuovi modi sorsero in condizioni climatiche e geologiche diverse:
   (a) il dispotismo comunitario (dalla forma 1 dei Grundrisse) e (b) lo schiavismo (dalla forma 2 dei Grundrisse). Questi emersero quando la scala del comunismo primitivo divenne abbastanza ampia, considerata non localmente e regionalmente, ma globalmente. Questo divenne troppo diversificato e crollò, non solo all’interno di determinate tribù, ma principalmente ai confini ed alle intersezioni di diversi gruppi tribali. Il “mondo” modale del comunismo primitivo di forma zero fu quella di tutte le aree abitate dall’homo sapiens fin da circa il 3000 a.C. Questo mondo consisteva di segmenti ampiamente disgiunti, e quando i segmenti nord-africani si fusero e raggiunsero una certa dimensione critica in rapporto al modificato clima del Sahara e della valle del Nilo, esso cambiò la propria “qualità” dalla forma 0 alla forma 1 e di qui al dispotismo comunitario faraonico. In Europa la forma 0 divenne la forma 2 di Roma e della Grecia e la forma 3 germanico-russa. In America ed in Asia la configurazione nord-africana fu quella tipica (società Olmec, pre-Inca, Indù, Huang-Ho). Ma i modi post-comunisti furono anche auto-rivoluzionari? Erano essi, per usare il concetto di Leibniz ispirato alla Cina, delle unità auto-mutanti, delle monadi modali? Od erano esse delle “società stagnanti”?  
   Il crollo dello schiavismo romano è comunemente attribuito alle “invasioni barbariche”, cioè un prodotto della forma 3 avrebbe posto fine ad uno della forma 2. Ma lungo tutta la strada tra Lione e Colonia (una colonia romana e non propriamente un campo armato) giacciono le rovine di ville, colonne, mosaici romani, i bagni del IV secolo, la Porta Nigra di Treviri, il mosaico della svastica di una villa aperta da una bomba della seconda guerra mondiale vicino alla cattedrale di Colonia, le dure pietre romane sotto le rovine franciche gotiche ed arabe dalla Linguadoca alla Spagna centrale, la porta romana a Southampton che sole resistettero alle bombe V2 di von Braun, il vallo per tener fuori gli scozzesi e trattenere gli Angli, ricordi non soltanto della conquista romana, della soggiogazione, dei tributi, ma anche del governo diretto in-situ. Prima delle decisive invasioni “barbariche” dello schiavismo romano, quest’ultimo modo aveva per lungo tempo modificato le società dei Franchi, dei Galli, dei Goti, dei Celti, degli Angli, dei Belgi e di altre tribù. Prima che i barbari conquistassero Roma, essi erano stati conquistati da Roma, e dopo aver conquistato Roma, essi furono conquistati una seconda volta. Roma fu capace di “diffondere gli elementi” di feudalesimo tra i barbari. Questi elementi provenivano dalla formazione sociale conseguente alla forma romana 2 e non alla forma germanica 3. Giacché lo schiavismo romano era basato sul doppio principio della proprietà privata della terra e dell’uomo. Il feudalesimo fu la risultante di questa doppia privatizzazione di “barbarismo semi-comunitario”.
   Fino a questo processo inter-modale, lo schiavismo greco-romano era stato “stagnante” da circa il 500 a.C. a circa il 500 d.C.: un millennio. Non fu capace di auto-eliminarsi, di risolvere le proprie contraddizioni e fu sostituito non per mezzo di una lotta di classe interna, ma da un colpo modale nazionale dall’esterno. Ma questa forza “esterna” aveva delle importanti componenti romane prodotte dalle lunghe guerre ed occupazione romane. Il conflitto non fu così soltanto un conflitto modale tra Roma e la “Germania” di Tacito, ma tra Roma e le sue “colonie”. Era un’unità dialettica di conflitti intra-modali ed inter-modali.
   Ci fu uno scambio tra due sistemi a “combustione interna”, A e B, il cui risultato fu la conclusiva negazione di ambedue e l’emergere di un nuovo modo. L’intero movimento è a “spirale”. In luogo di una lotta di classe nel modo A (non c’erano vere e proprie classi nel modo B), abbiamo una lotta inter-modale come meccanismo della rivoluzione sociale. Il modo schiavistico romano non aveva alcuna classe capace od interessata a risolvere le contraddizioni di uno schiavismo decadente e stagnante basato sul colonialismo. I patrizi, i plebei, loro alleati contro gli schiavi e le popolazioni coloniali, gli schiavi stessi, nessuna classe poteva fare una rivoluzione sociale a Roma, Atene, Sparta, Corinto, e neppure ad Alessandria. Alla fine, una “periferia” “retrograda”, coloniale, svolse il ruolo della mancante classe rivoluzionaria in una lotta modale nazionale che produsse un feudalesimo precoce che il riflesso difensivo contro il modo asiatico di produzione commerciale arabo del VII secolo portò alla maturità.
   Le due principali classi del modo di produzione asiatico, i comuni cittadini ed i despoti di Ibn Khakdoun, non potevano portare avanti una rivoluzione sociale senza distruggere, come abbiamo visto, le loro proprie condizioni di esistenza. I passi compiuti dalle forze della produzione nelle società cinese, indiana, maya, azteca, inca, axumita ecc. ristabilizzarono ripetutamente il modo senza cozzare contro i rapporti di produzione del modo asiatico di produzione. La lotta di classe di Taiping si proponeva di tornare allo sciamano, al comunismo taoista dai quali il modo asiatido di produzione si era svillupato. Lo shogunato preservò la parte principale dell’asse C˗˗˗˗C del plusvalore ed i daimyos privatizzarono una minor parte del popolo distributivo di questo asse. Soltanto in un mondo profondamente cambiato dall’Europa colonialista, lo shogunato, come Pietro il Grande nello stesso periodo, rivoluzionò il modo semi-asiatico di produzione. In questi casi l’impulso rivoluzionario venne dall’esterno e la sua mediazione sociale interna non fu una classe oppressa, bensì la classe dominante stessa. Questo impulso, e non delle lotte di classe “monadiche” all’interno del Giappone, si combinarono con i progressi tecnologici nelle forze produttive per generare la rivoluzione sociale, nel caso speciale del Giappone, dal modo di produzione asiatico al capitalismo. Una rivoluzione modale simile ma più “mista” ebbe luogo in Rusia. Tutti gli altri modi di produzione asiatici rimasero in continuo movimento, riproducendo se stessi tra progressi scientifici, culturali e tecnologici che il modo di produzione europeo non manifesto fino al capitalismo. Circa quest’ultimo, la sua “rivoluzione sociale” in India rovino a tal punto il sistema di irrigazione, de-culturalizzò in tal misura il paese, che per il quarto di millennio di governo europeo, la regione subì una “stagnazione” più profonda di quella che essa aveva sperimentato all’interno del “modo asiatico”.
   Se il modo asiatico di produzione viene considerato nazionalmente, esso sembra essere stato sempre stagnante. Ma preso su un scala “mondiale” sufficientemente larga, per es. dall’Asia Orientale al Meditteraneo arabo, troviamo che i suoi confini e le sue intersezioni con altri modi sono altrettanto rivoluzionari quanto i confini e le intersezioni tra Roma e la “Germania”. Il dispotismo comunitario preso globalmente, aveva dei lunghi coni tribali a nord (tribu mongole, manciù, amerindiane) ed a sud (tribù australiane, polinesiane, bantù, san, sudamericane). Ma a nord del modo dispotico comunitario in Africa e ad occidente del modo dispotico comunitario in Asia c’era il modo di produzione europeo con la sua sequenza peculiare schiavismo-feudalesimo-capitalismo e la sua duplice privatizzazione (e quindi privazione) della natura e dell’uomo. Gli eserciti nomadi, arabi, spinti dalle città commerciali arabe, attraversarono questi confini occidentali che i Tolomei, i Romani ed i Bizantini avevano da molto tempo destabilizzato. Le invasioni iraniane, arabe, mongole e mogul dell’India furono parzialmente una deviazione dallo scudo modale europeo. Il modo dispotico comunitario in America rivoluzionò il comunismo primitivo attorno a sé, finché esso non fu distrutto dalla Spagna. In quanto aggregato, la stagnazione delle società del modo dispotico comunitario fu il lato conservatore di un modo che aveva dei confini rivoluzionari con dei modi tribali ed anche feudali.
   Dalla Jihad del VII secolo, attraverso le crociate fino alla sconfitta di Granada, il fianco arabo del modo asiatico di produzione fu in guerra col modo feudale europeo di produzione. Questa guerra di 850 anni fece più, per rovesciare il feudalesimo che non le lotte di classe delle città medievali, delle rivolte dei mercanti, delle corporazioni e dei contadini. Infatti esso resistette tanto bene che, dopo 1000 anni di stagnazione dopo la caduta di Costantinopoli e dopo il Rinascimento e la Riforma, ci fu una seconda “era della servitù” in gran parte dell’Europa. I feudatari favorirono la propria caduta indebitandosi verso i capitalisti che finanziarono le loro crociate e che essi (e gli anticrociati egiziani) arricchirono con nuove forze di produzione in questa “prima spedizione di rapina del capitalismo”. Quei feudatari che non si rovinarono nel conflitto nazionale-classista-modale con gli “arabi” divennero essi stessi capitalisti. La lancia del modo asiatico di produzione diretta contro il feudalesimo aveva una punta araba, ma una lunga e pesante asta “asiatica”. Il monumentale Science and Civilization in China di Needham (1854 e segg.) dimostrò che la Cina aveva tra il III ed il XIII secolo un livello di conoscenza scientifica largamente superiore a quello occidentale e che “... c’era stata una distinta influenza della cultura cinese sull’arte europea nel tardo Medioevo e durante il Rinascimento” 26. Quando l’Arabia sconfisse l’esercito Thang sul fiumem Talas nel 751, le vie di comunicazione di terra eurasiatiche rimasero chiuse per lungo tempo, ma la marina araba  dominava l’Oceano Indiano. I capitani arabi facevano vela per la Spagna e per Canton, dove, nel 651, fu aperta la prima ambasciata araba. Mercanti arabi raggiunsero Sila (Corea) e Wakwak in Giappone nell’VIII secolo. Soltanto nel XII secolo la Cina rivaleggiò con la navigazione araba nel Pacifico. L’Arabia ereditò gli antichissimi legami cino-europei. Teggart 27 dimostrò che dal 230 a.C. guerre e deviazioni dalla Muraglia produssero onde d’urto che si propagarono attraverso la antica via della seta e giunsero fino al Reno. Ma quando Bisanzio sostitui Alessandria come principale porta mediterranea per l’Asia e l’Africa nel IV secolo (quando Axum ed Adulis controlavano le coste africane dell’Oceano Indiano) e quando il baco da seta fu introdotto in Europa nel 552, la via della seta fu interrotta, costringendo molte tribù che dipendevano da quel commercio a spostarsi verso ovest. Il flusso economico e culturale era a tal punto unidirezionale che fu soltanto nel VII secolo che il primo “europeo” oltrepassò il punto raggiunto da Alessandro Magno 1000 anni prima: la freccia della civiltà si muoveva quasi esclusivamente da est verso ovest. I principali corrieri erano in nomadi ed i mercanti della Cina, dell’India e dell’Iran-Arabia.
   Dal III al VII s ecolo l’India e la Cina si scambiarono idee e tecniche di chimica, magnetismo, medicina, matematica, astronomia, dieta ed archietettura. A partire da Maometto, l’Arabia si unì a questi scambi fino a che essa non fu sconfitta dal Portogallo e dalla Spagna verso il 1500. Nell’XI secolo c’erano venti missioni arabe in Cina. Si racconta che Maometto abbia detto: “Cercate di imparare anche se doveste andare fino in Cina”. Dalla sua fondazione, Baghdad commercio con l’India e la Cina. L’astronomia indù ed i numeri giunsero in Arabia nell’VIII secolo. Gli Arabi, dal 700 al 1400, portarono le conoscenze indiane e cinesi in Europa mentre i Mongoli, dopo avere sconfitto i Russi nel 1221, riaprirono la via della seta e protessero il commercio euro-asiatico con gli eserciti nomadi e la moderna marina della pax mongolica, sotto la quale, tra l’altro, fu trasmessa dall’est verso l’ovest la tecnologia delle macchine tessili. Tramite Ibn Musa al Khwarizmi, l’autore di Hisab al-Jabr Wa’l Muquabalah (dell’820) e padre dell’algebra e del calcolo, i matematici indiani raggiunsero l’Europa. Lo storiografo Ibn Battuta (1304-1377) portò nel Mediterraneo informazioni dettagliate sulle costruzioni navali, sull’industria mineraria carbonifera, sulla produzione delle porcellane, delle pome idrauliche, sulla carta moneta e sull’amministrazione del commercio sulle grandi distanze cinesi. Il mongolo Hulaga Khan che saccheggiò Baghdad nel 1258, incaricò anche l’iraniano Nasir al-Din al-Tusi della costruzione di un osservatorio e dell’erezione di una bilblioteca scientifica di 400.000 volumi a Maraghah vicino a Tabriz, nell’Azerbaigian ed ambedue furono visitati da studiosi spagnoli. Farmacisti e medici arabi e cinesi nel XIII secolo si scambiavano tecniche ed idee con la mediazione di medici iraniani sotto la protezione del mongolo Ghazan Mahmud Khan. I classici greci giunsero grazie alle tradizioni arabe ad Adelardo di Bath, Roberto di Chester ed altri che li tradussero in latino. Durante le crociate contro gli arabi, studiosi veneziani, inglesi e fiamminghi traducevano direttamente dal greco al latino. Ma essi ignorarono i lavori degli scienziati cinesi, indiani ed arabi finché alcuni di essi non furono tradotti verso il XVIII secolo. “Ma”, scieveva Needham, “se la scienza dell’Asia Orientale non filtrò fino ai Franchi ed i Latini... del tutto diverso fu il caso della tecnologia dell’Asia Orientale... Questo filtro, o questa barriera, fu efficace soltanto per le scienze più astratte. Le invenzioni tecniche, al contrario, mostrano un’infiltrazione lenta ma massiccia dall’est verso l’ovest attraverso i primi quattordici secoli dell’era cristiana” 28.
    Gli arabi portarono tutto questo e le loro proprie invenzioni e scoperte in Sicilia, in Spagna, nel sud della Francia (essi furono fermati dai Franchi a Poitiers ed a Tolosa) e fecero del Mediterraneo il più grande emporio del mondo, creando le condizioni per il sorgere dei porti italiani e, via Venezia ed il Bosforo, le merci asiatiche fecero del Reno e del Danubio delle vie commerciali che alimentavano le città medievali dell’Europa centrale e di qui raggiungevano i porti del Mare del Nord e dell’Atlantico. Dopo la sconfitta dei crociati da parte dei Mamelucchi egiziani nel 1291, l’Europa cercò una nuova via verso l’Asia attraverso il Capo e prese quindi gli arabi guidati dai turchi in una gigantesca tenaglia, il cui braccio orientale fu tagliato da Da Gama in India, mentre il braccio occidentale si abbassò dalla Spagna attraverso il Mediterraneo a Lepanto. Il fianco arabo del modo asiatico di produzione cadde lentamente.
   Morendo trasmise il suo spirito commerciale all’Europa dalla quale il suo corpo era stato esiliato nel 1492, l’anno della nascita del modo capitalistico. Lo “stagante” modo asiatico di produzione era stato il motore primario della rivoluzione sociale dal feudalesimo al capitalismo in Europa; una rivoluzione che sarebbe continuata e sarebbe diventata mondiale con l’esplosione del nuovo modo verso l’esterno contro il comunismo ed il dispotismo comunitario in tutti i continenti non-europei. Il conflitto tra modo asiatico e modo europeo di produzione incluse spostamenti e sviluppi rivoluzionari delle forze di produzione. Questo processo fu in senso letterale un processo inter-nazionale che attraversò confini nazionali e modali. Lo sviluppo delle forze di produzione non fu nazionale, ma trans-nazionale. Queste forze di produzione si posero in conflitto con i “rapporti di produzione”, ma, ancora, questi rapporti erano multinazionali e non soltanto rapporti “sociali” o di “classe”. La contraddizione tra le forze di produzione ed i rapporti di produzione si verificò quindi ai confini ed alle intersezioni inter-modali ed inter-continentali. In queste aree di confine, i rapporti di produzione cambiarono bruscamente, c’era un discontinuità nella curva mondiale di questi rapporti, una discontinuità che aveva un gradiente molto rapido nel passare dall’asse del plusvalore del modo di produzione asiatico C˗˗˗˗˗C a quello P˗˗˗˗˗P del modo di produzione europeo. Non soltanto le forze di produzione, bensì anche i rapporti di produzione devono essere concettualizzati in termini di lotte nazionali e modali e non puramente in termini di lotte di classe per poter giungere ad un’interpretazione mondiale e non eurocentrica o nazionalistica del concetto marxista di contraddizione tra forze e rapporti di produzione.
   In questa contraddizione il modo feudale europeo di produzione ed i vari modi di produzione non-europei si negarono l’un l’altro in una “spirale” che ebbe il suo culmine nel capitalismo. Anche qui un “terzo modo” era necessario per la rivoluzione sociale. Dove è tuttavia, questo “terzo modo” od il suo equivalente nel modo capitalistico mondiale? A parte l’inter-modo “transizionale” “socialista”, un tale “terzo modo” in quanto tale non esiste. Il proletariato imperialista non può risolvere la contraddizione tra le forze di produzione distruttive materiali e mentali ed i rapporti di produzione perché questi ultimi non sono soltanto rapporti tra classi, ma sono, in primo luogo, rapporti tra nazioni ricche e nazioni povere, inclusi i loro rispettivi rapporti di classe (che, di conseguenza, sono di fatto ed importanza di second’ordine). Questo secolo ha dimostrato che le nazioni oppresse sono state le prime a decollare verso un modo post-capitalistico (la Russia aveva una vasta area coloniale ed era, per così dire, un imperialismo semi-coloniale rispetto all’Europa Occidentale). La forza trainante sociale di queste rivoluzioni sociali sono stati i produttori proletari e “contadini” di super-plusvalore ed i trasferimenti di valore d’uso lungo l’asse est-ovest.
   Questi contadini sono dei proletari lavoratori a cottimo e non assomigliano affatto ai contadini francesi, tedeschi, italiani ecc. (che, come Lenin diceva dei kulaki, hanno delle teste da capitalisti e delle mani da proletari). Questi contadini semi-coloniali o coloniali lavorano direttamente od “indipendentemente” per le società imperialiste o per il mercato mondiale: essi non sono sussidiati, ma producono, oltre che il plusvalore, super-plusvalore. Essi si trovano quindi nel nucleo centrale del polo produttivo dell’asse del plusvalore del mondo capitalista, oppure sono emarginati attorno a questo nucleo in riserve, ad “economia di sussistenza” od in altre forme dell’esercito di riserva neo-coloniale di disoccupati all’interno del mercato del lavoro dell’imperialismo. Al tempo stesso, questi “proletari contadini”, per chiamarli col loro nome contraddittorio ma appropriato, sono “sopravvivenze” sociali di comuni cittadini e comunisti pre-coloniali estinti, ma ri-tribalizzati e ri-dispotizzati. Essi e le loro famiglie nelle città e nelle miniere non appartengono ad alcun altro modo che quello capitalista, pure essi giocano il ruolo del “modo mancante” richiesto per la rivoluzione modale mondiale di una società capitalistica mondiale stagnante. Questa classe di lavoratori razzialmente e nazionalmente oppressi ha delle estensioni nelle nazioni imperialiste, delle quali alcune sono di antica discendenza (di schiavi africani negli USA), altre sono migrazioni del XX secolo di Chicanos, Portoricani, Asiatici, Africani e dalle Antille. Parte di questa “periferia” nel “centro” è un proletariato borghese ed una piccola parte è stata effettivamente borghesizzata, ma lo strato borghese negli USA è al di sotto del proletariato euroamericano nell’economia generale. Questo spostamento di classe esprime la colonia-“razza” interna degli USA, del Canada, dell’Euroa Occidentale, di Israele e del Sud Africa, ma in questi due ultimi paesi i non-europei sono propriamente nella “periferia” (Trotzky: “Un Dominion per i bianchi ed una colonia schiavista per i neri”).
   Questa forza comprende i maggiori produttori di plusvalore, il “principio” del capitalismo, cioè essa è una forza di classe. Essa è anche oppressa nazionalmente e razzialmente. La sua lotta è una lotta di classe trans-nazionale contro l’imperialismo, contro il modus vivendi del capitalismo. Il modo capitalistico, costruito sulle rovine di nazioni non-europee appartenenti ad antichi modi di produzione comunitari e dispotici si sbriciolò precisamente in quella medesima regione: nella sua base coloniale. I popoli dei “modi di produzione non-europei” pre-coloniali furono i primi a cadere sotto il modo capitalistico di produzione ed i lavoratori oppressi non-europei furono i primi a staccarsi da questo modo. In questo senso i modi pre-capitalistici ri-tribalizzati e ri-dispotizzati stanno facendo l’ultima risata al modo capitalistico. Il capitalismo oggi è abitato dagli spettri di due comunimsi, uno dal futuro ed uno dal passato. Il comunismo sta percorrendo la strada dell’eresia, facendosi beffe dell’ortodossia e del dogma, seguendo il paradosso dialettico.


1   Filippo il Bello (1268-1314) professioanlizzò gli agenti di cambio in un periodo in cui la famiglia olandese Van der Buerse (donde il nome “borsa”) teneva delle riunioni di mercanti. Nel XVII secolo ad Amsterdam venivano trattate le azioni della voc. Nel 1773 gli agenti di cambio londinesi si trasferirono dalle “sale da tè” ad una sala “degli scambi”. Nel 1867, la restaurazione Meiji distribuì i beni detenuti da “Zaibatsu” (trust familiari) al pubblico. Nel 1791 gli USA aprirono le loro prime borse a Filadelfia, e più tardi, nel 1792, le nagoziazioni si svolsero di fronte al n. 68 di Wall Street. La rivoluzione mineraria in Sud Africa portò alla borsa valori di Johannesburg.
2   Stima degli investimenti coloniali di capitali (in miliardi di $):
1902 (Lenin, Imperialismo, cap. IV) (tedeschi, inglesi e francesi soltanto) .............. m$        12,30
1914 (P. Svenberg, Economic Journal, 8 dicembre 1978, pp. 763-67, per i privati + Frankel 1938 per il portafoglio) .............................................................................................................. m$       26,00 
1966 (valore contabile) (la relazione dell’Anglo-American Corporation del 30 settembre 1979, dava un capitale quotato di 752 mRands ed il suo valore di mercato di 4065 mRands) $ 36,5 diretti privati + $ 21,4 portafoglio + m$ 66 stato (P. Jalée ed Afrika, 2 marzo 1961) .................................. m$      123,90
1976 valori ricalcolati a seguito dell’inflazione, OCSE, AID, 1967;
1977 Transnational Corporations in World Development, New York;
1978 OCSE, 24 giugno 1978 (attualmente 60% prestiti statali) ................................. m$      417,60
1983/84 (inclusi i debiti della Polonia, dell’URSS e della Romania) ......................... m$   1.000,00
3   “Questa semi-periferia è quindi considerata come se svolgesse un ruolo economico specifico, ma la ragione è meno economica che politica. Questo significa che si potrebbe ben dire che l’economia mondiale potrebbe funzionare altrettanto bene senza una semi-periferia. Ma essa sarebbe politicamente molto meno stabile perché si avrebbe un sistema mondiale polarizzato”. (I. Wallerstein, The Capitalist World Economy, cit., p. 23).
4   Questi mediatori, oltre le banche e lo stato, fanno degli investimenti sfruttando due inversioni della storia e della natura: (a) che l’Africa, che ha tutti i minerali e la forza idrica per l’industria e che ha uno spessore superficiale coltivato esiguo ad eccezione di qualche zona montuosa o costiera, è creata da Dio per l’”agricoltura” (che è, piuttosto, la situazione dell’Europa occidentale); e (b) che, mentre la rivoluzione industriale europea aveva posto le basi per la sua infrastruttura, l’Africa dovette prima avere le “infrastrutture” proprie (convenientissimi piccoli e grandi elefanti bianchi). L’Africa, l’Asia ecc. vengono impoverite due volte: finanziariamente col trasfeirmento di plusvalore e materialmente col trasferimento di materiali minerali e vegetali. (H. Jaffe, Plus valia occulta, Madrid 1978).
5   H. Jaffe, Pyramid of Nations, Lussemburgo 1980, pp. 133-137.
6   Mnguni, 300 Years – A History of South Africa, Citta del Capo 1952, vol. 3, p. 150.
7   H. Jaffe, Colonialism today (1960), Londra 1962.
8   H. Jaffe, Ibid., edizione 1982, Lussemburgo; Pyramid of Nations, pp. 137-40.
9   H. Jaffe, Colonialism today, edizione 1962, p. 36.
10  K. Marx, Critique of Political Economy, Londra 1971, p. 43.
11  Ibid., p. 45 (“tempo di lavoro universale”; “lavoro sociale universale”).
12  Ibid., p. 29 (“lavoro generale astratto”).
13  H. Jaffe, Colonialism today, edizione 1982, p. 47.
14  I. Wallerstein, The Capitalist world Economy, cit., pp. 33, 87, 90.
15  H. Jaffe, Processo capitalista, Milano 1973.
16  L. Trotzky, The Revolution betrayed, Introduzione, 4 agosto 1936, Londra 1967; e p. 10.
17  Ibid., p. 9.
18  Ibid., p. 255.
19  Ibid., cap. 9°, p. 254.
20  H. Jaffe, Germania, Milano 1979.
21  H. Jaffe, Pyramid of Nations, “A tentative Explanation of the Inter-Socialist Antagonism-Imperialistic Clientelism” (7 settembre 1979), pp. 144-53.
22  E. Mandel, Trattato marxista, Roma 1970, vol. 2°, pp. 356-57, 359.
23  H. Jaffe, Processo capitalista, cit. (equazioni della riproduzione allargata).
24  C. Palloix scrive per esempio che l’esportazione di capitali (in cerca di superprofitti) non è la “natura” dell’imperialismo, ma soltanto un “meccanismo”, ed aggiunge “ed è qui che, secondo noi, risiede l’involontario errore di Lenin, errore che rischia di alterare ogni approfondimento della comprensione del problema, oggi come prima” (C. Palloix, L’Economia mondiale capitalista e le Multinazionali, Milano 1982, vol. 2, pp. 44, 51). “La natura dell’imperialismo, correggendo l’approccio leninista a questo problema, è la negazione esterna delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico nel centro”. (Ibid., p. 45; per altre critiche a Lenin: pp. 35-36, 117-18). L’opinione di Palloix è legata alla sua critica a Marcuse (Marcuse, One Dimensional Man, Boston 1964), Baran e Sweezy (P.A. Baran e P.M. Sweezy, Monopoly Capital, New York 1966) e ad Emmanuel (A. Emmanuel, L’Echange inégal, trad. inglese, Unequal Exchange, New York 1972) circa le loro prove della borghesizzazione del proletariato metropolitano, di cui egli nega il patto sociale con il capitale (A. Palloix, op. cit., pp. 33, 341, 377).
25  Paul Lafargue, The right to be lazy (1883 in francese), Chicago 1909.
26  J. Needham, Science and Civilization in China, vol. 1, cap. 7.
27  F.J. Teggart, Rome and China, Berkeley, California 1939.
28  J. Needham, op. cit., vol. 1°, pp. 272 e 242-43: 33 invenzioni importanti trasmesse dalla Cina all’Europa, contro 4 soltanto dall’Europa alla Cina.
 

  

Hosea Jaffe - Stagnazione e sviluppo economico, Jaca Book, 1985