joi, 31 mai 2012

L’impronta ideologica nelle leggi e nei provvedimenti sull’immigrazione

Silvio Serino (ricercatore socio-politico indipendente) su Proteo N.2006-2


Alcune precisazioni sul razzismo

1. Razzismo e relazioni di classe

La maggior parte di noi prova una spontanea repulsione per il razzismo di sterminio, che produsse l’Olocausto nella Germania nazista (e prima ancora il meno noto genocidio degli amerindi), e per quello di persecuzione e di espulsione, messo in scena dalla Lega Nord in Italia, da Le Pen in Francia e da Hayder in Austria. Si tratta del razzismo che qualche studioso fa derivare da una “naturale” e atavica xenofobia, un sentimento misto di paura e di disprezzo per tutto ciò che è sconosciuto, per lo straniero, per l’outsider: quel razzismo che appunto degrada il “diverso” ad una tale condizione sub-umana o demoniaca da far superare, anche in condizioni di normalità, l’inibizione all’omicidio.
    Intanto, va subito precisato che la xenofobia è ovviamente una componente importante nelle pratiche e nei discorsi razzisti, ma di per sé non riesce a trasformarsi in razzismo. E quando pure vi si trasforma, non ne completa il quadro e anzi finisce per diventarne generalmente un elemento strumentale. Sarebbe troppo lungo affrontare qui il problema di come la semplice xenofobia si trasforma in razzismo vero e proprio, che non è solo un sentimento di paura e di disprezzo, ma soprattutto di superiorità con finalità di predominio assoluto e di supersfruttamento. Qui ci limitiamo invece a segnalare che, concentrando tutta la nostra attenzione sul razzismo di persecuzione/sterminio e di espulsione, ci sentiamo appagati nel nostro ego progressista1 a tal punto che ne non cogliamo i tre aspetti più perniciosi. Sono essi gli aspetti che non esitiamo a definire, alla lunga prova storica della modernità capitalistica, strutturali e permanenti, quindi operanti anche nella normale quotidianità fuori dalle situazioni di crisi.
    Il primo aspetto consiste nel fatto che la persecuzione/espulsione non è mai fine a se stessa neppure per la maggior parte dei soggetti che se ne fanno promotori. Osservando meglio i leghisti, dalla base ai vertici, ci si rende conto che dietro la scena essi sono i maggiori fruitori del disprezzato lavoro immigrato. Come si spiega il paradosso del signor Brambilla che incita all’odio contro l’islamico e nel contempo ne è il “datore” di lavoro? Si spiega con il pessimo trattamento salariale e normativo che egli riserva all’islamico e che è reso possibile, oltre che essere legittimato, dall’inferiorizzazione subita da tale soggetto. Al riguardo, non vi possono essere dubbi di sorta. Se il quadro si complica per la presenza di lavoratori nelle squallide adunate delle camicie verdi, ciò pone un ordine di problemi affatto diverso e autonomo rispetto agli interessi sopra indicati.
    Quale vantaggio ricava il lavoratore o l’emarginato italiano, che segue le organizzazioni razziste ritenendo di essere danneggiato dagli immigrati? Non si avvede alla fin fine che egli contribuisce a indebolire l’immigrato, che così è costretto ad accettare condizioni di lavoro concorrenziali con le sue pretese? Come si spiega questo autolesionismo2?
    Una prima risposta a queste domande è quella di negare il coinvolgimento di settori proletari nel razzismo o di sostenere che tale coinvolgimento non implica alcun razzismo. Da qui a far scomparire dai programmi anche del più radicale comunismo la lotta al razzismo il passo è breve e scontato. Al più, quando proprio l’evidenza raggiunge anche lo struzzo, ci si smarca con la mossa delle priorità: come una volta si rinviava la lotta per la liberazione della donna allo spuntare del sole dell’avvenire, oggi si liquida la lotta al razzismo come questione culturale che di per sé non può essere risolta senza la “solida” lotta salariale. Naturalmente occorre armarsi di molta pazienza nell’interlocuzione, ma non c’è bisogno di ripetere che si tratta di miserabili alibi, che servono a schivare opportunamente un impopolare problema tra le proprie file.
    Una seconda risposta ammette che settori di lavoratori aderiscono ad un certo razzismo, ma fa risalire questo comportamento alla loro condizione di aristocrazia operaia. C’è del vero in questa tesi, ma essa non rende minimamente conto del fatto che in generale anche i settori più emarginati - e forse più vistosamente - sono portatori o, se si preferisce, replicanti di razzismo. Peraltro, da alcuni anni a questa parte, ampie fasce della cosiddetta aristocrazia operaia hanno perso cospicui “privilegi”, eppure continuano ad echeggiare le posizioni leghiste. Ma, al di là delle predette parzialità argomentative, preoccupa maggiormente che anche chi risponde in tal modo si rende latitante nella lotta al razzismo. Non sempre tale latitanza è dovuta al solito oggettivismo che rinvia tutto alla crisi catastrofica: talvolta, ad essa fa da contrappunto un intenso attivismo su altri obiettivi, che pure dovrebbero essere impraticabili in una fase difficile, soprattutto se si presuppone pessimisticamente una condizione di aristocrazia operaia generalizzata. Volendo poi essere più cattivi, non si capisce per qual motivo ci si affanna a chiedere consistenti aumenti salariali per quella che è classificata sprezzantemente aristocrazia operaia e si mena il can per l’aia sugli obiettivi degli immigrati.
    Sarebbe invece il caso di considerare che - al di là di alcuni dati oggettivi che strutturano in modo gerarchico i lavoratori e che sono insuperabili anche con la migliore delle volontà - il razzismo tanto più penetra verso il basso quanto più manca una battaglia politica che ne mostri l’illusorietà o la precarietà come strumento di difesa e nel contempo la praticabilità di altri obiettivi. In fondo, perché un nostro proletario non privilegiato, vedendo arrivare l’immigrato, vuol credere alle evanescenti promesse della lega? Se riteniamo che anch’egli ha un senso pratico, non possiamo allontanarci da spiegazioni di senso pratico. Certo, pesano retaggi culturali, mistificazioni e alienazioni anche su di lui, ma non possiamo fingere di ignorare che egli non ha a sua disposizione alternative credibili, non diciamo di breve periodo, ma neppure di medio3. Per opporsi all’indebolimento degli immigrati - che a sua volta finisce per indebolire la posizione dei “nostri” lavoratori - bisogna essere in molti e piuttosto organizzati. Viceversa, i lavoratori “italiani” non solo non incontrano, per praticare questa opposizione, le grandi organizzazioni riformiste, ma neppure i piccoli gruppi rivoluzionari: su una vera lotta antirazzista c’è intorno a loro il deserto4. Al momento, arriva loro solo l’eco lontano di qualche impotente intellettuale e di pochi volenterosi. In tale quadro, non desta meraviglia che l’inferiorizzazione dell’immigrato viene accolta dai “nostri” lavoratori come condizione per continuare a fare comunque parte di quella ristretta comunità civile insediata all’apice del mondo, per godere di una minima soddisfazione o di un piccolo privilegio, quello di non essere l’ultimo, ma il penultimo o il terzultimo della classe. E così non desta meraviglia che il “nostro” lavoratore non voglia vedere, in capo all’immigrato, il nesso tra lo status di non-cittadino - sempre bisognoso del permesso di soggiorno - e l’accettazione di un lavoro qualsiasi anche di mera sopravvivenza.
    Ad aggravare il quadro, e rendere più real-pessimista il nostro lavoratore, c’è una sinistra che complessivamente - e anche con le sue componenti più radicali - contribuisce addirittura a diffondere una convinzione, costruita da oltre due secoli, che opacizza l’immagine dell’africano o dell’asiatico coartato anche nei suoi bisogni dal “nostro” predominio. Il lavoratore italiano, così, viene indotto a pensare che l’immigrato (per supposte esigenze fisiologiche e culturali inferiori, determinate da climi poco favorevoli e alimentate in società reazionarie e stagnanti da millenni) sia “spontaneamente” disposto ad accettare pessimi salari, orari massacranti, lavori precari...e perfino ad orinare sui muri. Egli non avrebbe l’esigenza di leggere, di vestirsi bene, di ascoltare musica, di andare a teatro, di avere un’abitazione decorosa, ma solo quella di sopravvivere come una sorta di bestia. Da qui il suo disprezzo per questo fattore di degrado, per questo concorrente sleale, considerato quasi alla stregua di un crumiro5.
    Il secondo aspetto è rappresentato dal razzismo di inclusione praticato da quei settori “padronali” che, a differenza di Bossi, chiedono forza lavoro immigrata. La convinzione secondo cui l’antisemitismo di espulsione/sterminio sia l’alfa e l’omega del razzismo fa sì che anche a sinistra, per contrastare il razzismo leghista, si arrivi a sostenere acriticamente gli “industriali” progressisti che hanno bisogno di nuove energie lavorative provenienti dalle immense periferie del pianeta. È probabile che questi “progressisti” ripudino anche sinceramente il leghismo xenofobo, ma ad un’analisi più attenta risulta che il loro obiettivo è solo quello di limitare alcuni eccessi razzisti. In fin dei conti anche agli industriali, oggi sostenitori dell’Unione di centro-sinistra6, torna utile la presenza del razzismo di espulsione, perché esso serve a dare ingresso agli immigrati a certe condizioni. Questi ultimi non devono poter raggiungere la piena equiparazione con il lavoratore italiano, soprattutto nella fase molto delicata della trattativa: a tal fine, devono essere sempre classificati al di sotto di una linea di demarcazione. Non dobbiamo ancora una volta chiarire che, al di là della retorica sull’uguaglianza formale tra i soggetti contraenti, il capitalista è sempre avvantaggiato nel trattare le condizioni salariali e normative: egli tratta infatti con soggetti che hanno bisogno del lavoro per sopravvivere. Questa disparità è stata attenuata in Occidente nel corso degli ultimi duecento anni dalla capacità dei lavoratori di associarsi (bene o male) in sindacati, ma non è stata mai del tutto eliminata. Anzi in alcune fasi tende anche ad aggravarsi. Per il lavoratore immigrato - anche se si iscrive al sindacato - la disparità è ancora maggiore, perché egli non rischia solo di non avere il lavoro se le sue pretese sono “eccessive”, rischia anche di essere espulso. Senza lavoro, egli non può risiedere nel “nostro” paese, è clandestino e, in quanto tale, un criminale. Con questa spada di Damocle sulla testa, che noi contribuiamo a reggere, l’immigrato cede alla condizioni peggiori e a volte più infami. Cede quindi non per una sua presunta arrendevolezza!!!
    Se a qualcuno non è ben chiara la gravità di questa condizione7, dovuta ad un razzismo più discreto che siamo disposti a non vedere o a tollerare, è bene rammentare che neppure nella deprecata antichità gli stranieri venivano trattati in tal modo. Il meteco ad Atene non solo aveva libertà di lavoro, ma anche senza lavoro poteva continuare a risiedere nella città di Socrate. Oggi, nell’Europa moderna che si vanta democratica ed erede di tanti progressi, l’immigrato può aspirare al massimo ad un permesso temporaneo di lavoro, senza il quale entra nella clandestinità come possibile preda dei peggiori appetiti. Orbene, oltre questo orizzonte, e pour cause, non vanno né gli industriali progressisti né una certa sinistra con questi compiacenti. Evidentemente, non sfugge loro minimamente che un immigrato, senza il ricatto del permesso di soggiorno, parteciperebbe alle trattative con la stessa forza dei lavoratori italiani.
    A tal punto, ci viene obiettato spesso che l’apertura delle frontiere e la libertà di soggiorno ci esporrebbe al grave rischio del sovraffollamento e quindi del degrado8. L’argomento è suggestivo e fa presa anche sui nostri lavoratori e su settori sinceramente antirazzisti, essendo naturale che le migrazioni si indirizzino verso le aree più ricche.
    In realtà, con questo discorso verosimile si nasconde il vero e cioè che la gente non tende a lasciare le proprie pur modeste case e ad ammassarsi nei luoghi di cosiddetto maggior benessere. Se si verificano o si verificheranno spostamenti biblici - quelli temuti da un certo immaginario collettivo -, le ragioni non sono e non saranno le invitanti libere frontiere: vanno e andranno, invece, indagate nelle responsabilità del capitalismo dominante e nella collaborazione, anche passiva, che noi gli diamo e gli daremo. Di che responsabilità si tratta?
    Intanto, anche noi - se non ci facciamo affascinare dal mito delle origini - siamo il risultato di numerose e complesse migrazioni, oltre che di incroci vari. C’è poi da precisare che gli esseri umani si decidono a spostamenti definitivi non perché attratti dal meglio assoluto, ma in situazioni di grave peggioramento delle loro condizioni di vita9. Potremmo fare migliaia di esempi che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, ma ci limitiamo a quelli degli ultimi anni.

2. Flusssi migratori e razzismo di inclusione

    Ciò premesso e vincendo il fastidio di dire una cosa ovvia, i flussi migratori dal Sud del mondo in paesi come l’Italia sono diventati un problema a partire dagli anni ottanta del XX secolo. Anche negli anni sessanta e settanta in paesi come l’Algeria o l’Iraq si viveva peggio che in Italia, eppure da questi paesi non c’erano significativi flussi migratori attratti dal “bel paese”. Tutto sommato, la gente preferiva continuare a vivere a Baghdad e ad Algeri.
    Una pessima sociologia spiega la ripresa dei flussi migratori negli anni ottanta con la globalizzazione ovvero con la caduta delle barriere nazionali, con la fluidificazione dei mercati, con il potenziamento dei mezzi di trasporto ed una maggiore possibilità di accedervi. È vero solo che a partire da quegli anni ci sono stati maggiori facilitazioni ai viaggi di merci e capitali, mentre sono state poste sempre maggiori barriere alle migrazioni. Si può dire anzi che le migrazioni sono aumentate, da un certo momento in poi almeno, nonostante il rafforzamento delle barriere doganali. Come si è determinato questo paradosso? E fino a che punto possiamo parlare di paradosso?
    A partire dagli anni ottanta è iniziata una nuova politica di aggressione verso certe aree del mondo, prima con strumenti finanziari (le famose manomissioni del Fondo Monetario Internazionale), poi con mezzi militari. Ci si ricorderà che verso la fine degli anni ottanta, all’esito di questa nuova politica, milioni di persone scesero in piazza in tutto il Nord Africa per assaltare perfino i forni del pane: il liberismo (quello da noi imposto) aveva trasformato la loro miseria in fame nera e cruda. Come pure sono presenti ancora negli occhi di molti di noi le immagini di città come Giakarta, i cui centri commerciali venivano devastati da improvvise e imponenti rivolte. E la dimostrazione che eravamo “noi” ad imporre la politica di affamamento è venuta proprio dalle successive aggressioni militari come risposta alla ribellione contro tale politica finanziaria. Se il grave impoverimento soprattutto dell’area islamica fosse dipesa dall’incapacità degli islamici ad auto-amministrarsi, non si capirebbe tutto il corso successivo degli anni novanta - e tuttora in corso - caratterizzato da una forte iniziativa bellica capeggiata dagli Stati Uniti.
    In questo nuovo contesto di strozzinaggio finanziario e di immani distruzioni belliche sono venuti a determinarsi i nuovi flussi migratori. Per rendersene meglio conto, facciamo l’esempio di quelli che hanno origine nell’ex Jugoslavia. Anche qui nel periodo titino la gente godeva di condizioni di vita inferiori a quelle italiane. Tuttavia, pur abitando a due passi dall’Italia, non avvertiva una irresistibile spinta a trasferirsi nel paese del Bengodi. Gli ex-jugoslavi, peraltro non impediti come gli ucraini dalla cosiddetta cortina di ferro, preferivano ancora restare nelle loro terre pur facendo a meno di qualche elettrodomestico, ma potendo ancora usufruire di condizioni di vita accettabili10. Condizioni che sono venute meno con lo smembramento della Jugoslavia, cui noi abbiamo contribuito anche a suon di “sinistre” bombe.
    Per queste nuove migrazioni, in parte per la loro portata incontenibile e in parte per la loro utilità a fornire manodopera a basso costo, si è adottata non una politica di sterminio o di espulsione, ma di inclusione. Un’inclusione sottoposta a varie condizioni, ricattata, precarizzata, segregata, razzizzata. Contro di loro viene solo apparentemente innalzata una porta di ferro. In realtà, il loro passaggio è regolato da filtri, forche caudine, ingressi secondari e setacci.
    Il razzismo di inclusione (sottovalutato dall’appagamento che provoca la repulsione del razzismo antisemita), già praticato dai colonizzatori e tuttora operante nei paesi periferici, è così diventato, negli ultimi 30 anni, prevalente anche nei paesi del capitalismo dominante per regolare il “terzo mondo a domicilio”. E soprattutto è il razzismo che maggiormente necessita di essere organizzato dall’alto, oltre che con sofisticati discorsi culturali, anche con dispositivi normativi11.
    Veniamo così al terzo aspetto, rappresentato dal razzismo istituzionale, ancor più sottovalutato in quanto esso si camuffa dietro artifici retorici e strumentazioni normative non immediatamente decifrabili o prassi neppure facilmente individuabili.
    Per dirla tutta, senza il razzismo istituzionale non funzionerebbe e non esisterebbe il razzismo popolare. Generalmente, si è portati a pensare il contrario, perché soprattutto negli ambienti colti il razzismo viene apparentemente stigmatizzato e la legge lo punisce addirittura. Quando poi si constata l’evidenza e cioè che alcune norme sanciscono una certa gerarchia e la difesa di alcune differenze, arrivano puntualmente dotte giustificazioni secondo cui tutto ciò sarebbe il risultato di una pressione dal basso. Si è arrivato perfino a dire che senza queste blande norme razziste si scatenerebbe più radicalmente il razzismo dei nostri poveri.
    Questa tesi implica pure che il capitalismo non sarebbe responsabile del razzismo e parte dall’assioma che tutti gli esseri umani sarebbero naturalmente razzisti e lo sarebbero sempre stati: il sottinteso è l’invito a restare passivi, poiché sarebbe invano lottare contro il razzismo. Ma è una tesi smentita dalla storia. Quella che precede il capitalismo è stata anch’essa una storia di ingiustizie e di ineguaglianze, per cui - almeno per noi - non rappresenta l’alternativa alla società presente. Tuttavia, l’umanità precapitalistica non è stata sistematicamente e diffusamente razzista né nei paesi extraeuropei né nell’Europa stessa.
    Selezioniamo i due casi più emblematici: quella della Cina e dell’Impero romano.
    Come è noto, in Cina hanno regnato dinastie mongole, turche, mancesi, ma non ci si è mai soffermati abbastanza ad esaminare che queste dinastie non assumevano la forma di una dominazione esterna. Si aggiunge talvolta, e frettolosamente, che la superiore civiltà cinese assimilava le dinastie straniere (o più esattamente le etnie straniere), ma non ci si chiede mai fino in fondo il perché. In effetti, è emerso che il popolo cinese non si auto-percepiva come una etnia con confini ben delimitati, ma come l’umanità nel suo complesso12. Di conseguenza, se distinzione c’era essa riguardava i cinesi interni (abitanti nei confini dell’Impero di volta in volta politicamente determinato) e i cinesi esterni. In base a questa più labile autopercezione, non stupisce che perfino europei (come i Polo o Matteo Ricci) assurgevano alle alte cariche dello Stato. Il caso più clamoroso è quello dell’ammiraglio Cheng Ho che, pur essendo musulmano, si vide affidare il comando della flotta più grande di tutti i tempi. A ciò bisogna aggiungere che in Cina non esisteva, almeno a far data dalla costituzione dell’Impero nel 221 a.C., la schiavitù come fondamento del modo di produzione. Per essere più precisi, non esisteva in modo significativo neppure la servitù della gleba. La schiavitù in Cina veniva utilizzata solo nel lavoro domestico, ma non rappresentava (e non veniva giustificata da) in alcun modo una differenza razziale. Gli schiavi domestici (a protezione dei quali c’erano anche leggi molto severe) non venivano acquisiti come bottino di guerra a danno di popoli considerati inferiori, ma dalle famiglie più povere dietro compenso13.
    Anche in Europa, che è considerata la culla del razzismo fin dalle sue origini, la diffusa schiavitù come fondamento del modo di produzione non era basata e non dava luogo al razzismo. Basti pensare a schiavi che diventavano più liberi e più ricchi di molti cittadini liberi romani (gli schiavi che gestivano il peculium e le alte cariche dello Stato); ma non si dimentichi pure che Sant’Agostino era un africano e Sant’Ambrogio vescovo di Milano era per di più nero. Si è spesso detto che il razzismo affiora già nelle teorie di Aristotele (di cui i romani avrebbero mutuato lo spirito). Indubbiamente, nel controverso filosofo greco c’è un tentativo di classificare gerarchicamente, sotto un profilo naturale, uomini, donne, bambini e schiavi. Tuttavia, è stato opportunamente fatto notare14 che il suo tentativo si ferma a mezza strada, anche perché a diventare schiavi, da una certa data in poi, erano soprattutto cittadini greci (per debiti). Più verosimilmente, si può sostenere che per Aristotele non era l’inferiorità razziale che giustificava la schiavitù, ma la schiavitù (provvisoria) che comportava l’inferiorità.
    Neppure si può plausibilmente sostenere che il razzismo fa il suo ingresso trionfale con il Medio Evo delle Crociate. In questo periodo, si assiste certamente al tentativo di costruire un’identità europea fortemente contrapposta a quella islamica. Ma è soprattutto un’identità cristiana, religiosa, non fondata sulla distinzione razziale e neppure contro i barbari. Peraltro in quel periodo, per quanto si registrò una certa ripresa economica dell’Europa occidentale, sarebbe stato alquanto arduo parlare di superiorità “nostra” razziale. Purtroppo allora noi eravamo la periferia del mondo conosciuto, afflitto da situazioni e momenti di fame tali da determinare perfino episodi frequenti di cannibalismo. Anche sotto il profilo culturale eravamo fortemente tributari degli islamici. Il nostro massimo poeta, Dante Alighieri, preceduto dal suo maestro Brunetto Latini, attinge a piene mani dalla poesia araba15.
    Il razzismo appare sulla scena sul finire del Quattrocento e soprattutto con la conquista genocida delle Americhe. Attribuito in un primo tempo alla ferocia degli arretrati conquistadores iberici, si è invece radicalizzato con il progredire della modernità e soprattutto negli ambienti anglosassoni più avanzati.
    Non era un fenomeno che veniva prevalentemente dal basso, dai ceti popolari. Esiste anzi una buona documentazione secondo cui spesso i diseredati europei che approdavano in America del Nord tendevano a sottrarsi al duro lavoro salariato per rifugiarsi nelle comunità dei nativi. Per quanto essi venivano atterriti da racconti che dipingevano gli “indiani” come feroci cannibali, mostri orribili, semibestie, il più delle volte non solo superavano la paura, ma raggiunte le comunità amerinde finivano per mescolarsi con le loro usanze. È vero invece che essi, quando venivano raggiunti dalle autorità bianche, subivano la punizione di una morte terribile16 per essersi sottratti alla civiltà del lavoro ed essersi infettati con esseri sub-umani.
    È importante capire quanto il razzismo sia istituzionale, per separare la veemente denuncia che ne facciamo dalla deriva pessimistica cui è spesso esposta ogni veemente denuncia. Il razzismo è una manifestazione dell’aberrazione orribile in cui può sprofondare l’umanità. Quindi, non va sottovalutato - come si è cercato di dimostrare - e va denunciato in tutte le sue espressioni. Ma, esso è anche la risposta estrema che viene data dalle classi dominanti ad un’umanità che sempre più tende a diventare ugualitaria e dentro la quale le differenze sempre più si mostrano commensurabili o traducibili sulla base di un fondo comune. Ne fa prova il suo aspetto così contraddittorio, che non solo deve ricorrere a rappresentazioni universalistiche, ma perfino all’uso di temi antirazzistici17. È la sempre maggiore difficoltà - nel quadro di un’intensa socializzazione raggiunta con la modernità - di rappresentarsi e di rappresentare gli altri come comunità autogene e separate, che richiede un costante e articolato intervento istituzionale per costruire e alimentare il razzismo, utile a strutturare gerarchicamente il lavoro salariato e comunque sfruttato.

Note

1 Le conseguenze di questo strabismo si sono manifestate con particolare evidenza negli ultimi mesi in quella Francia dove la legge da una parte persegue il negazionismo dell’Olocausto come reato e dall’altra ha sancito il ruolo positivo del colonialismo. Infatti, qui da una parte l’uccisione di un giovane ebreo per opera di una banda di rapinatori ha portato in corteo 200 mila persone, dall’altra la persecuzione sistematica di milioni di giovani delle banlieues, razzizzati come immigrati di seconda o terza generazione, ha lasciato assolutamente indifferenti i progressisti. Anzi, se vogliamo dirla tutta, alcune significative organizzazioni dell’estrema sinistra hanno invocato le ronde proletarie per fermare i “teppisti” insorti contro la polizia.
2 Qualcuno indica anche il vantaggio da parte di pensionati e settori non agiati a sfruttare a basso costo il lavoro delle badanti “filippine”. Non si capisce però fin a qual punto possa rappresentare un vantaggio il cedere - dopo il dimagrimento subito dal welfare state - gran parte di una misera pensione per le spese di cura e di assistenza. Con ciò non intendiamo negare che la costrizione a servirsi di un lavoro sottopagato possa costituire un contributo “popolare” al razzismo, ma solo dire che si tratta di un interesse non autonomo.
3 Rappresenta molto bene questa consapevolezza inconseguente il recente film di Costa Gravas “Il cacciatore” di teste”. Il suo protagonista, licenziato a causa della solita ristrutturazione, nella ricerca di un nuovo posto di lavoro diventa un serial killer che si sbarazza dei suoi concorrenti. Eppure concorda lucidamente con una delle sue vittime che il suo problema potrebbe risolversi definitivamente solo unendosi a tutti i suoi simili e sbarazzandosi di quelli che siedono sereni e soddisfatti su poltrone di pelle “umana”. Ma, supponendo evidentemente impraticabile questa unità, continua ad ammazzare altri aspiranti al suo posto di lavoro.
4 Per rendersene conto, basti considerare che la FIOM, pur polemica da sinistra con la CGIL, non ha neppure tentato di contrattare l’equiparazione dei lavoratori (e ancor meno delle lavoratrici) migranti con quelli italiani.
5 Il vero crumiro - occorre rammentare purtroppo anche questo - è un soggetto che, pur facendo parte della stessa comunità di lavoratori, con pari possibilità di contrattazione, decide di staccarsene per spezzare l’unità della lotta soprattutto in occasioni di scioperi. Certo, anche egli adduce urgenze economiche, che lo costringono a non scioperare o ad assumersi il lavoro sospeso dai suoi compagni, ma si tratta in genere delle stesse urgenze economiche dei lavoratori in sciopero. L’immigrato cerca di aggiungersi alla predetta comunità ed è invece ricattato già prima di essere assunto al lavoro; peraltro quando riesce a scendere in lotta, è lui ad essere abbandonato dagli altri lavoratori, come è successo spesso in Francia. Anche a Torino, gli immigrati del Sud, quando diedero luogo a poderose lotte negli anni del sessantotto, in un primo momento dovettero superare il “crumiraggio” degli impiegati e degli operai locali, sicuramente non afflitti da maggiori urgenze economiche rispetto ai cosiddetti “terroni”.
6 Come ha chiarito con soddisfazione anche Bertinotti in varie apparizioni televisive il patto tra sinistra e industriali è stato stretto per battere la rendita finanziaria, eccessiva e parassitaria. A parte la risata sulla pretesa novità di questo obiettivo, è facilmente intuibile che, se pure esso venisse perseguito seriamente, finirebbe per colpire un po’ di ceto medio. La difficoltà di travalicare questo limite non è solo e non è tanto costituita dalla forza della rendita finanziaria, ma dalla sua forte compenetrazione con il capitale industriale (che la dovrebbe combattere in alleanza con Bertinotti). Una compenetrazione questa sicuramente più intensa che ai tempi dei “progressisti” Fronti Popolari.
7 Contro la quale per fortuna incominciano a lottare gli immigrati stessi, anche con mobilitazioni autorganizzate.
8 Questo argomento si aggiunge al più classico allarme razzista sul pericolo della promiscuità biologica e culturale contro cui occorrerebbe un’incessante profilassi.
9 Alcune tendenze neo-operaiste obiettano che questa tesi porta a considerare i migranti come vittime passive di un’irresistibile manovra a monte e a valle del loro spostamento. Viceversa i soggetti che scelgono di migrare sono proprio quelli che avrebbero più possibilità di scelta nel loro paese di origine e si attivizzano nei paesi di destinazione in contrasto con l’esigenze che li vorrebbe solo come massa di manovra. Pur non concordando con l’enfasi posta dal neo-operaismo sulla cosiddetta soggettività, possiamo tranquillamente assumere come chiave interpretativa e operativa l’eccedenza del comportamento migrante rispetto ai limiti che la manovra capitalistica vorrebbe imporre. È un’eccedenza che, per fortuna, caratterizza peraltro la forza lavoro che il capitale vorrebbe imprigionare nelle maglie dei fattori oggettivi della produzione; ed è un’eccedenza che caratterizza, più in generale, tutti gli esseri umani anche sotto il peso del più pervasivo di tutti i poteri. Nondimeno, non vediamo come tale eccedenza possa essere vista al di fuori di situazioni di grave peggioramento delle condizioni di vita. Pur con tutta la nostra adesione alla giusta esigenza di contrastare l’oggettivismo e il pessimismo orwelliano, ci sembra che le predette tendenze trasfigurino una sofferenza non voluta in una scelta più simile a quella del libero viaggiatore o del romantico esploratore. Per dirla con una battuta, non ci è mai capitato di conoscere lavoratori o disoccupati italiani emigrati in Africa.
10 Per lo stesso motivo, molte migrazioni si dirigono verso i paesi periferici che, per quanto “poveri”, ancora non sono stati aggrediti e devastati. Anche a smentita delle allarmanti previsioni, secondo cui tutti vorrebbero risiedere a Capri o nel centro storico di Roma o ai Campi Elisi di Parigi, il 90% delle migrazioni mondiali si svolge sulla direttiva Sud-Sud, nel presupposto evidentemente che non è solo il massimo benessere (come peraltro noi lo concepiamo) ad allettare gli indigenti ma anche - e soprattutto - una condizione di vita (sopportabile) non troppo contraddittoria con i loro costumi, la loro cultura, i loro valori.
11 Questi dispositivi sono prevalentemente di tipo amministrativo. Il che non deve però indurci a sottovalutarne la forza, nella presunzione che una norma amministrativa abbia minore forza della legge e della Costituzione. In effetti, con l’involuzione autoritaria dello Stato, è venuta a formarsi una Costituzione materiale che consente alle norme e perfino alle prassi amministrative di aggirare i vincoli della legge e nel contempo di sottrarre la loro discrezionalità a qualsiasi controllo giudiziario. Di tanto ci si accorge solo nei casi più clamorosi di immigrati assolti dai magistrati per le più assurde imputazioni e poi espulsi con insindacabile giudizio dell’amministrazione poliziesca.
12 Si veda al riguardo la “Storia della Cina” di Helwig Schmidt-Glintzer, secondo cui anche la Grande Muraglia non serviva a delimitare i cinesi dai non cinesi, per impedirne il passaggio, ma solo la popolazione dedita all’allevamento da quella dedita all’agricoltura, peraltro già “libera” di essere multietnica, multilingue e multireligiosa;
13 In sintesi, si può assumere cum grano salis che la Cina antica non tendeva a conquistare e ad inferiorizzare le popolazioni esterne, sebbene vada precisato che la ragione non risiedeva in una “trascendente” cultura egualitaria o in una misteriosa deviazione della storia. La Cina godeva di un’agricoltura molto autosufficiente (nel senso di molto redditiva) in un’epoca in cui la produzione non era spinta dalla legge del pluslvalore ma del consumo;
14 Da Moses I. Finley (“Tra schiavitù e libertà”) e Victor Goldschmidt (“La teoria aristotelica della schiavitù e il suo metodo”) in “Schiavitù antica e moderna”, Guida Editori, Napoli 1997;
15 Prove molto convincenti sull’influenza della poesia araba su Dante sono state fornite e argomentate da Ignacio Palacio, secondo il quale perfino la “Divina Commedia” è per molti aspetti una versione “italiana” de “Il libro della Scala di Muhàmmad”;
16 In tal senso, si veda il bel libro “I ribelli dell’Atlantico”di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, Feltrinelli, Milano, novembre 2004.
17 Sulla sussunzione da parte dell’attuale “razzismo differenzialista” della difesa delle culture contro il tentativo assimilazionista di marca imperialista ci sembra molto convincente Etienne Balibar in “Razza, Nazione, Classe”, Edizioni Associate Editrice Internazionale, Roma 1997.

luni, 28 mai 2012

Chiavi di lettura della immigrazione basate su una concezione ugualitaria, internazionalista e anti-imperialista


Hosea Jaffe, Processo capitalista e teoria dell'accumulazione, Jaca Book, 1973:

La "transizione" per i popoli (ex) coloniali significa un crescente sviluppo della produzione di mezzi di produzione, della produzione di beni di consumo, dell'industria pesante, dell'industria leggera; significa educazione, aumento della vita media e del reddito pro-capite, significa tradizioni e nuove possibilità. I popoli (ex) coloniali, a differenza della maggior parte delle persone negli stati (ex) imperialisti, non hanno case, frigoriferi, apparecchi televisivi, automobili, scuole, ospedali (prodotti del settore della produzione di beni di consumo), né industrie, aereoporti, telecommunicazioni e altri prodotti del settore della produzione di mezzi di produzione. I popoli (ex) imperialisti possegono tutto ciò, ed hanno infatti il 90% del capitale fisso del mondo capitalista, col quale possono dare il via alla "loro" transizione. Questo immenso vantaggio materiale, acquisito largamente in 500 anni di colonialismo, li premunisce dall'inevitabile livellamento verso il basso del tenore di vita, fino a raggiungere il livello crescente dei popoli coloniali, e contro l'inevitabile dislocazione e la sicura contrazione della produzione e della riproduzione, a causa della scomparsa del lavoro coloniale a basso prezzo, dei superprofitti, delle materie prime e del mercato coloniale per i prodotti finiti, lo sbilancio e la contrazione della produzione negli stati ex-imperialisti, causati dalla rottura e dal rovesciamento su larga scala della divisione imperialista mondiale del lavoro, dei prodotti e dei profitti e la costruzione delle maggiori unità mondiali dell'industria pesante e anche probabilmente dell'industria leggera nei continenti ex-coloniali, più ricchi di risorse naturali e perciò più adatti. I problemi sociali, educativi e "psicologici", come pure la necessità di migrazioni di massa volontarie (ad esempio da un'Europa allora probabilmente sovraffollata verso regioni ex-coloniali probabilmente avviate ad un maggior sviluppo industriale; dall'Indonesia e il Giappone verso l'Australia, ecc.) causati da quanto detto precedentemente, saranno aggravati dall'immenso problema del reimpiego delle masse non proletarie, deproletarizzate, non-produttive e non essenziali nei paesi ex-imperialisti. Quest'ultima situazione, che è esigita dalle necessità dell'accumulazione primaria socialista, crea la necessità di un'espansione all'interno di un sistema di produzione e di riproduzione decrescente come risultato dell'eliminazione delle sorgenti coloniali del parassitismo del "vertice". L'abbassarsi degli standards di vita negli stati ex-imperialisti, la dislocazione, la contrazione e perciò la contraddizione create in questi stati dall'emancipazione delle colonie, sono il prezzo pagato dai popoli di questi paesi, da un lato per 5 secoli di parassitismo, e dall'altro per la pace mondiale, la sicurezza e la libertà dal fascismo; infatti la scelta è fra i comforts materiali del colonialismo e la sicurezza (dalla disoccupazione, dalla guerra, dal fascismo) del socialismo. 






Hosea Jaffe - La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?, Jaca Book, 1994

   La nostra analisi sull’esistenza di tre zone socioeconomiche in Europa (la ricca Europa occidentale; le subeuropee Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria e Russia occidentale; i non europei Balcani ed ex URSS) è basata sulle loro storie strutturali e sui recenti (1990) dati statistici che seguono:


   Il quadro presentato da queste statistiche mostra le tre zone con chiarezza maggiore se le cifre sulla riga dell’URSS vengono a loro volta suddivise tra la sua zona europea, di circa duecento milioni di persone, e la sua zona non europea, con circa settantacinque milioni di abitanti. Anche senza questa suddivisione, le cifre dimostrano che l’Europa è divisa in un suo proprio “ovest” e in un suo proprio “sud” (non in senso geografico). Se compariamo queste cifre, che si riferiscono ai cruciali anni 1989-90, con il trend durante il susseguente collasso dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, si vedrà che, dopo questi critici avvenimenti il solco tra questo “ovest” e questo “sud” è ancora più largo e profondo di quanto non fosse prima di essi. Questo gap non è solo astratto e teorico, ma concreta e viva (e mortale) realtà, perché si tratta di reali entrate, di reale scolarità, del reale numero di anni per cui gli europei e dell’ovest e dell’est sperano di vivere, dei loro tassi di mortalità materna e infantile completamente differenti, e infine dei loro grandemente diversi indici di “sviluppo umano”.
   Oltre a questa principale linea di separazione, in Europa c’è una divisione, al suo est, tra i paesi ex colonialisti ed “europei” (valutati in trecentocinquanta milioni, dai quali dobbiamo sottrarre circa cinquanta milioni della “Siberia” e della Russia orientale) e i paesi balcanici e non europei, circa centocinquanta milioni, che ancora sono attaccati a quello che è successo “nel 1917”.
   L’occidente europeo è tuttavia lontano anch’esso dall’essere omogeneo e monolitico; ha una sua linea di divisione tra il gruppo dei paesi CEE nordoccidentali piu la Scandinavia, l’Austria e la Svizzera a nord delle Alpi e il gruppo lungo il Mediterraneo e a sud delle Alpi: Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. Altre linee di divisione, meno divaricate, ci sono poi all’interno di ciascuno dei due gruppi.
   Alcune di queste linee dividono la CEE circa il trattato di Maastricht, la politica agricola comune di sussidi ai contadini parassitati di Francia, Germania, Benelux e anche italiani, e, come abbiamo visto, circa la guerra e il futuro della Jugoslavia. Il “crollo del socialismo” non solo ha reso ridondante la CEE (in relazione alla Guerra fredda) ma ha anche allargato e approfondito le divisioni tra le nazioni della Comunità europea. In realtà la CEE e il suo genitore e guardiano, la NATO, sono ridondanti solo in riferimento allo statu quo ante, mentre hanno ancora una ragione di esistenza come blocco per completare la restaurazione del capitalismo, la riunificazione tedesca, lo smembramento della Jugoslavia e la repressione di ogni tentativo di rinascita dell’URSS o degli stati balcanici socialisti.
   Questa ragion d’essere della CEE ha un vettore “coloniale” neocolombiano nell’ex “est”. Ma ha sempre avuto un vettore “sud” in Asia, Africa, America centrale e Sudamerica, nei Caraibi e nelle isole del Pacifico. Questo vettore assunse anche un aspetto formale negli anni Sessanta con la convenzione di Yaoundé; negli anni Settanta fu messo in posizione il gigantesco fulcro della leva neocoloniale della CEE: la convenzione di Lomé, i cui dettagli furono definiti dalla nostra Germania del 1979. Questi particolari non sono divenuti obsoleti, anzi hanno assunto maggiore importanza con il declino catastrofico delle economie asiatiche e africane e con l’ascesa della Germania e del Giappone. La CEE sta tentando di aggiungere a questo veccchio potente fulcro coloniale il nuovo fulcro est europeo e russo: un’opperazione meccanica di così vaste proporzioni da sbilanciare forse l’intero pesantissimo braccio nord-sud della stessa leva CEE.
   L’Europa unita di Adenauer, Monnet e Delors è tenuta assieme principalmente dai comuni propositi coloniali europei nel suo vecchio sud; ma è minacciata dalla sua debolezza, per quanto speranzosa, nei confronti di quel suo nuovo sud che era (e in parte ancora è) il suo vecchio est.
   Se l’unità dell’Europa venisse minacciata sia dal nuovo sia dal vecchio sud, certamente finirebbe i suoi giorni. Non può galleggiare per qualche tipo di levitazione magica personale. L’Europa è sempre stata coloniale e morirebbe senza le sue fondamenta coloniali. La marginalizzazione di grandi aree del Terzo mondo in un Quarto mondo di morti viventi; la sostituzione delle materie prime naturali provenienti dall’Africa e dall’Asia con altre sintetiche; il crollo in Africa dei regimi “indipendenti” alla Macmillan-De Gaulle; il rapido invecchiamento dei “paesi di nuova industrializzazione” (i NICS) per il sovraccarico di industrie ivi esportate dall’Inghilterra, da altre nazioni europee e dal Giappone; infine e soprattutto la degenerazione della crisi mondiale del 1970-92 in stagnazione nella maggior parte dei paesi e in caos in alcuni di questi: tutti questi elementi hanno sottoposto l’unità europea a sforzi e tensioni insostenibili, che derivano dal nesso tra l’Europa e il suo secolare “sud”. Queste tensioni, questi sforzi sono stati incrementati da quelli neocolombiani derivanti dal nuovo “sud” che si sta creando nell’est dell’Europa. La confluenza di entrambi questi input negativi ha sempre più destabilizzato l’Europa nelle sue varie componenti nazionali.
   Non abbiamo mai creduto che la Comunità europea si sarebbe stabilizzata in un “superstato”. Pensavamo anzi che gli interessi nazionali delle sue maggiori potenze, Germania, Francia e Gran Bretagna, avrebbero potuto forse disintegrarla sotto date condizioni esterne. Queste spinte esterne sono oggi formidabili. Infatti, in aggiunta ai problemi che l’Europa deve affrontare nelle sue vecchie e forse nuove colonie, tutto quanto detto sopra ha contribuito a provocare una guerra commerciale con le nazioni ancora molto, se non onni-, potenti: gli Stati Uniti e il Giappone. A far traboccare il vaso europeo potrebbe essere la pesante goccia della riunificazione tedesca, costruita sull’espansionismo e sul razzismo. Questo non è imputabile, naturalmente, a qualche malvagità “etnica” della Germania (è un’idea che rifiutiamo a priori) ma, come abbiamo ricordato in precedenza, è il risultato della sua posizione geografica. In breve, non esiste una “razza” germanica (così come non ce ne sono altre), ma una geografia, una geoeconomia e una geopolitica germaniche. Dato che tutte e tre queste componenti giacciono nel vero cuore fisico di quello spazio selvaggio che i greci classici avevano chiamato “Europa” (dal nome di una loro dea afroasiatica!), l’unità europea è inseparabile dalla Germania. La Germania e l’Europa sono un solo e indivisibile problema. Si sono formate assieme e, se dovranno cadere, cadranno assieme.
   Per “caduta della Germania” non intendiamo la sua sparizione come nazione o anche come stato, pensiamo invece a un ridimensionamento: dalla sua psicosi del Drang alla normalità di un’umanità inter-nazionale. Invece, per “caduta dell’Europa” intendiamo lo smantellamento dei suoi monopoli oltreconfine, la fine della sua appartenenza alla NATO, della convenzione di Lomé, delle commissioni e delle altre strutture della CEE, l’abrogazione dei suoi poteri e delle sue pretese sovranazionali, la purificazione della sua “anima” razzista vecchia di cinquecento anni.
   L’antagonismo nazionale tra l’”atlantica” Inghilterra e i membri “continentali” della CEE, tra la Francia e la Germania, tra i paesi europei settentrionali e quelli meridionali si basa sul conflitto non solo di interessi economici dentro all’Europa, ma anche di quelli in Africa, in Asia e nell’intera America, del nord, del centro e del sud. Questi antagonismi sono stati portati all’estremo dalle tensioni della competitività, intensificata dalla crisi economica mondiale e dal “crollo del comunismo”. Hanno condotto la CEE sull’orlo della disintegrazione nell’anno stesso in cui pensava di celebrare il proprio trionfo.
   Gli sbandamenti dell’Europa non sono una novità. L’Europa di Napoleone ha fallito, la Prima e la Seconda guerra mondiale sono state prove cataclismiche che gli interessi nazionali nell’Europa geografica erano più forti dell’illusione di un’Europa politica; infine, sempre nella Seconda guerra mondiale, il tentativo hitleriano di costruire un’Europa germanica fu battuto. In quest’ultimo caso, fu battuto dall’entrata nel campo di battaglia di due potenze “non europee”, gli USA e l’URSS. Questo solo fatto basta a provare che il problema dell’Europa era, in effetti, un problema di tutto il mondo. L’Europa è stata un disastro mondiale per oltre cinquecento anni. La sua disintegrazione politica ed economica potrebbe liberare il mondo, essa stessa inclusa, dall’immenso peso della sua politica e della sua economia parassitarie. La “caduta dell’Europa” darebbe l’autonomia nazionale ai suoi membri “meno uguali”, a quel centinaio di paesi membri della convenzione di Lomé e al resto del Terzo mondo. Ma questa “caduta” dovrebbe essere anche culturale: dovrebbe indebolire, se non cancellare, l’idea della “razza” che unisce i popoli e gli stati europei (contro le “razze” differenti, se non “inferiori”, dei “popoli di colore”, quelli che sono i veri “lavoratori di tutto il mondo”) in un sistema che già nel 1974 abbiamo chiamato di “apartheid su scala mondiale” (nel nostro libro Quale 1984?). La “caduta dell’Europa” non sarebbe, in breve, una tragedia, ma una grande benedizione per la maggioranza dei popoli di tutte le nazioni.
   Nelle sue memorie Jean Monnet, uno dei fondatori della CEE, scriveva: “Non stiamo formando una coalizione di nazioni, stiamo unendo gli uomini”. Quest’idea (desessizzata) sarà realizzata dalla fine dell’Europa comunitaria.
   È passato parecchio tempo, piu di quarant’anni, da quando il ministro degli esteri francese Robert Schumann ha proposto la fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio; quasi quarant’anni da quando il comitato di Paul-Henri Spaak ha proposto, il 29 maggio 1956 a Venezia, che la CECA si trasformasse in “un’unione economica generale e un’unione in campo nucleare” e da quando Christian Pineau ha dato il via a quel “Mercato comune per l’Africa” che, il 28 febbraio 1975, e diventato la prima convenzione di Lomé. Citiamo le date specifiche perché sono le date di nascita dell’Europa della CEE.
 



Antonio D’Acunto, Proteo 2009/1 (http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=724):


In realtà la riflessione sulla movimentazione della materia è allo stesso livello di come era quella dell’energia prima della crisi petrolifera del Kippur del 1972 e cioè ancora oggi la “materia” è considerata risorsa illimitata ed anche nel mondo “Ecologista” è, fatte poche eccezioni, totalmente ignorata quale fondamentale questione dei limiti dello sviluppo. Giorgio Nebbia riporta, in molti suoi articoli sulla questione, il dato mondiale di “una massa di materia (escluse acqua ed aria) che attraversa la tecnosfera pari a 25 miliardi di tonnellate all’anno”. In Italia l’Istat da anni presenta i principali indicatori relativi ai flussi di materia dell’economia italiana calcolati secondo concetti e schemi fondamentali del Sistema Europeo dei Conti nonché le linee guida adottate dagli organismi internazionali per lo sviluppo di un sistema di contabilità integrata ambientale ed economica. L’Input Materiale Diretto (IMD) registra la materia che nel periodo contabile è entrata nel sistema economico nazionale, con riferimento alle quantità effettivamente utilizzate nella produzione e nel consumo nazionali: possiamo dire che l’IMD in Italia negli ultimi anni è pari a circa 1000 milioni di tonnellate all’anno: è molto? è poco? e cioè che significato ha tale numero? Se come unità di misura prendiamo ad esempio la “massa dell’Isola di Capri” possiamo dire che (all’incirca) ogni tre anni per la sola Italia si movimenta l’intera Isola di Capri a partire dal livello del mare! Se consideriamo il dato mondiale riportato da Nebbia e prendiamo per Unità di Misura il complesso Vesuvio-Monte Somma possiamo affermare che ogni anno all’incirca viene movimenta una massa ad esso corrispondente! E’ sostenibile questo? Per restare agli indicatori del nostro Paese, il dato disaggregato nelle due componenti estera ed interna ci dice poi che l’IMD da importazione è estremamente rilevante e che è in fortissima crescita, passando dal 25,4% del 1980 al 37,7% del 2004. Leggiamo bene questo dato; sul piano ambientale è il trasferimento di una enorme quantità di materia da una parte all’altra del Pianeta e la prevalente restituzione o in discariche o in atmosfera; dal punto di vista della “ricchezza”, della “crescita economica” del nostro paese, il dato ci dice che essa è costruita su risorse non nostre, che se vengono a mancare, portano al collasso il nostro Paese in rapporto a questo modello di sviluppo; dal punto di vista politico ci indica quella che dovrebbe essere la vera chiave di lettura della immigrazione, in rapporto sia all’impoverimento che al debito morale verso le popolazioni di molti Paesi deturpati e privati di fondamentali risorse. 



Luciano Vasapollo, Hosea Jaffe, Henrike Galarza - Introduzione alla storia e alla logica dell'imperialismo, Jaca Book, 2005:


    La liberalizzazione degli scambi, insieme alla deregolamentazione e allo smantellamento della legislazione a tutela dei salari, ha permesso ai gruppi delle multinazionali, in particolare statunitensi, di sfruttare simultaneamente i vantaggi della libera circolazione delle merci e delle forti disparità tra i paesi, le regioni o i luoghi situati anche all’interno delle stesse grandi aree economiche occidentali.


   La politica economica determina sempre più scelte monetariste e neoliberiste, lasciando intatte le cause profonde che originano gli squilibri della struttura produttiva approfondendo il deficit commerciale. Seguendo le indicazioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale numerosi governi dei paesi dipendenti (vedi da ultimi Messico, Brasile, Indonesia, Malesia, Russia, Argentina, ecc.) continuano ad applicare politiche non di semplice congiuntura ma sempre più di carattere strutturale e di apertura commerciale dipendente accelerata, con privatizzazione delle imprese statali e deregulation economica. Tali politiche economiche hanno come prime repercussioni l’abbassamento dei salari reali, l’aumento della disoccupazione, la deindustrializzazione senza investimenti reali e produttivi finanziati da capitale interno e, quindi, l’ampliamento della dipendenza dai due grandi blocchi economici occidentali USA e UE.

   Questa globalizzazione neoliberista DIVIDE il Terzo Mondo ex coloniale altrettanto velocemente quanto INIBISCE i diritti delle classi subalterne e impedisce la lotta di classe nel “Primo Mondo” imperialista.


   In mancanza di una rottura radicale con la struttura della dipendenza i paesi a medio sviluppo (e in Europa quelli dell’area balcanica e dell’ex blocco socialista e in generale i paesi dell’Eurasia allargata ne sono un esempio eclatante) e del cosiddetto Terzo Mondo continuano e a vedersi condizionati a sviluppare la loro industria e la loro produzione agricola in modo tale che i paesi portatori dei diversi progetti di dominio globale ne beneficino a piene mani e senza scrupolo alcuno.
   I paesi a medio-basso sviluppo (come ad esempio quelli dell’area balcanica, dell’Est europeo, per non parlare di alcune realtà asiatiche e dell’America Latina) in molti casi hanno delle grandi potenzialità economiche nel loro territorio, sia in termini di risorse materiale sia di forza-lavoro, nonostante ci siano delle grandi differenze economiche e sociali tra le diverse realtà. Questi paesi per poter sopravvivere sono indebitati in una maniera incredibile con i paesi sviluppati, i quali così facendo sfruttano le risorse di queste aree tenendole sotto il loro controllo ed evitando così che quelli più stabili economicamente e politicamente diventino un domani concorrenti pericolosi. Hong Kong, Singapore, Taiwan, le altre ex “tigri asiatiche” e altri paesi anche dell’America Latina sono stati costretti a convertire i processi economico-produttivi. Il loro sviluppo è ormai direttamente sottomesso alle esigenze del mercato europeo e statunitense.




Hosea Jaffe - Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, 2010:


Il proletariato europeo e americano non mise in atto nei propri paesi alcuna rivoluzione sociale anticapitalistica, limitandosi a gridare “Ho Chi Minh!”, “Mao!”, “Che!” insieme agli studenti nelle strade delle proprie capitali. Sono passati ormai circa 150 anni da quando Marx innalzò la bandiera del comunismo. Tentò di metterla nelle mani del proletariato europeo e americano, che non l’afferò mai.

Perché? L’afferrerà forse quando a porgergliela saranno il proletariato e i contadini del “terzo mondo”? Acquisirà o svilupperà mai la coscienza comunista delle moderne rivoluzioni sociali contro l’imperialismo capitalistico?
Perché i proletari europei e americani hanno smentito le aspettative di Marx? Forse perché la loro coscienza fu corrotta dal plusvalore con cui il capitale imperialista, sfruttando il proletariato globale e ipersfruttando quello semicoloniale, accrebbe i loro salari? La previsione di Marx era sbagliata nella teoria tanto quanto lo è stata fin qui nella pratica? Era sbagliata perché non seppe preconizzare la fase imperialista del capitalismo e la conseguente corruzione di quel “proletariato occidentale” su cui tanto puntava? Pensiamo sia questa la spiegazione corretta, la ragione dell’illusorietà del suo ottimismo. Abbiamo cercato di spiegare come il punto debole costituito dalla sua mitologia del “proletariato” derivasse dal suo europeismo e dal suo eurocentrismo, dalla sua visione politica focalizzata sull’Europa e sull’America. Questi tratti possono essere spiegati nei termini della sua stessa comprovata teoria del “lavoro universale” e della divisione del tempo di lavoro in “lavoro necessario” e “pluslavoro”. La spiegazione in termini di politica economica del suo eurocentrismo risiede proprio in quella parte del pluslavoro del proletariato coloniale e semicoloniale che viene trasferita dal capitale imperialista verso il proletariato europeo. Oggi l’analisi statistica ci permette di calcolare l’entità di questo trasferimento di plusvalore dagli imperialisti al proprio proletariato. In breve, secondo i nostri calcoli la sua entità ammonta a circa metà del plusvalore imperialista globalizzato, che, a sua volta, è circa un quarto del prodotto interno lordo capitalistico totale, ovvero, ad oggi, circa 5 trilioni di dollari statunitensi, che a loro volta sono suddivisi tra 500 milioni di proletari “borghesi” (ma perché non dire “imperialisti”?) per una media di 10.000 dollari all’anno pro capite. Questo bottino coloniale, che finisce nelle tasche del proletariato semi-imperialista (per così dire), rappresenta circa un quarto dei suoi introiti annui.
È possibile che un’altra causa dell’errore di Marx risiedesse nella sua concezione dialettica e semi-hegeliana della relazione tra “coscienza” ed “esistenza sociale” così come l’aveva enunciata nel suo “Per la critica dell’economia politica”, scritto una decina d’anni prima della sua maggiore opera, il “Capitale”? Siamo convinti di no. Tuttavia vale la pena di valutare nuovamente questa concezione in relazione alla domanda “era necessario il capitalismo?”, che fa da titolo a quest’opera, scritta durante la lunga vigilia delle lotte e delle nuove rivoluzioni anti-imperialiste a venire, 160 anni dopo i principali scritti di Marx. Nella Prefazione al suo “Per la critica dell’economia politica” scrisse le straordinarie parole che seguono:

“[...] il principio guida dei miei studi può essere riassunto come segue. Nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano inevitabilmente in relazioni definite, indipendenti dalla loro volontà, ovvero in relazioni di produzione appropriate rispetto a un dato stadio dello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. L’insieme di queste relazioni di produzione costituisce la struttura economica della società, le vere e proprie fondamenta su cui sorge la sovrastruttura legale e politica e cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale della vita politica e intellettuale. Non è la coscienza degli uomini a determinare la loro esistenza, è la loro esistenza sociale a determinare la coscienza. A un certo stadio di sviluppo le forze materiali produttive della società entrano in conflitto con le relazioni di produzione esistenti o, per dirla in termini legalitari, con le relazioni di proprietà nel contesto in cui hanno operato fino a quel momento. Da forme di sviluppo delle forze produttive queste relazioni si trasformano nelle loro catene. È allora che comincia un’era di rivoluzione sociale.” [K. Marx, “Prefazione” a “Per la critica dell’economia politica”, cit., pp. 20-21 dell’edizione inglese cit.]


Le rivoluzioni sociali vengono compiute da persone dotate di una certa coscienza sociale, che è determinata sia dalla loro passata esistenza sociale sia dai cambiamenti che la stessa conosce durante il conflitto tra le forze e le relazioni di produzione. In una situazione rivoluzionaria si ha un cambiamento rivoluzionario nella coscienza sociale di quanti praticano la rivoluzione (e nelle classi loro avversarie, ovviamente).

La dinamica reale di continuità tra la coscienza passata e presente determina, dal canto suo, i cambiamenti reali, sociali e materiali nell’esistenza sociale preesistente e la rivoluziona. Il rapporto dialettico di “causa” ed “effetto” tra esistenza sociale e coscienza sociale opera in entrambe le direzioni. Marx prevedeva – irrealisticamente, come gli eventi dimostrarono – che il conflitto di classe tra il capitale e il proletariato nei paesi “avanzati” avrebbe potuto generare rivoluzioni sociali ad opera di questo stesso proletariato. La coscienza di classe del “proletariato occidentale” non divenne mai abbastanza rivoluzionaria da determinare alcuna rivoluzione sociale nel blocco imperialista dei paesi, delle nazioni e delle classi.
Perché no? Perché tale coscienza di classe fu determinata dalla loro collaborazione e partecipazione concreta, reale, sociale, materiale, politica, culturale e anche militare ai processi imperialisti economici e politici del capitale (coloni, società per azioni, fondo monetario, banca mondiale, organizzazione mondiale del commercio). In aggiunta a questo fondamentale elemento inibitorio dello sviluppo di una coscienza rivoluzionaria, ovvero antisistemica, la realtà dell’esistenza sociale di questa classe cambiò enormemente e rapidamente con l’introduzione del telefono, della radio, della televisione, delle reti informatiche, del telefono portatile, per non parlare dei giornali e dell’atuomobile a benzina, la cui diffusione è responsabile prima del cambiamento climatico. Nel loro insieme e presi singolarmente questi cambiamenti tecnologicamente rivoluzionari rafforzarono e indussero diffusi mutamenti antirivoluzionari nella coscienza sociale del proletario; e va da sé che questi cambiamenti rafforzarono il consumismo e l’interesse alla proprietà privata del proletariato imperialista (per chiamarlo con il suo nome politicamente appropriato, ovviamente con le dovute eccezioni).
L’esistenza sociale dei lavoratori semicoloniali e dei “paesi socialisti” (compresi tra questi i 100 milioni presenti nel “primo mondo”) era completamente diversa rispetto a quella dei lavoratori del “primo mondo”. Riconoscevano, e ne erano sempre più coscienti per via della loro esperienza diretta di lavoratori coloniali, la necessità e la volontà di agire rivoluzioni antisistemiche. I lavoratori e i contadini che le misero in atto in Cina, Vietnam, Jugoslavia, a Cuba, ecc., sapevano di dover difendere le loro rivoluzioni, i loro stati e i loro paesi, mentre quelli dell’Unione Sovietica furono demoralizzati dagli imperialisti, dagli eurosocialisti e dagli euromarxisti che con passione crudele aiutarono la guerra fredda capeggiata dagli Stati Uniti a “buttare il bimbo socialista con l’acqua sporca stalinista” dell’Unione Sovietica. Nel XX secolo la relazione marxista giustamente famosa, tra coscienza individuale e coscienza sociale da una parte, e tra esistenza individuale ed esistenza sociale dall’altra, si articolava diversamente rispetto al periodo in cui Marx scrisse le sue opere piu significative, ovvero la seconda metà del XIX secolo. Questa differenza spiega parzialmente perché la storia non realizzò le aspettative di Marx riguardo alla natura rivoluzionaria del proletariato occidentale. Il resto della spiegazione risiede, credo, nel suo eurocentrismo, che fu tra i motivi per cui lo stesso Marx non seppe prevedere la mutazione imperialistica del colonialismo.
Il XX secolo produsse un’ulteriore novità: le guerre di liberazione nazionale, la cui teorizzazione non fu formulata da Marx ma da Lenin e, in misura minore, da Trockij, il quale non a caso si schierò nei suoi scritti a sostegno non solo dell’Etiopia ma anche del suo imperatore dispotico, Haile Selassie, nel contesto della loro resistenza all’invasione messa in atto dall’Italia fascista. Fu questa resistenza, insieme a quella dei comunisti di Mao contro l’invasione giapponese della Cina, a introdurmi una settantina di anni fa, nei tardi anni ’30, alle politiche di liberazione nazionale in Africa, al pensiero di Marx, Lenin e Trockij, al socialismo e al comunismo.
Il principio della liberazione nazionale dal capitalismo coloniale imperialista spinse marxisti, leninisti, trockijsti e molti altri a sostenere le guerre anti-imperialiste intraprese, all’interno dei propri confini, dall’Etiopia contro l’Italia, dalla Cina contro il Giappone, dal Vietnam contro la Francia a Dien Bien Phu e vent’anni dopo contro l’esercito statunitense, che prima di allora non era mai stato sconfitto; e le guerre della Cambogia, del Laos, della Corea del Nord; e quella della Cuba castrista e guevarista contro l’invasione di Kennedy alla Baia dei Porci, la lotta armata algerina contro la Francia di de Gaulle e quella “socialista”, la Guinea-Bissau di Cabral che si contrappose al Portogallo – per citare soltanto le più note.
Furono tutte guerre di difesa messe in atto dai lavoratori e dai contadini di paesi coloniali e semicoloniali contro gli invasori imperialisti, e guidate nella maggioranza dei casi da leninisti.



Hosea Jaffe – Via dall'azienda mondo dove la sinistra e la destra stanno dalla stessa parte, Jaca Book, 1995:


 Le forze di produzione stanno incrementando, non diminuendo, il potere dei monopoli, a differenza di quanto Marx aveva previsto.

   Marx dava spiegazioni intranazionali. Con un'immagine molto semplice, pensiamo a un Paese che ha alcuni monopoli, che commerciano con chiunque altro; così si forma un mercato mondiale. Ma ora la situazione non è questa. La situazione attuale è che i grandi monopoli sono internazionali; sono controllati dal Giappone, dall'Inghilterra, dagli Stati Uniti, dall'Italia o dalla Germania; i loro quartier generali sono nazionali ma le loro operazioni si svolgono nel mondo intero, sono internazionali. Cosa sono queste operazioni internazionali? Sono l'imperialismo. Non è necessario qui dettagliare cos'è l'imperialismo, ricordo solo che esso consiste nelle relazioni internazionali di produzione.
Marx vedeva le relazioni internazionali di produzione come relazioni di classe tra lavoratori e capitalisti, organizzate dalla privatizzazione dei mezzi di produzione, delle proprietà. Ma nel XX secolo la principale relazione di produzione è tra le multinazionali e le grandi potenze da un lato e l'Africa, l'Asia, il Sudamerica dall'altro. Questa è una relazione di produzione nuova, differente; non è una relazione di classe, è una relazione di produzione di nazioni. Non è all'interno di una nazione, ma tra nazioni, ed è questa oggi la relazione di produzione principale.
Mi spiego meglio: ci sono due tipi di relazioni di produzione. Il primo tipo è la relazione di classe all'interno di ciascun Paese, in particolare nel Primo mondo. Io penso infatti che le relazioni di classe nel Terzo mondo siano relazioni indirette tra la classe straniera e gli operai locali: non importa tanto la relazione tra capitalisti indiani e operai indiani, quanto quella tra il capitalismo europeo, statunitense, giapponese (che usano qualche capitalista indiano come loro agente comprador) e gli operai e i contadini locali. Questa è una diversa relazione di produzione.
Penso non ci possano essere dubbi che, all'interno dei paesi imperialisti, lo sviluppo delle innovazioni tecnologiche ha reso la gente più consumistica, ha rafforzato il potere dei monopoli, ha indebolito gli operai come classe separata, ha creato il patto sociale tra lavoratori e capitalisti, ha rafforzato l'accordo tra classi contro il Terzo mondo. Ci sono molti esempi a dimostrare che gli operai non hanno mai detto nulla di serio contro le nuove leggi per l'immigrazione, niente circa l'unità europea, niente sulla Nato; niente, da parte di questi lavoratori, circa tutte queste attività imperialiste.
    Nel Primo mondo la teoria "marxista" della contraddizione tra forze e relazioni di produzione è falsa, completamente falsa. Lo sviluppo dei mezzi di produzione ha rafforzato, non indebolito, le relazioni di produzione. Il legame tra capitalisti e lavoratori è oggi così forte che molti lavoratori non si pongono dubbi perfino a votare per loro, come per esempio è successo in Italia. In questo momento c'è antagonismo tra i sindacati e Forza Italia, ma si incontreranno e arriveranno a un accordo, devono farlo, poiché c'è l'Unione Europea. E perché c'è l'Unione Europea? Perché ci sono l'Asia, l'Africa, il Sud America e tutta l'area mediterranea da sfruttare. Cosi, l'unità tra lavoratori e capitalisti non decresce, ma aumenta e oggi abbiamo una situazione ben peggiore che nella Prima Guerra Mondiale. C'era un vero antagonismo, prima di quella guerra o in Italia nel 1920, quando ci furono gli scioperi di Torino, ecc. Ora gli scioperi dei lavoratori sono diventati spoliticizzati, sono scioperi economici, non politici. E si può constatare la spoliticizzazione anche tra gli studenti e in altri contesti.
   In ogni modo la mia tesi (e la mia domanda) è: la premessa fondamentale del marxismo, del marxismo del XIX secolo, era corretta a quel tempo, in quel periodo, ma oggi, per il Primo mondo, è falsa. E se le cose stanno così, qui non ci sono possibilità per il socialismo. Nel Primo mondo vi potete dimenticare degli operai che realizzano il socialismo, perché non lo vorranno, per la semplice ragione che il Primo mondo non se ne sta da solo in disparte: sta seduto in cima al resto del mondo. E tutti, in un modo o nell'altro, conoscono la situazione.



Hosea Jaffe - Progresso e nazione: economia ed ecologia, Jaca Book, 1990:


p. 8


Invece degli individui, ciò che conta sono le classi, le corporazioni, i sindacati, gli stati con le loro burocrazie e i loro partiti e il cosiddetto «interesse nazionale». Quest’ultimo di rado rappresenta il «popolo», ma rappresenta sempre i gruppi e le forze economiche e sociali dominanti. Come disse il filosofo Claude-Adrien Helvetius, alla vigilia della rivoluzione francese, il proprio interesse è la molla e il segreto di ognuno. Benché usasse il termine interesse in una accezione eccessivamente fisico-psicologica, l’affermazione è vera anche riguardo ai gruppi, in particolare le classi, gli stati e le nazioni.



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 La popolazione di quei paesi che possono essere definiti “paesi ricchi, oppressori, imperialisti” che sfrutta i poveri dei paesi poveri dell’economia-mondo, ammonta a circa 800 milioni. Di questi quasi il 40% o circa 300 milioni in qualche modo “lavorano”. Abbondando, diciamo che la loro produttività media sia dell’83%, essendo molti di questi “lavoratori” totalmente o relativamente non-produttivi rispetto ai lavoratori altamente o totalmente produttivi impiegati nell’industria, agricoltura, servizi, sanita, istruzione e altre professioni produttive. Questo abbondante 83% equivale a 250 milioni di operai “molto produttivi” o “universali” dell’”Ovest”.
   Secondo stime dell’ILO (International Labour Organization) e di altri autorevoli organismi, la maggioranza dei lavoratori agricoli dei paesi poveri, o del “Sud”, hanno una produttività media di 1/6 di quelli dell’Ovest”, vale a dire ognuno produce in un anno 1/6 della produzione dei lavoratori agricoli dell’”Ovest”, considerando tutti i raccolti e i prodotti di allevamento. Su una popolazione di circa 2,7 miliardi del “Sud” (o del cosiddetto “terzo mondo”) – 500 milioni in Africa, 500 milioni nelle Americhe, un miliardo e 700 milioni nell’Asia non socialista, dal Mediterraneo all’Oceano Pacifico – la metà non raggiunge l’età adulta oppure è sotto i 16 anni di età. La forza-lavoro adulta disponibile è pertanto relativamente molto ridotta rispetto all’”Ovest” dove la gente vive in media fino ai 75 anni o più, mentre nel “Sud” non arriva ai 50. Miseria e fame hanno sospinto centinaia di milioni di uomini e donne nelle megalopoli come Bombay, Calcutta, Giacarta, Kinshasa, Il Cairo, dove dal 30 al 50% degli abili al lavoro sono cronicamente disoccupati. Questa cifra è salita durante la lunga crisi, cronica e “strutturale”, del mondo in cui “viviamo”. La forza-lavoro del “Sud” è sempre più impiegata non per produrre cibo e abbigliamento o materie prime per se stessa e le proprie famiglie, bensì in “produzioni agricole per l’esportazione” per il consumo europeo, americano, giapponese e australiano. Pertanto, quando parliamo di produzione agricola non è per il (proprio) valore d’uso, bensì per il valore di scambio (estero) che producono i “dannati della terra”. La popolazione rurale del “Sud”, benché stia relativamente diminuendo, a causa della pseudo-urbanizzazione forzata (da non comparare con l’urbanizzazione “occidentale”, con tutti i suoi servizi e i problemi “moderni”) è di circa un miliardo e mezzo. Escludendo il lavoro minorile, la forza-lavoro rurale è di circa il 30% di questa cifra, cioè 450 milioni. Adoperando la cifra fornita dall’ILO, riferita a prima, e cioè 1/6 della produttività relativa media di questa forza-lavoro, troviamo che nelle campagne del “Sud” ci sono solo 75 milioni circa di “lavoratori universali” (450 x 1/6). Questo è il numero realmente produttivo, non contando le centinaia di milioni di disoccupati agricoli. I disoccupati sono o del tutto senza lavoro, oppure “sottoccupati”, quale risultato dello “sviluppo del sottosviluppo” delle nazioni povere causato dalle nazioni ricche o, in altre parole, l’arretratezza forzata, indotta – di fatto “prodotta” – dall’”Ovest” nel “Sud”.


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   Nei modi di produzione del comunismo primitivo e del dispotismo comunitrio, sia il polo della produzione che il polo della distribuzione erano “comunitari”, nel senso che il loro modo di vivere, il possesso della terra, il lavoro collettivo e la reciprocità erano comunitari (o anche “nazionali” come in taluni periodi dell’antica India, Cina, Birmania ecc.). C’era sempre una qualche privatizzazione del lavoro e della terra, ma queste erano “eccezioni che confermano la regola”. L’”asse del surplus” di queste civiltà, che giunse alla fine dapprima in Europa e poi durante le conquiste coloniali europee, anche in Asia, Africa e America, era del tipo: comunitario _______ comunitario. Nei modi di produzione europei, schiavistico, feudale e capitalistico, l’asse del surplus era, ed è tuttora: privatizzato _______ privatizzato. Sia il termine “comunitario” che quello “privatizzato” si riferiscono alle coppie uomini uomini/lavoro e terra/mezzi di produzione. Per lunghi periodi – e ai margini dei modi di produzione contigui (tribale/dispotico, tribale/capitalistico, dispotico/capitalistico ecc.) – esistevano assi di surplus i cui poli erano una misura dei precedenti: comunitario/privatizzato _______ comunitario/privatizzato.
   Il flusso di surplus o di plusvalore dalle società comunitarie alle società o classi “privatizzate” avveniva e avviene come nei seguenti casi: lo sfruttamento del mir o dell’obščina russe da parte dei boiardi e altri proprietari terrieri, lo sfruttamento delle comunità cristiane e di “marca” da parte delle gerarchie feudali della Chiesa e dei baroni, ai nostri giorni, il flusso di plusvalore dai “paesi socialisti” sfruttati, per mezzo dello scambio ineguale, le joint-ventures ecc., dagli stati e dai capitalisti dell’Occidente avanzato (compresi quelli a guida “socialista”). L’asse per tali situazione, dove i poli sono socialmente antagonistici, è il seguente: comunitario _______ privatizzato.
   Dopo il periodo di Kiev, la Russia fu per secoli, di fatto fino alla rivoluzione del 1917, un modo di produzione misto (ma più “europeo” che “asiatico” con l’andar del tempo, soprattutto dopo Pietro il Grande). In questo modo di produzione misto, il polo produttivo era in parte comunitario (i villaggi), in parte privato (servi della gleba, contadini), ma il polo distributtivo era privatizzato in modo feudale. L’asse era: comunitario/privatizzato _______ privatizzato. Tutti i poli distributivi privatizzati comprendono uno stato non-redistributivo, che rappresenta ordini sociali o classi privatizzate. Il modo di produzione o la formazione sociale capitalistici non sono misti: essi hanno metabolizzato modi di produzione precedenti. Ma l’asse del surplus ha la sembianza del tipo del modo di produzione misto, nel senso che all’estremità dove si produce plusvalore esso è fondamentalmente coloniale e neo-coloniale e i produttori sono dipendenti privati delle multinazionali, dei colonizzatori e degli stati. Dall’altra parte dell’asse stanno le multinazionali e le altre società, gli stati imperialistici e il proletariato borghesizzato. Tutti questi sono davvero privatizzati, compreso lo stato, dal momento che investitori privati vi impiegano il denaro. Pertanto l’asse del plusvalore mondiale ha la forma privatizzato _______ privatizzato, ma il rapporto Est-Ovest assume la forma comunitario _______ privatizzato. Il flusso del plusvalore lungo l’asse Sud-Ovest e Est-Ovest ammonta a circa 1.000 miliardi di dollari all’anno. Quest’asse è naturalmente astratto. I suoi componenti reali sono i 150 stati circa che fanno parte delle Nazioni Unite. Essi sono simili a piccoli poli magnetici che sono disposti in modo tale da formare un gigantesco magnete che determina il flusso del plusvalore.
   L’intero “asse del surplus” si può rappresentare in questo modo:

paesi neocoloniali e “buchi” socialisti      1.000 miliardi di $      CEE, NATO, OCSE capitale e proletariato borghesizzato

Questo asse è solo la freccia di un asse più lungo e cioè l’”asse del capitale”. L’”asse del capitale” consiste di lavoro vivo (capitale variabile) e di lavoro morto (capitale costante):

            “asse del capitale”          ǀ   “asse del surplus”            

Tutto l’asse è composto da tre parti: capitale costante, salari, surplus o profitto. Il saggio di profitto è surplus o profitto / capitale costante + salari, vale a dire la parte di freccia dell’asse intero. L’attuale saggio di profitto del sistema capitalistico mondiale è di circa 11% su scala mondiale (2.000 miliardi di $ di surplus o profitto diviso 12.000 miliardi di $ di capitale costante più 6.000 miliardi di $ di salari). Il saggio in Occidente è minore a causa della gran massa di capitale costante, concentrato nelle megalopoli con le grandi industrie e vie di comunicazione, a causa del drenaggio esercitato dagli alti salari occidentali e per l’esistenza di circa 100 milioni o più di lavoratori occidentali che consumano plusvalore invece di produrre. Il grosso di quest’ultimo deriva dal supersfruttamento degli operai e dei contadini del Sud del mondo. La massa del capitale costante e del capitale variabile occidentale tende pertanto ad abbassare fortemente l’astratto saggio di profitto mondiale. A sua volta, quest’ultimo tende a trasformare le fasi ascendenti delle onde lunghe in fasi discendenti, in crisi. Durante la crisi, il sistema-mondo sposta masse di produzione dal costoso Occidente ai meno cari Sud ed Est, getta 30 o più milioni di lavoratori occidentali nella disoccupazione cronica e permanente (la qual cosa, tuttavia, è pur sempre diversa dalle condizioni dei 500 milioni di disoccupati del Sud o anche degli operai e contadini “economicamente attivi” del Sud del mondo), supera le difficoltà per mezzo di drastiche e spesso impressionanti trasformazioni tecnologiche, organizzative e strutturali (lo testimonia l’attuale “terza rivoluzione industriale”), e, soprattutto, escogita diversi o nuovi modi di estrazione del plusvalore dalla base coloniale del sistema. In questi modi gli assi del surplus e del saggio di profitto presi assieme, determinano le espansioni e le crisi delle “onde lunghe”. Probabilmente questa è stata la dinamica di tutte le “onde lunghe” capitalistiche, dal periodo del commercio delle spezie e delle tinture, attraverso il commercio a base schiavistica dello zucchero, del caffè e del cotone, fino alle “merci” del “commercio” imperialistico (per esempio, gomma, cacao, thé, juta, sisal, i metalli e i mineralli, oltre alle vecchie “merci”).
   Questo generatore di espansione/crisi, l’”asse” del surplus e del profitto, in fondo non è che un rapporto di produzione socio-politico o un insieme dialettico (cioè non proprio numerico) dei rapporti di produzione. La dialettica fondamentale di questo insieme è la dinamica coloniale che, in modo visibile o no, attraversa e pervade il capitalismo.


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Il razzismo è così profondo nei paesi occidentali che in essi la maggior parte delle “lotte di classe”, in particolar modo gli scioperi per salari più elevati contro imprenditori transnazionali, hanno un contenuto razzista nascosto. La rivendicazione sostenuta dagli scioperanti per “una più alta retribuzione” nelle industrie operanti in Italia, in Inghilterra, negli USA, in Germania, che pagano i loro lavoratori in Africa, nel Centro e nel Sud America e in Asia, un decimo di quanto paghino in Occidente, è manifestamente razzista, se questi scioperanti non rivendicano paga uguale per tutti i dipendenti delle transnazionali in questione, a livello mondiale. Quando i lavoratori della FIAT, dell’Olivetti, della Montedison, dell’AGIP, dell’ENEL e del Gruppo IRI, ad esempio, escludono i dipendenti di queste imprese occupati negli altri paesi dalla definizione della propria retribuzione e dalle proprie rivendicazioni, questo è razzismo nascosto. È chiaro che la rivendicazione di principio circa la retribuzione è uguale lavoro per uguale salario ed è altresì chiaro che ciò avrebbe come risultato una diminuzione delle retribuzioni e dei salari superpagati, e un aumento delle sotto-retribuzioni e dei sottosalari. Il vecchio slogan “uguale lavoro per uguale salario” è sempre stato usato – ed è tuttora usato – per tenere africani e asiatici lontani dai posti di lavoro qualificati in Sudafrica, Gran Bretagna, Francia, poiché esso presumeva che i super-stipendi dei lavoratori occidentali fossero intoccabili. Ma pochi capitalisti – e nessun paese socialista – possono accordare retribuzioni pagate nel Nord Europa, negli USA, in Australia, nel Sudafrica “bianco”, che contengono una parte del plusvalore realizzato dai lavoratori di tipo coloniale, sia all’estero, sia all’interno di questi paesi. L’interpretazione corretta delle parole “uguale salario” si avrebbe facendo della retribuzione media l’”uguale salario”, per quanto ciò, necessariamente, significherebbe, nella maggior parte dei casi, una riduzione delle paghe alte e un aumento di quelle basse. Questo principio di una paga media uguale vale in una dimensione mondiale (ad esempio, tra dipendenti argentini e italiani della FIAT, o dipendenti dell’Olivetti occupati in Italia e a Singapore) come pure nazionale (ad esempio, tra lavoratori comunitari ed extracomunitari, tra lavoratori europei e africani ecc.). Tale principio potrebbe avere l’effetto di ridurre le paghe per certe categorie, in Italia, ad esempio. Ma è questa rivendicazione di principio, e non la “lotta di classe” priva di principi, razzista, che costituisce la migliore e la sola garanzia di sicurezza per la classe lavoratrice, tanto nella sua dimensione mondiale, quanto in quella nazionale.

È talmente serio il problema del nuovo razzismo in Italia, dove si pretende di avere una tradizione non xenofoba, nonostante Lombroso, Mussolini, le leggi razziali in Etiopia e le pubblicazioni razziste di Almirante e di altri, che, secondo quanto hanno dichiarato studiosi italiani responsabili, la linea di demarcazione fra progresso e reazione nel nostro tempo viene tracciata dal conflitto fra antirazzismo e razzismo. In altre parole, il criterio del progresso è “spirituale” piuttosto che “materiale” (un criterio “materiale”, ad esempio, potrebbe essere la tecnologia) e si colloca nella sfera della dimensione spirituale piuttosto che nel campo delle forze di produzione, persino nei “paesi industriali avanzati” dell’Occidente.


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   La ragione principaledella soppravvivenza e della spettacolare ripresa del dopoguerra del capitalismo risiede non nella sua terza rivoluzione tecnologica (microelettronica, spazio, atomo) bensì nei suoi “nuovi” metodi di supersfruttamento e di dominio sul Sud, attraverso il metodo dell’”indipendenza” del dopoguerra per le colonie inglesi, francesi, olandesi e belghe. Questa forma d’indipendenza ha volto a vantaggio delle potenze coloniali le rivoluzioni politiche del Congresso Indiano e di altri movimenti anticolonialistici di massa. Le potenze coloniali hanno ulteriormente consolidato su vasta scala il loro nuovo “dominio indiretto”, più economico, moralistico e che salva le apparenze [Hosea Jaffe, “Colonialismo oggi”, op. cit.; “A History of Africa”, op. cit.; “I primi dieci anni di indipendenza in Africa” in Calendario del popolo, 1971; “Kenia”, Jaca Book 1968 e altri sulla equivalenza tra l’indipendenza politica in Africa e la politica del “dominio indiretto” di Lugard-Lyautey], formando una multinazionale, nota come Comunità Economica Europea, e ponendo sotto il controllo della CEE circa 70 stati indipendenti, africani, delle isole del Pacifico e dei Caraibi, con la Convenzione di Lomé. Questi sono i motivi reali che nel 1973 spinsero la Francia e la Germania a portare nella CEE la Gran Bretagna: avere accesso alla periferia coloniale africana della Gran Bretagna. Hearth, a quel tempo, era così desideroso di entrare nella CEE per le opportunità, rivelatesi poi vane, che si presentavano per l’industria britannica, da trascurare di guardare cosa avveniva alle sue spalle, vale a dire le reali mire di Francia e Germania. In oghni caso la Convenzione di Lomé garantisce un’offerta illimitata di materie prime prodotto con manodopera a basso costo per le industrie e il commercio dell’Europa occidentale; garantisce profitti attraverso la trappola del debito contratto da parte dei paesi poveri con le multinazionali e gli stati europei e infine un mercato protetto per smerciarvi prodotti con prezzo maggiorato [sulla Convenzione di Lomé, cfr. Hosea Jaffe, “Pyramid of Nations”, op. cit., parte I (3)]. Dopo il 1974, la CEE, il Sudafrica, gli Stati Uniti e il Giappone hanno “riagganciato” la Guinea Bissau, l’Angola e il Mozambico inserendole in questa rete neocolonialistica con l’aiuto attivo della “sinistra” di tutte le “internazionali”. Il “riaggancio” dell’Africa non socialista nella base colonialistica del sistema-mondo è la ragione fondamentale del “miracolo” del dopoguerra in Germania occidentale, in Italia, in Giappone ecc.
   Quindi non c’è stato “crollo”. Ma ci sono state due importanti “riforme”. La prima è la trasformazione del colonialismo da diretto a indiretto (“indipendenza”). La seconda è il decollo della Germania occidentale e del Giappone e il concomitante declino economico (ma non ancora politico e militare) degli Stati Uniti (e su questo ha scritto in modo convincente André Gunder Frank gia dagli inizi degli anni ottanta). Queste “riforme” del sistema-mondo hanno fornito la spinta economica che ha generato la “terza rivoluzione industriale”, il “grande balzo” della tecnologia e di qui il consumismo e l’inquinamento del dopoguerra, in Occidente e nella periferia colonizzata. La tecnologia, le nuove forze produttive, il “nuovo” progresso, oggi come un tempo, sono la risultante dei vettori dei “nuovi” rapporti di produzione internazionali.


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   Le “riforme”, urgenti e indispensabili, nella produzione, nella distribuzione e nel consumo comprendono:
1) eguagliare i redditi mondiali al reddito medio mondiale (oggi di 2.000 dollari all’anno), quale conditio sine qua non per porre fine alle carestie, al consumismo, all’inquinamento, al genocidio e alla distruzione della natura. Ciò equivale a risolvere la contraddizione Ovest-Sud e colmare l’infame divario.
2) deindustrializzare, togliere l’asfalto e il cemento, deurbanizzare, decommercializzare, porre fine al consumismo e reintrodurre l’agricoltura, la pastorizia e le attività rurali in generale in Occidente. L’Europa e il Giappone, in particolare, non sono state “designate” dalla natura per l’industrializzazione bensì sono regioni fantastiche per l’agricoltura e la pastorizia. D’altra parte, l’Africa, l’America centrale e meridionale, e vaste aree dell’Asia sono state dotate dalla natura di grandi risorse di energia, d’acqua, minerali ecc. ma di suoli poveri (a causa delle foreste tropicali ed equatoriali), sono quindi adatte per la più moderna industrializzazione, con l’agricoltura come principale beneficiaria (e non più al servizio quale fornitrice di materie prime). In breve, un completo ribaltamento del mito colonialistico e della pratica colonialistica secondo cui l’Europa e l’Occidente sono “industriali” e l’Africa e il Sud sono “agricoli” per “natura”. Cioè un completo rovesciamento della divisione colonialistica del lavoro internazionale.
3) estirpare l’individualismo, il nazionalismo, l’eurocentrismo, il razzismo, e infondere una nuova cultura all’Europa occidentale, agli USA “bianchi” al Canada, all’Australia, al Giappone (al Sudafrica classificato come “bianco”, cioè come colonialista); e liberare dalle catene, affrancare, liberare, unificare, continentalizzare e inter-nazionalizzare la spiritualità del Sud del mondo conducendo una strenua lotta contro la reificazione, la ritribalizzazione, il divide et impera, l’etnicizzazione, il secessionismo, fare servilmente affari con l’imperialismo, la falsa e incompleta indipendenza; attuare l’indipendenza costruttiva liberatoria, autonoma, autodetermina.
Misure specifiche comprendono:
a) il rimboschimento delle quasi distrutte foreste tropicali coll’impiantare nuovi alberi (l’esempio migliore, al quale lo scrivente ha assistito, e quello di Hararge, in Etiopia, dove una cooperativa rurale sta procedendo al rimboschimento di una vasta area tra montagne e valli), col chiudere tutto il “business” della pubblicità, grande divoratore di carta, col limitare legalmente quotidiani, settimanali e mensili concedendo un formato massimo piuttosto piccolo e coll’autogestione della pubblicazione dei libri da parte di autori, editori e produttori di carta culturalmente responsabili e con l’espulsione dall’Amazzonia, dallo Zaire ecc. di tutte le imprese e i colonizzatori genocidi e distruttori delle foreste con la fine della privatizzazione delle foreste, dei fiumi, delle spiagge, delle aree minerarie, delle montagne ecc.
b) pena capitale per gli esportatori di rifiuti tossici verso i paesi del Sud; trasporto gratuito verso i paesi d’origine di questi rifiuti da parte degli stati colpevoli e completa riparazione dei danni per le popolazioni vittime di ciò.
c) la chiusura di tutte le fabbriche di auto, camions, moto (di ogni dimensione perche altamente tossiche) e la loro riconsversione, dove è possibile, per la produzione di autobus, pulmini, treni per metropolitana e ferrovia, elicotteri, aerei. Il trasferimento del trasporto commerciale su gomma alle ferrovie. La produzione sperimentale di veicoli ad energia solare, elettrica ecc. per l’uso come taxi e per la consegna casa a casa. Incorporare i costi dei trasporti nel sistema fiscale, cioè trasporto all’interno di una data zona completamente gratuito. Il massimo impulso ai servizi di trasporto pubblico, comunale, regionale, nazionale e internazionale. La restrizione del traffico di merci su grande distanza (su strada, ferrovia, per via aerea o marittima; uno spreco visibilmente ridicolo di aerei, navi, treni e dei mezzi di produzione per costruirli) alle sole importazioni ed esportazioni essenziali, cioè fine del “libero flusso di merci” non essenziale, con tutto il suo apparato di automezzi pesanti fonte di molti incidenti. Cessazione dell’asfalto cancerogeno e del non necessario cemento per costruire strade e altre superfici. Tutte le città, grandi e piccole, tutti i paesi chiusi ai veicoli privati, tranne per servizi essenziali e consegne particolari (i taxi essendo pubblico servizio) e aperti solo ai pedoni e ai ciclisti. La fine di tutti i caselli autostradali e di tutti i pedaggi (dal momento che il traffico sarà solo pubblico). La costruzione di stabilimenti siderurgici e di altri mezzi occorrenti per estendere la rete e il sistema ferroviario, che utilizzi l’energia la più pulita possibile. Chiusura delle metropolitane pericolose come la galleria sotto la Manica, fonte di profitti, e deprivatizzazione dei loro operatori. Nazionalizzazione, con piena responsabilità statale,  della produzione e della distribuzione, in via di riconversione, delle auto, moto, camions e dei mezzi di trasporto. Là dove queste misure sono adottate da una singola nazione, l’importazione degli autoveicoli e il loro transito attraverso il territorio nazionale deve essere proibito per legge.
d) la riconversione dei “supermercati” e degli “ipermercati” dalla loro dipendenza dalle auto al soddisfacimento dell’esigenza di cui sopra o la loro riconversione obbligatoria per diventare spazi di uso pubblico come sale pubbliche, spazi di ricreazione, centri sportivi ecc. La ricollocazione, su una moderna base non consumistica, dei “negozi” adottando una metodologia da self-service possibilmente senza code.
e) l’urgente e permanente chiusura delle fabbriche e degli stabilimenti del tipo di Massa, che producono pesticidi, e degli stabilimenti farmaceutici che producono spray, prodotti tossici radioattivi non essenziali (per esempio, negli ospedali), inquinanti delle acque come fosforo, ecc., con la proibizione della vendita di tutti i “detersivi” “più bianco del bianco” e delle “macchine lavatrici”, sia per indumenti che per stoviglie. Questa messa al bando deve essere accompagnata da una ricerca, anch’essa non inquinante, sui saponi alternativi (quelli vecchi, tradizionali?). Proibizione della produzione delle batterie contenenti mercurio, seguita dalla ricerca per le soluzioni (ampiamente conosciute) alternative. Proibizione della produzione e delle distribuzione dei contenitori e dei sacchetti di plastica non facilmente degradabili, con multe per i produttori e i consumatori (cosi come per i “detersivi”, pesticidi, spray ecc.). Chiusura di tutti gli stabilimenti petrolchimici non essenziali per la produzione di carburanti e materiali per i trasporti pubblici e l’energia occorrente. Chiusura di tutte le fabbriche che producono beni a forte contenuto di metalli (o solventi) non fabbricati specificamente per istituzioni di proprietà pubblica, mediche, educative e di ricerca, o per merci di consumo privato non dannose (elettroniche ecc.).
f) chiusura di tutte le raffinerie di petrolio che non servano prodotti per il trasporto pubblico e per servizi e consumo di pubblico interesse, legalmente comprovati. Inoltre, l’importazione di petrolio, gas e materie prime minerali ed energetiche deve essere determinata, in prima istanza, dalle esigenze degli stati e dei popoli esportatori del Sud del mondo, dipendendo le esigenze dell’Ovest da questi bisogni primari con l’eccezione di circostanze e situazioni d’emergenza ma sempre solo dietro preventivo accordo con lo stato esportatore del Sud.
   È degno di nota che L’observateur OCDE, nei numeri 127, marzo 1984 e 135, maggio 1985, ha proposto misure urgenti per limitare l’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili (ossidi di carbonio, zolfo e azoto ecc.), ma che da allora, malgrado gli effetti della crisi mondiale sulla produzione e il consumo del petrolio, l’aumento dell’inquinamento da combustione di combustibili fossili e divenuta una parte integrante di ogni fase di “ripresa” della crisi nei paesi OCSE.
g) riduzione al minimo delle esportazioni dal Sud all’Ovest di petrolio, minerali, metalli, prodotti agricoli, della pastorizia, legnami ecc., resa più urgente a causa del ritorno al Sud dei rifiuti tossici derivanti dal consumo industriale e personale di queste materie prime in Occidente (anche verso l’Est). Le decisioni dell’OCSE (vedi L’observateur, n. 135, pp. 3-10) e le “leggi” CEE non hanno per niente diminuito, per non dire fermato, questo sporco traffico. Né la “opinione pubblica”, che ha decisamente dato la prorita all’”ambiente” rispetto alla economia (ibidem, p. 13), ha in nessun modo ribaltato la tendenza distruttiva e antinaturale del “progresso” tecnologico, del quale il Sud continua a subire le conseguenze peggiori.
h) applicando le lezioni apprese dall’esperienza ecologica dell’Occidente, il Sud esporterà un minimo di prodotti delle industrie secondarie e del terizario all’Ovest e l’Ovest esporterà al Sud le sue vaste risorse e i tanti prodotti agricoli e della pastorizia, sulla base del principio “valore contro valore”, in un primo momento, e in seguito sulla base degli scambi di valori d’uso, ponendo fine all’ipocrisia dell’egoismo altruistico e dell’altruismo egoistico.
   Giunti a questo punto, è giusto chiedersi chi pagherà in primo luogo per la riconversione e la chiusura delle industrie. Recentemente gruppi della sinistra italiana hanno rivendicato leggi che costringano i padroni a pagare per (a) la riconversione delle fabbriche; (b) nuovi posti di lavoro nel caso di chiusure per motivi ecologici; (c) i salari ai lavoratori che perdono il posto di lavoro a causa delle riconversioni. Queste proposte implicano che, nel quadro del sistema capitalistico, siano possibili “soluzioni indolori”. Inoltre sembrano ignorare completamente la natura parassitica di paesi come l’Italia fondati sul neocolonialismo. Queste prese di posizione non hanno gambe per marciare e sono cieche.
   La crisi economica mondiale spinge da sempre a razionalizzare e robotizzare il lavoro, a ridurre il capitale variabile, sia che si impieghi lavoro intensivo che estensivo, a ridurre i salari reali mentre aumenta la qualificazione della forza-lavoro. La riconversione e le chiusure dei posti di lavoro, siano o meno a fini cosiddetti ecologici, rientrano semplicemente in questo processo di crescente disoccupazione e di riduzione dei salari medi mondiali. L’estendersi delle cosiddette “industrie dei servizi” alimenta questo processo di deproletarizzazione dell’Occidente: i colletti blu diventano bianchi oppure per loro c’è il pre-pensionamento o il sussidio di disoccupazione ovvero, se si trovano in Africa e in Asia, vengono ridotti a condurre una vita vegetativa a causa di fame, carestia, indigenza e oppressione razziale. Per qualche tempo almeno, se non per sempre, la riconversione causa disoccupazione. La riconversione delle fabbriche di autoveicoli in fabbriche di bus, tram , tremi, aerei, elicotteri, navi ecc. ridurrà la forza-lavoro del 60% o più. Per un servizio di trasporto pubblico efficiente, un buon autobus, un buon tram ecc. occorre un terzo degli operai ora impiegati per la produzione di auto private. Parte dei due terzi disoccupati verrà impiegata nell’”industria ecologica”, un eufemismo per indicare spesso, come avviene a Mestre-Venezia, le industrie più suicide e inquinanti. Anche il “depuratore” delle acque che da Milano si riversano nel Po per finire nell’Adriatico fa più danno che beneficio: i liquami biologicamente “depurati” in realtà contengono sostanza nutritive che fanno crescere a dismisura le alghe che stanno soffocando quel mare. Sarebbe più sensato, tuttavia, che i disoccupati e i pensionati fisicamente a posto, piantassero alberi, facessero dei nuovi parchi, dissodassero la terra, e, assieme agli occupati, cessassero il consumo di deterisvi, pesticidi, prodotti chimici farmaceutici, ormoni cancerogeni, cibi grassi e fritti, pellicce e pellami ecc.
   Per quanto riguarda chi deve pagare: la sola idea che i padroni debbano pagare, se praticata, semplicemente farebbe sì che essi chiudano le loro fabbriche e/o dichiarano fallimento, e lo stato e il sindacato sono impotenti di fronte a ciò. Non è possibile avere il socialismo nel quadro del capitalismo (o il capitalismo nel quadro del socialismo, come l’Est sta imparando). O paga lo stato (cioè i contribuenti) o il reimpiego dei lavoratori in industrie ed aziende agricole ecologiche produrrà il reddito per compensare i salari persi. Ci sono due alternative: (a) posti di lavoro o vita; (b) l’indennità di disoccupazione o il lavoro. I “rosa”, i “verdi” e molti “rossi” scelgono i posti di lavoro e non la vita, il sussidio e la pensione e non il lavoro utile. Questa è una forma di alienazione capitalistica mascherata da “lotta di classe”. La crisi sta spingendo milioni di africani e di asiatici in Europa. Essi impartiranno agli operai europei una lezione importante ma difficile da capire. La loro rivendicazione salariale, in ultima istanza, non sarà: lo stesso salario che guadagnano gli italiani, ma: un salario eguale per tutti i lavoratori, che è tutt’altra cosa. Poiché ciò significa che l’alto salario occidentale dovrà scendere mentre il basso salario africano o asiatico dovrà salire fino a un salario medio uguale per tutti.
  

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Non ha senso o quasi considerare la classe capitalistica e le sue varie sottosezioni come candidate per la risoluzione della nostra problematica inter-nazionale e bio-sociale. Essa è una classe numerosissima, con forse 30 milioni di pardoni, che ha un interesse dieretto nella conservazione del sistema ed è il più vistoso ostacolo alla sua sostituzione da parte di un sistema equilibrato. (Per sistema equilibrato intendiamo un sistema basato sul valore d’uso, non sulle alienazioni e le misantropie del valore di scambio). La sua vasta base politica e sociale piccolo-borghese, che ammonta a parecchie centinaia di milioni di persone, non ha un’autonomia economica, sociale o politica e generalmente cerca di fuggire il più lontano possibile dai "lavoratori" e di racimolare o arraffare qualcosa dalla "borghesia". In Occidente essa ha sezioni povere ma è generalmente piuttosto instabile, con una inflessione centrista e un’inclinazione verso la destra nelle situazioni difficili. Sarebbe una sottoclasse patetica e indigente se non fosse per la sua partecipazione nella spartizione dei valori e dei profitti provenienti dal Sud.

Una parte crescente di questa piccola borghesia non è di tipo « economico » (artigiani, contadini, commercianti), ma "professionale" e di "colletti bianchi", che collegano questa sottoclasse allo stesso proletariato borghese, di cui spesso sono i leader.


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Una più piena collaborazione Est-Sud, dove l’uno guarda l’altro nel profondo degli occhi, potrebbe andare ben oltre Bandung. In teoria, se le migliori forze sociali e politiche antisistemiche dell’Ovest dovessero unirsi a questo fronte unito Est-Sud contro il sistema occidentale e quindi anche contro l’Occidente, come testa di drago del sistema, un Nuovo Ordine Mondiale prenderebbe forma con inimmaginabile rapidità e grazia. Ma gli occidentali, a prescindere dalla classe o dal partito, non sono ancora pronti per tale internazionalismo che sembrerebbe loro suicida, e che in realtà è la loro salvezza: essi non sono e non saranno capaci di vederlo se non quando sarà molto tardi per loro. Ma, si spera, non troppo tardi per salire sulla scena con le loro gambe invece di dover essere trascinati, per la testa o per i piedi, a seconda dei singoli casi nazionali, su questo palcoscenico dalle forze del Sud, che si muovono insieme a quelle dell’Est, o dalle forze dell’Est che agiscono insieme a quelle del Sud.

Il contributo delle lotte degli studenti, dei verdi, del movimento delle donne e, soprattutto, delle classi antirazziste dell’enorme colonia interna all’Occidente formata dagli americani, asiatici e africani diverrà una tappa di passaggio verso un’azione antisistemica se questa sarà filo-Sud ed anche filo-Est. Gli scioperi ricorrenti per i salari e l’orario di lavoro e gli interminabili tira e molla dei "rinnovi contrattuali" sono agitazioni da ora del thè interne al sistema se non hanno un contenuto e una forma che si oppone al colonialismo occidentale. Per esempio: gli scioperi di solidarietà nelle fabbriche automobilistiche occidentali perché i lavoratori delle stesse fabbriche nel Sud ottengano i medesimi salari dei loro colleghi in Europa, USA e Giappone; e quelli contro il razzismo nelle industrie automobilistiche sudafricane, brasiliane e anche indiane. O ancora: l’azione sulle industrie da parte dei lavoratori occidentali dei porti, aeroporti, ferrovie e strade insieme ai lavoratori oppressi in Sudafrica e Israele, che non siano mere azioni simboliche, ma boicottaggi commerciali sistematici e totali, e il blocco di tutta la produzione di armi per questi due paesi, qualunque siano gli effetti che tale disarmo può avere sui posti di lavoro in Occidente. Si sarebbe dovuto fare lo stesso durante la guerra del Vietnam, e non è stato fatto, così come durante l’intervento occidentale, per mezzo del regime di Zia in Pakistan, nella guerra civile afgana del 1979-88, o con Pinochet, tra gli altri. La solidarietà comporta sganciamento e impegno. Per esempio, sganciamento da quella creatura Umberto-Crispi-Massaia-Sforza che è l’"Eritrea", o dal "Biafra" di Rotschild, dal petrolio del Golfo e da De Gaulle, dal separatismo dei sikh, o dai khmer o dai contras, o dall’UNITA in Mozambico o dall’Inkatha in Sudafrica. C’è poi bisogno di affrontare con sincerità l’ondata crescente di razzismo in Occidente da parte di un numero sempre maggiore di classi, con i loro apparati statali e sindacati. Le "proposte di legge" italiane sugli immigrati africani, arabi ed asiatici sono razzisticamente disciminatorie nei loro confronti in quanto essi non vengono trattati analogamente agli immigrati della CEE: quindi in Italia un lavoratore tedesco ha una libertà che viene negata ad un lavoratore africano. Tali proposte e leggi sono ed hanno antecedenti nelle leggi razziali del fascismo, il cui Codice del 1931 è ancora in vigore.



Paolo Graziano / Rita Castiello (su Proteo N. 2005-1):


 

I recenti accordi bilaterali dell’Italia con la Libia, annunciati con gran pompa da un esecutivo che ha fatto del controllo dell’immigrazione una questione simbolica, non sono altro che l’ennesimo contrafforte eretto a difesa del giardino europeo, prosperato nel vasto deserto delle povertà afroasiatiche.

L’entusiasmo nostrano per la compiacenza del colonnello Gheddafi, cooptato nel consesso dei leader democratici, nasconde soprattutto la soddisfazione per aver costruito un altro affidabile alleato nella gestione proficua dei flussi migratori.
Sulla base di una strategia ormai avanzante, che prevede l’esternalizzazione dei conflitti più scoperti e deflagranti generati dalla pressione della massa degli esclusi, la Libia come altri paesi del Mediterraneo o dell’est europeo assume compiti di “prevenzione del contatto”, vagliando, regolando e riducendo l’impatto degli spostamenti umani dai paesi poveri a quelli ricchi. Si tratta, a ben vedere, dell’affidamento in outsourcing dei compiti di gestione delle frontiere, che costituiscono uno degli elementi fondamentali - diremmo identitari - dello stato moderno ma diventano una scomoda incombenza in un mondo globalizzato dove le sicurezze locali sono garantite da ordini economici di gran lunga più vincolanti ed efficaci di quelli politici o militari. 
Le frontiere nel nuovo millennio non servono a difendere uno stato da quello confinante, ma a proteggere l’esclusivo club dell’opulenza dalla massa virtualmente apolide dei diseredati.
Il meccanismo di sfruttamento ed esclusione, del resto, è più generale: “il combinato disposto fra legge Bossi-Fini e legge n. 30 sul mercato del lavoro produce una discriminazione plurima per i lavoratori immigrati. Infatti la legge 30 liberizza il mercato del lavoro e legittima le forme più varie, flessibili ed estemporanee di prestazioni di lavoro: lavoro a chiamata, somministrato, collaborazioni a progetto ecc... Sono esattamente e quasi esclusivamente queste le forme [...] offerte alla manodopera immigrata [...]. Il lavoratore immigrato non ha scelta ed accetta, ma poi scopre che quel tipo di contratto di lavoro non è considerato idoneo dalla legge Bossi-Fini, ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno”. Allo straniero non resta che tornare a casa. O, più verosimilmente, diventare un clandestino, ancor più debole e ricattabile.

http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=375




Aboubakar Soumahoro (su Proteo N. 2005-1):


L’attuale legislazione italiana, la legge n. 189 (Bossi-Fini) è basata sul precedente testo unico sull’immigrazione Turco-Napolitano, che introduce nuove forme di politiche di apartheid e sostenuto dall’intero governo di Silvio Berlusconi a danno dei cittadini immigrati, che lontani di favorire per eliminare l’estrema difficoltà d’accesso ai servizi socio-sanitari, gli accentuando in maniera sproporzionata.


Gli immigrati sono così considerati elementi marginali della società italiana, poiché sono trattati alla stregua di soggetti privi di dignità, di cultura e di vita propria. Il cittadino immigrato assume una parvenza di dignità solo in funzione di ciò che produce ovvero quando è al servizio e sfruttato dal suo padrone di turno, che nel momento in cui ritiene di non averne più bisogno, può facilmente liberarsene (vedi l’introduzione del contratto di soggiorno).


Nella Regione Campania, e in particolar modo a Napoli, c’è una diminuzione del numero d’immigrati residenti e un ampliamento delle aggressioni ai loro danni; tale è il caso dei Rom, da sempre vittime di discriminazioni e repressioni ingiustificate, vi sono carenze di vere politiche legate all’accesso ai servizi socio-sanitari che da oltre dieci anni concedono situazioni abitative scandalose come quelle dei Bipiani di Barra: prefabbricati scandalosamente ricchi di amianto. Inoltre, anche a Pianura permane una situazione di degrado totale dove gli stessi immigrati sono vittime. Tutto ciò sotto gli occhi delle istituzioni locali, senza dimenticare le promesse mai mantenute, e i tavoli inter-istituzionali fantasma.


A fronte di tutto ciò, esistono condizioni lavorative precarie nell’ambito dell’agricoltura, dell’edilizia, nel lavoro domestico, ecc. dove emergono inesorabili nuove forme di schiavitù e abusi nei rapporti con gli stessi datori di lavoro; affianco a questa situazione, si inserisce la situazione precaria dei lavoratori ambulanti, che si confrontano con problemi che partono dalla mancanza di spazi per poter svolgere la propria attività, alla quotidiana caccia all’uomo da parte di una apposita squadretta dei vigili urbani.


http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=390




Hosea Jaffe (su Proteo N. 2005-3):


Gli africani e gli asiatici razzialmente perseguitati stanno chiaramente sull’orlo di una rivolta (Torino, ecc.). La loro lotta non è solo contro questa o quella parte della legge italiana Craxi/Fini (Socialista/Fascista), ma FONDAMENTALMENTE contro le leggi razziste sull’immigrazione dell’UNIONE EUROPEA.


http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=454




Rita Martufi / Luciano Vasapollo (su Proteo N. 2009.1):


Si passa negli anni più recenti ad altre 2 importanti leggi sull’immigrazione ossia la legge n. 40/1998 conosciuta come legge Turco-Napolitano e la legge n. 189/2001 conosciuta come legge Bossi-Fini. La legge n.40/1998 (Turco-Napolitano) all’articolo 3 riconosce l’esistenza della domanda di un lavoro da parte degli immigrati. La legge prevedeva la possibilità di ingresso nel paese per lavoro subordinato su chiamata nominativa o per lavoro autonomo ed aveva come obiettivo quello della regolamentazione dell’immigrazione regolare per far diminuire quella cosiddetta clandestina. L’idea era quella di dare la possibilità allo straniero di acquisire la cittadinanza italiana e i diritti che ne conseguono (compresi quindi il diritto alla salute, all’istruzione e al ricongiungimento familiare), chi non rientrava tra gli immigrati regolari però, cioè chi non rispondeva alla logica perversa dell’utilità produttiva, era destinato ad essere espulso, in una diretta determinazione da razzismo produttivista, insita nelle logiche del mercato e della divisione internazionale del lavoro. L’articolo 12 della legge ha istituito nel nostro Paese per la prima volta i cosiddetti Centri di permanenza temporanea per tutti gli immigrati “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile”, cioè dei centri di detenzione funzionali alle dinamiche del mercato del lavoro e alle logiche emergenziali della “sicurezza” razzista. I centri di permanenza temporanea (CPT), ora denominati centri di identificazione ed espulsione (CIE), in pratica per la prima volta prevedono la detenzione per persone anche per un semplice illecito amministrativo (come può essere la mancanza di un documento). La comunità straniera, le associazioni e i sindacati di base non hanno accettato questa istituzione che di fatto si è rivelata l’ennesima istituzione totalizzante come un carcere e non come un centro di accoglienza. Molte sono state le lotte che si sono avute in questi anni ma la situazione invece di migliorare è andata sempre peggiorando con un imbarbarimento verso quella parte di forza-lavoro che è fortemente condizionata da un altissimo livello di ricattabilità. La legge n. 189/20 cosiddetta Bossi-Fini inasprisce ancora di più la situazione riducendo la possibilità di entrata nel Paese, dal momento che per essere ammessi in territorio italiano deve esserci una offerta di lavoro precedente all’entrata e una sorta di contratto con il quale l’imprenditore garantisce al lavoratore un alloggio e i costi per un suo eventuale rientro al paese di origine. La legge Bossi -Fini inoltre ha soppresso la possibilità di ricongiungimento con i parenti entro il terzo grado ed ha accentuato molto la repressione degli ingressi in Italia. Oltre a ciò tale legge prevede ancora maggiori limitazioni per i cittadini che provengono da Paesi che “non collaborano” in maniera adeguata con il governo italiano nell’ostacolare l’immigrazione clandestina; si ha così una disuguaglianza ancora peggiore perché gli immigrati sono soggetti a diverse regole in base al loro paese di provenienza. Dopo più di venti anni dalla prima legge sulle politiche migratorie in Italia il quadro apparentemente non ancora ben definito è esauriente sulle funzioni di tali leggi che disciplinano e regolamentano i flussi migratori in base alle dinamiche di un mercato del lavoro che deve essere sempre più coercitivo, ad alta ricattabilità, a basse garanzie, e quindi con un razzismo produttivista funzionale alla precarietà più spietata.


http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=716




Luciano Vasapollo - Storia di un Capitalismo piccolo piccolo: lo Stato italiano e i capitani d'impresa dal '45 a oggi, Jaca Book, 2007:


Il capitalismo, nel momento in cui si riducono profitti e spazi di manovra prende ad aggredire con rinnovata recrudescenza, il mondo del lavoro, le risorse e i livelli di democrazia, redistribuzione, garanzie scaturiti nel corso della lunga lotta tra capitale e lavoro. Ormai è chiaro a molti che il capitalismo non è riformabile; gli effetti devastanti che ha prodotto sulle condizioni di vita dei lavoratori, sulla sicurezza sociale, sulle prospettive e sulle aspettative di futuro della gente comune, sulle condizioni ambientali e di pura sopravvivenza sul pianeta, il continuo smantellamento dello Stato di diritto, mostrano che proprio oggi, nella fase della sua maggiore aggressività, il mondo della legge del profitto scricchiola sotto il peso dei suoi fallimenti ed è più fragile che mai.




Hosea Jaffe – La liberazione permanente e la guerra dei mondi, Jaca Book, 2000:

  
Le rivoluzioni sociali nei paesi del Primo mondo non possono che risolversi con la vittoria dei paesi “arretrati” sui paesi “avanzati”. Per la Sinistra nei paesi “avanzati” conta il seguente principio: le nazioni del Primo mondo non possono uscire dall’economia capitalista se prima non sciolgono le catene con le quali tengono legati i paesi “arretrati”.
Mentre l’internazionalismo della rivoluzione permanente diffonde la rivoluzione da un paese all’altro, l’internazionalismo della liberazione permanente (a) uniforma il Primo e il Terzo mondo e quindi elimina questa divisione della cultura e dell’economia politica mondiale; (b) genera una spirale di conflitti tra una coppia di nazioni del Terzo e del Primo mondo (ad esempio il Messico e gli Stati Uniti o l’India e l’Inghilterra) che ne coinvolge un’altra (ad esempio la Cina e il Giappone o la Russia e la Germania) e così via.
Con il termine lotta di classe transnazionale si indica quella lotta di classe che vede contrapposti il lavoro del Terzo mondo e il capitale del Primo mondo. Non esiste un nesso lineare tra le lotte di classe trans-nazionali e intra-nazionali.




Hosea Jaffe - L’accumulazione capitalistica su scala mondiale, 1975 (in Quale 1984 – relazioni e discussione al convegno di studi ISTRA sulla crisi attuale del capitalismo)

   Ciò che i monopoli petroliferi e i loro alleati semicoloniali (gli sceicchi) guadagano in profitti totali prima della importanza di petrolio da parte dei paesi imperialisti, è perduto per il processo di trasformazione interno degli USA, del Giappone, dell’Europa occidentale. Si riduce Ss nascosto. Questo diminuisce la disponibilità di mezzi per corrompere il proletariato dei paesi imperialisti e tende a farlo riconvertire in classe produttrice di un plusvalore effettivo. Tutto ciò comporta un insieme di misure: leggi antisindacali, persecuzioni politiche, militari e poliziesche, l’instaurazione di un clima di “caccia alle streghe”, l’emergere di tendenze al fascismo, ecc.
   D’altra parte, l’imperialismo ha bisogno del proprio proletariato e tenta perciò di convertirne il malcontento attraverso il rilancio di ideologie di tipo razzistico (programmi di discriminazione nei confronti degli emigranti, leggi e pratiche razziste antiarabe a proposito del petrolio e del medio Oriente, ecc.). In altri termini, l’imperialismo tenta di derubare i propri operai attraverso forme fasciste distraendoli con un razzismo anticoloniale.
   Per questo la lotta antirazzista e antiimperialista è un problema di autointeresse del proletariato dei paesi imperialisti e quindi un mezzo del proletariato per trasformare se stesso (andando contro una propria partecipazione nei superprofitti imperialistici)  in un proletariato antiimperialista, che è in definitiva la sua natura storica e il suo destino.