duminică, 23 decembrie 2012

Forza-lavoro straniera e supersfruttamento coloniale e delle regioni arretrate nella Germania occidentale nel secondo dopoguerra

La Germania, nell’insieme, possiede un terzo della forza produttiva della CEE. Nel 1977 assorbiva un quarto delle importazioni e forniva un terzo delle esportazioni della Comunità15. Sempre nello stesso anno deteneva la metà dell’oro e delle divise estere dell’intera CEE16.
   Questa pesante forza economica ad alta densità e deciso dinamismo si accompagna al riarmo tedesco, in uomini e macchine, e alle grandi capacità nei mercati mondiali.
   Il peso della Germania nella CEE è la fonte principale della crescente ineguaglianza all’interno della Comunità tra membri ricchi e poveri. Mentre nel 1970, per esempio, le aree più ricche, come Parigi e Amburgo, erano quattro e cinque volte più ricche delle più povere regioni dell’Italia meridionale, ora il rapporto è cinque e sei17. Nel 1977 il prodotto nazionale lordo pro capite in Danimarca, Germania, Olanda, Benelux e Francia era in media di circa 7000 dollari (7800 per gli Stati Uniti, 9000 per la Svezia e per la Svizzera), ma di soli 4000 dollari per l’Inghilterra e 3000 per l’Italia18.
   Non bisogna poi dimenticare l’approfondimento della differenza con l’ammissione della Spagna, del Portogallo e della Grecia. I salari medi orari erano di circa 5 dollari per la Germania, l’Olanda, il Benelux e la Danimarca, e di 2,8 dollari per la Francia, l’Inghilterra e l’Italia19. La multinazionale CEE non è per nulla un monolito. Il suo centro industriale e finanziario, la Germania, è un elemento monolitico egemone. Mediante il suo potere economico, come i prestiti all’Inghilterra “malata” (prima che il problematico “miracolo” del petrolio del Mare del Nord cominciasse a operare nel 1976-77), e all’Italia, mediante la sua quota nel bilancio della CEE, il fatto che non ha debiti con l’estero (mentre l’Inghilterra e la Francia ancora ne sono oberate dopo due guerre), la Germania domina la Comunità. Ma ciò non significa che la CEE sia un organismo che funziona senza difficoltà interne. Chiunque conosca che cosa “succede” dentro la Commissione, nelle varie “comunità”, nel sistema scolastico europeo, nel consiglio dei ministri, nel cosiddetto parlamento, saprà raccontarvi i battibecchi, le piccole e grandi rappresaglie nazionali, tutti gli antagonismi esistenti nella Comunità economica europea.
   In Germania, i lavoratori stranieri, circa due milioni, sono l’unica spina nel fianco del monolitismo classista, alleanza tra capitale e lavoro sulle spalle dei popoli coloniali e semicoloniali. I lavoratori stranieri, contro i quali si esercita in Germania una discriminazione razziale, non comprendono i dieci milioni di tedeschi giunti dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e dall’Unione Sovietica dopo la fine della guerra e i circa tre milioni di profughi dalla Repubblica Democratica Tedesca. I lavoratori immigrati hanno costruito edifici e impianti, hanno lavorato nella chimica e nelle miniere, hanno fatto lavori manuali e semispecializzati (o specializzati) che i lavoratori tedeschi non volevano più fare. Sfruttamento sul lavoro, ghettizzazione delle abitazioni, bassi salari, discriminazione in molti aspetti del lavoro e della vita sociale, come scuole, sussidi di disoccupazione, assistenza medica ecc., sono sempre presenti nonostante il trattato di Roma che garantisce libertà di movimento e d’occupazione entro i confini della CEE per i lavoratori cittadini degli stati membri. La discriminazione serve a fornire manodopera a basso costo ai monopoli. Nel 1973 il numero degli immigrati salì a 2.400.000, cifra mai raggiunta prima. Se a questi due milioni e mezzo aggiungiamo le persone a carico, si arriva a quasi il 7 per cento della popolazione tedesca: un 7 per cento che non avrà mai la possibilità di acquisire la cittadinanza germanica. Tale era in quell’anno la condizione del 10 per cento di tutti i dipendenti e il 20 per cento di tutti i lavoratori manuali nell’industria tedesca20. Anche nei periodi di disoccupazione, a dispetto del diffuso sentimento razzista, non è facile sostituire molti di questi lavoratori industriali: l’operaio tedesco preferisce ricevere il sussidio di disoccupazione piuttosto che fare lavori considerati “inferiori” al fianco di nazionalità o “razze” diverse.
 http://www.magnumphotos.com/image/PAR134151.html
http://www.magnumphotos.com/Catalogue/Gilles-Peress/1973/GERMANY-Turkish-workers-NN17760.html
   La Federazione dei sindacati tedeschi al suo convegno di Düsseldorf del 1963 accettò la partnership con i datori di lavoro. Nel 1955 la Federazione aveva accettato il controllo delle assunzioni dei lavoratori stranieri da parte dell’Ufficio federale del lavoro, ma molti lavoratori vennero reclutati da razzisti abilmente camuffati, i commercianti di schiavi moderni che hanno causato la morte di migliaia di africani in sconfinamenti illegali su autocarri sovraffollati.
   Nei sindacati, i lavoratori stranieri hanno un rappresentante ogni 40 operai circa, mentre i tedeschi ne hanno uno ogni 15. Nel maggio del 1964 il cancelliere della Germania occidentale, il costruttore della CEE, Erhard, lanciò un appello ai lavoratori tedeschi perché lavorassero di più e gli stranieri potessero essere rimpatriati. La Bildzeitung del 31 marzo 1966 scrisse: “I lavoratori stranieri lavorano più sodo degli operai tedeschi?”21.
   L’agitazione a sfondo razzistico che seguì le parole di Erhard e la campagna di stampa contro gli emigranti provocò scontri fisici violenti tra operai tedeschi e non tedeschi. “Gli  appelli morali alla solidarietà internazionale non riuscirono a ridurre l’ostilità verso gli immigrati”, scrissero Stephen Castles e Godula Kosack nel 1974, “come dimostrò una inchiesta demoscopica sulle opinioni del paese”22.
   La natura sociopolitica in parte eccezionale della forza-lavoro straniera in Germania non infrange la compattezza del monolito tedesco, nella misura in cui esso resta cementato dai comuni interessi nel supersfruttamento coloniale e delle “regioni arretrate”, per esempio dei lavoratori dell’Italia meridionale. In questo quadro, il lavoratore straniero funziona come capro espiatorio, sul cui capo convogliare odio, rancore, tutte le difficoltà derivanti dai rapporti economici e sociali. Non si tratta soltanto del risultato di un’indottrinamento, di un’opera di propaganda, ma del fatto che sotto il fenomeno razziale c’è anche un interesse pratico: dall’inizio della crisi – fine 1973 – che l’aumento dei prezzi del petrolio portò alla luce ma non causò, i capitalisti tedeschi hanno eliminato 1.700.000 posti di lavoro. Di questi, più di 600.000 erano di immigrati, mentre il rapporto tra forza-lavoro straniera e forza-lavoro tedesca era di uno a dieci. I sindacati si opposero fiaccamente alla discriminazione.
   La coesione sociale delle due classi fondamentali aumenta rapidamente nella Germania odierna con l’aumento della ricchezza. Una parte sempre più consistente del reddito nazionale è passata dal capitale alla forza-lavoro, grazie ai superprofitti coloniali. Tutto ciò è ben noto ai responsabili della vita pubblica in Germania. Ecco, per esempio, che cosa si diceva nel settembre 1977: “Secondo il segretatio di stato per il ministero degli affari economici, Rohwedder, i paesi in via di sviluppo costituiscono il più importante gruppo dei partners di commercio d’oltremare della Repubblica Federale. Il commercio con questi paesi è chiaramente maggiore della somma dei commerci con i paesi industrializzati d’oltremare e con gli stati-imprenditori, ha dichiarato Rohwedder all’apertura della Quindicesima Mostra delle Importazioni d’oltremare”23.
   Il commercio in sé fornisce una forma di superprofitto, mediante quello che io ho chiamato “plusvalore nascosto”. Si tratta di un plusvalore che è stato determinato da una storia lunga 500 anni, una storia di estrazioni, produzioni e acquisti a basso costo in Africa, in Asia e negli altri mercati di manodopera a basso costo e di vendite a prezzi normali in Europa, nell’America del Nord ecc. Ciò si riferisce in modo particolare alle materie prime il cui prezzo normalmente balza verso l’alto dal momento in cui lasciano l’Africa ed entrano in Europa.
   Questo balzo all’insù non ha nulla a che vedere con le spese di assicurazione e di trasporto. Si tratta di un trasferimento di plusvalore dalla base “coloniale” al vertice imperialista. Il caffè, il cacao e prodotti similari acquistati da americani ed europei dai produttori del Kenya, dell’Etiopia, del Ghana, della Nigeria e di altri paesi sono quotati sui mercati di Bruxelles, Londra, New York, Düsseldorf, Parigi ecc. da tre a dieci volte tanto il prezzo che i lavoratori contadini ricevono. Il prezzo di vendita del tè, del caffè, dello zucchero, della gomma, del cacao, del riso – a parte il valore aggiunto durante la lavorazione e l’impacchettatura – è tante volte il prezzo c.i.f. (cost insurance freight) quando questi prodotti vengono spediti via nave dall’Africa, dalle Americhe e dall’Asia. Il petrolio arabo, libico, nigeriano, indonesiano, venezuelano è venduto, per convenzione, sia prima sia dopo l’esplosione dei prezzi del dicembre 1973, a due volte e mezzo il prezzo ricevuto dai produttori dell’Opec.
   Non si deve però pensare che le multinazionali del petrolio – in cui hanno una mano Germania, Olanda, Inghilterra, USA, Francia e Belgio – aumentino i costi oltre il necessario. C’è un limite, determinato dal potere d’acquisto e dalla competizione produttiva, alla facoltà monopolistica di fissare i prezzi. A parte uno o due campi, come quello diamantifero controllato dalla compagnia sudafricana De Beers creata da Cecil Rhodes cento anni fa, non esiste merce il cui prezzo sia controllato completamente da una sola multinazionale né da un cartello per un tempo abbastanza lungo. Le “merci” sono vendute al loro pieno valore. È dubbio che il petrolio sia ancora in questa condizione, e l’oro era al di sotto del suo valore sul mercato mondiale dal 1945 fino al “prezzo libero dell’oro” del 1967.
   La differenza tra il prezzo di vendita dopo la produzione e la detrazione dei costi di trasporti è un plusvalore nascosto. Questo può essere una somma grandissima di valori ed è uno dei superprofitti realizzati specificamente nel commercio con i paesi sottosviluppati. Non si verifica di solito nel commercio tra potenze imperialiste, eccetto il caso in cui l’esportatore stesso può ottenere un superprofitto nella misura in cui gode di un vantaggio produttivo temporaneo sui suoi rivali. Il fondamentale plusvalore nascosto può essere incrementato se la valutazione dei costi delle materie prime grezze ha luogo durante il processo di lavorazione e confezionamento in Germania e in altri paesi industriali avanzati.
   Quando il segretario di stato tedesco per gli affari economici parlava di “commercio” con i “paesi in via di sviluppo”, egli alludeva implicitamente a un superprofitto latente guadagnato dalla Germania solamente mediante le importazioni da questi paesi. Questo commercio è da porre in relazione, come le statistiche dimostrano, con gli investimenti di capitale, a breve e a lungo termine, e con i contratti che portano altri superprofitti alla Germania. Tutto ciò fornisce la base materiale per la corruzione della classe lavoratrice tedesca (e di un certo strato di lavoratori stranieri, specie di quelli provenienti da altri paesi della CEE).
   La coesione e l’alleanza delle classi in Germania non è totale; la tendenza comunque è questa. Che non sia totale è dimostrato dalle statistiche: nel 1977 cinque milioni su ventitré milioni di famiglie ricevono meno di 500 dollari (1200 marchi) al mese24. Un gran numero di queste famiglie è di immigrati. Per la metà inferiore della classe operaia i salari reali, che prima erano saliti quasi regolarmente (3,2 per cento nel 1972), cominciarono ad aumentare più lentamente (2,9 nel 1974; 1,1 per cento nel 1975), e la crescita si arrestò nel 1976. Ma per la classe lavoratrice nel suo complesso c’è stato un cambiamento a favore. Sono aumentati i lavoratori possessori di una casa e di azioni (sia come “partecipazione”, sia in altre forme di azionariato popolare) e di automobili, gli operai vanno in vacanza anche all’estero e infine lavorano sempre più nei servizi e sempre meno nella produzione di merci.
   La tendenza all’aumento nel numero degli operai, caratteristica dell’Ottocento, si era già arrestata e ribaltata negli anni precedenti il dopoguerra senza escludere nessuno dei paesi avanzati del mondo25. Nonostante questa “deproletarizzazione”, la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori (con colletto bianco e blu) salì.
   Nel maggio del 1975 su 26 milioni di lavoratori dipendenti (compresi i direttori!), 13,7 milioni erano addetti in vari modi alla produzione e 15,2 milioni alla produzione e ai trasporti26 (circa il sessanta per cento della popolazione etnica). L’altro 40 per cento era addetto al commercio, alla finanza, ai servizi privati e pubblici. Questi dati registrano l’evoluzione della classe lavoratrice tedesca secondo la tendenza della classe operaia nordamericana.

15   Eurostat, pp. 78, 79.
16   Ibid., pp. 164, 165.
17   Daily Telegraph, Londra, 26 giugno 1976.
18   German Tribune, 20 giugno 1976, p. 11.
19   Ibid., p. 12.
20  “Der Arbeitgeber”; W. Muller-Jentsch, Entwicklungen und Widersprüche in der Westdeutschen Gewerkschaftsbewegung, in “Kritisches Jahrbuch”, Francoforte 1973.
21 Die Bildzeitung 31 marzo 1966; F. Dobler, Der Striek in der Hessischen Gummindustrie im November 1967, Hanau 1968; I.G. Metall, Die Ausländerwelle und die Gewerkschaften, Francoforte 1966.
22  Deutsche und Gastarbeiter, Institut für Angewandte Sozialwissenschaft, Bad-Godesberg 1966, basato su un sondaggio dell’opinione pubblica sul razzismo esistente contro gli immigrati a quel tempo.
23   Auslandskurier, n. 9/18, settembre 1977, p. 2.
24   Rapporto del Diw (Istituto tedesco per l’analisi economica), 1977.
25  Per esempio, la pubblicazione US Economic Almanac del 1960 mostrava che la percentuale dei lavoratori addetti alla produzione e ai servizi è scesa negli Stati Uniti, nella prima metà del nostro secolo, nella misura seguente (in %):
1900          1910          1920          1930          1940          1950          1958
84,4           78,6           75,1           70,6           68,9           63,4           58,1
Per tutti i lavoratori (produttivi, dei servizi, delle vendite, impiegati ecc.) la percentuale scendeva dal 90 per cento del 1900 al 72 per cento del 1958.
   La borghesizzazione dei lavoratori nei paesi imperialisti è stata a mio avviso mascherata dall’uso di termini nuovi, come “nascita della società dei consumi”, adoperati dagli economisti di destra e di sinistra. Visto dai popoli conquistati, ex coloniali ecc., il quadro può esser descritto come una borghesizzazione resa possibile dai superprofitti coloniali.
26   Europa Year Book, 1977, volume I, sezione “Repubblica Federale Tedesca”. La popolazione era nel 1976 di 61.570.000 persone. I “lavoratori” costituivano il 42,2 per cento della popolazione totale.
Hosea Jaffe - “La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?”, Jaca Book, 1994

Vedi anche:
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/12/comunita-economica-europea-mercato.html

sâmbătă, 22 decembrie 2012

Comunità Economica Europea, Mercato Europeo Comune e multinazionali tedesche



1.      CEE e “neocolonialismo”


   La NATO fu fondata il 4 aprile 1949. Il 5 maggio 1949 si formò il Consiglio d’Europa, assieme alla neonata RFT. Il 5 maggio 1955 il trattato di Bruxelles (firmato nel marzo del 1948 tra Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo per l’assistenza militare, politica ed economica) venne sostituito dall’Unione europea occidentale cui furono ammesse Italia e Germania. L’Unione europea occidentale era collegata, mediante i suoi comitati per gli armamenti, con la NATO. Il 10 agosto 1952 la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda, l’Italia e il Lussemburgo formarono la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), dotata di una propria assemblea consultativa. Quest’ultima fu sostituita il 1 gennaio 1958 dall’Assemblea europea che si riuniva in Lussemburgo e a Strasburgo, poi allargata nel “parlamento” (consultativo) della CEE a elezione diretta. Un Mercato comune duty-free per il carbone e il ferro fu costituito il 10 febbraio 1953 e per l’acciaio il primo maggio successivo. La produzione del carbone, del ferro e dell’acciaio così controllata era pari a un sesto della produzione industriale dei sei paesi membri. Lo stesso giorno, il primo gennatio 1958, fu formato l’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica) e dal trattato di Roma del 25 marzo 1957 venne creata la Comunità Economica Europea.
   La CEE era l’ombrello, l’organizzazione generale che sovrintendeva al Mercato comune, atomico, ferroso e carbonifero e alle varie “comunità” relative. La CEE si diede leggi e poteri esecutivi di tutti i generi. Il “governo” doveva consistere in un Consiglio dei ministri nel quale predominavano Francia, Italia e Germania. La CEE aveva il potere di concludere trattati, che esercitò con l’EFTA (European Free Trade Association, membri: Regno Unito, Scandinavia, Portogallo, Svizzera, Austria, Irlanda) e più tardi con paesi e organizzazioni africani, asiatici, sudamericani. Come strumento giuridico, ebbe una corte di giustizia.
   Era questo il complesso gigantesco alla cui testa, inevitabilmente, venne a trovarsi la Germania occidentale. La Francia sembrava dominare la CEE e alcuni pensano che ancora sia così, che alla testa di tutto stia la Francia (o meglio, stiano i “francesi”). Ma mentre la Francia parla più di quanto agisca, la Germania agisce più di quanto parli. Con la formazione della CEE e delle sue ramificazioni interne ed esterne la Germania occidentale è “arrivata”. Ha percorso una lunga strada in breve tempo sin da quando i russi liberarono Berlino nel maggio del 1945. Le mani alzate allora nel segno della resa oggi stanno impartendo ordini a una vasta parte dell’umanità per ciò che concerne il compito principale della vita: quello di lavorare e ottenere profitti.
   Il capitale aveva segnato la strada e la forza-lavoro aveva seguito più o meno riluttante il cammino tracciato. Il 24 aprile 1969 si ha la costituzione della European Confederation of Free Trade Unions, dopo che il vicepresidente della Commissione della CEE, Sicco Mansholt, aveva chiesto l’appoggio dei sindacati alla Comunità Economica Europea1. Socialdemocratici e comunisti si affiancarono a conservatori, liberali e democratici-cristiani nell’Assemblea europea e nella Commissione, come fecero i relativi governi nel Consiglio dei ministri.
   Con il suo dispostivo monopolistico finanziario-industriale finalmente inserito in un sistema ampio, dinamico, con l’Europa come base, la Germania poteva ulteriormente espandersi verso l’estero, sia territorialmente sia tecnologicamente. Essa collaborava anche alla grande ricerca del Massachusetts Institute of Technology sui “Limiti dello sviluppo”2. Concludeva pure accordi sul potere nucleare, con il Regno Unito e con l’Olanda per ciò che concerne l’uranio. Alla fine del 1968 fu chiesto all’Italia di cooperare e nel dicembre del 1977 tutti i paesi della CEE misero a punto un progetto per un jet da realizzarsi a Culham, Oxfordshire.
   La Germania era ora al centro della NATO, suo “scudo” contro il blocco sovietico. In effetti, è proprio all’esistenza del blocco sovietico che si deve far risalire il motivo principale della creazione della NATO, dell’Unione europea occidentale e della Comunità economica europea stessa.


Il capitale monopolistico tedesco alla fine degli anni Settanta

   Il motore interno del potere tedesco è il capitale monopolistico. Le multinazionali di controllo e di proprietà nazionale sono la forma postbellica del capitale monopolistico. Delle 400 maggiori corporation mondiali, metà delle quali sono in Europa, circa 80 sono multinazionali3. Il potere economico delle multinazionali può essere valutato dal fatto che il loro volume d’affari totale è il doppio del volume del commercio mondiale. Esse producono da un quarto a un quinto dei redditi nazionali del mondo capitalista4.
   Tra le cosiddette multinazionali tedesche figurano:
la fusione di Hoesch-Dortmund-Horder-Hutten-Jimuiden;
la AEG-Zanussi;
il gruppo aeronautico FVW-Fokker (tedesco-olandese); la Siemens;
la Krupp (compresa la parte di capitale sottoscritta a metà degli anni Settanta dallo Scià dell’Iran);
il gruppo che collega la Commerzbank con il francese Crédit Lyonnais, il Banco di Roma, la Banca Spagnola-Americana;
il gruppo che collega la Deutsche Bank con la olandese Amsterdam-Rotterdam-Bank, la belga Société Générale de Banque e l’inglese Midland Bank. Questo gruppo ha legami con i gruppi bancari operanti negli Stati Uniti, nel Sudafrica e in Indonesia;
il gruppo che collega la Westdeutsche Landesbank con la Chase Manhattan Bank (nordamericana), la National Westminster of Britain e la Royal Bank of Canada;
il gruppo che collega la Dresdner Bank con la olandese Algemene Bank, l’italiana Banca Nazionale del Lavoro, la Banque Nationale de Paris, l’inglese British Barclays e la Banque de Bruxelles; questo gruppo opera anche nell’America Latina attraverso la Eulabank5.
   I consorzi bancari europei formano potenti sindacati di capitali, di numero uguale a quelli esistenti negli Stati Uniti (cioè, circa 25 in ciascuno dei due campi).
   La lista delle multinazionali tedesche o dei gruppi di ampiezza mondiale (si considera multinazionale un gruppo con più di trenta per cento circa delle sue attività fuori del centro nazionale) comprende molte aziende. La portata del monopolio è dimostrata dal fatto che nel 1976 le cento compagnie tedesche più importanti realizzarono un profitto totale di dodici miliardi e mezzo di marchi e pagarono 150 miliardi di marchi in salari, un terzo circa di tutti i salari tedeschi6.
   Ci sono molti indicatori della crescita di questo monopolio sviluppatosi storicamente e ora nucleo centrale della Germania, che può essere misurata in molte maniere. Uno di questi consiste nel fatto che nel 1963 l’industria tedesca e altri consumatori usavano il 22,8 per cento della produzione totale della CEE (compresi il Regno Unito, l’Irlanda e la Danimarca che entrarono nella Comunità soltanto nel 1973), mentre nel 1973-75 questo consumo era salito al 28,3 per cento7. Il consumo tedesco di energia pro capite era al quarto posto su scala mondiale, dietro il Lussemburgo, gli Stati Uniti e l’Olanda8. Ma questo carburante, in quantità sempre maggiori (55 per cento nel 1975), non proveniva dalla Germania ma dal mondo ex coloniale, compresi i paesi aderenti all’OPEC (Oil Producing and Exporting Countries) del Medio Oriente, dell’Africa, del Venezuela e dell’Indonesia.
   Il monopolio, la ricchezza della Germania non erano (e non sono) un sistema autosufficiente ma un sistema nutrito dall’esterno, che prevedeva una distribuzione di energia tale che i paesi della CEE potevano consumare il 16,4 per cento dell’energia mondiale, anche se la loro popolazione è soltanto il 6,7 della popolazione mondiale9. Il tasso di incremento dei consumi tedeschi (e giapponesi) era il più alto nel mondo dal 1963 alla crisi del petrolio del Natale 1973 e tale andamento continuò durante la “recessione” e continua fino a oggi.
 
   L’Europa, con una popolazione di circa 400 milioni, 75 per cento più della popolazione statunitense (EFTA compresa) complessivo pari a circa i tre quarti di quello USA e canadese10 che punta in breve alla parità, ha un commercio totale, sia per le esportazioni sia per le importazioni, che è già tre volte quello dell’America settentrionale11. L’oro e le altre riserve dei blocchi europei, di cui la Cee è di gran lunga il più importante, sono tre volte tanto quelli degli Stati Uniti e il doppio dell’America settentrionale e del Giappone messi assieme. La sola CEE ha metà delle riserve aurifere globali e delle valute estere, e la Germania possiede la metà di tutto ciò, vale a dire il 25 per cento dell’oro e delle valute straniere del sistema capitalistico12.
   Ecco i motivi profondi della condotta delle multinazionali e degli altri “monopoli” tedeschi.
   Alla fine degli anni Settanta la Germania contribuisce per il trentatré per cento al bilancio della CEE che, con i suoi dieci miliardi di dollari, è il più grande tra quelli delle organizzazioni internazionali esistenti al mondo13. Il capitale tedesco sta diventando dominante all’interno della Banca europea degli investimenti e del programma di “aiuti” e nella Convenzione di Lomé che dal 1974 regola i rapporti della CEE con 52 stati africani, dei Caraibi e del Pacifico. La Germania controlla il dodici per cento del commercio mondiale, ed esporta un quarto del suo prodotto nazionale lordo. Possiede già tredici stazioni nucleari. Ha investito oltre cento miliardi di marchi (pari a 50 miliardi di dollari) in “aiuti”14 ai paesi sottosviluppati a partire dall’anno 1950.

   Possiamo riassumere la forza della Germania nella CEE in questi termini (dati del 1977, percentuali riferite alla CEE):



   La Germania, nell’insieme, possiede un terzo della forza produttiva della CEE. Nel 1977 assorbiva un quarto delle importazioni e forniva un terzo delle esportazioni della Comunità15. Sempre nello stesso anno deteneva la metà dell’oro e delle divise estere dell’intera CEE16.
   Questa pesante forza economica ad alta densità e deciso dinamismo si accompagna al riarmo tedesco, in uomini e macchine, e alle grandi capacità nei mercati mondiali.
   Il peso della Germania nella CEE è la fonte principale della crescente ineguaglianza all’interno della Comunità tra membri ricchi e poveri. Mentre nel 1970, per esempio, le aree più ricche, come Parigi e Amburgo, erano quattro e cinque volte più ricche delle più povere regioni dell’Italia meridionale, ora il rapporto è cinque e sei17. Nel 1977 il prodotto nazionale lordo pro capite in Danimarca, Germania, Olanda, Benelux e Francia era in media di circa 7000 dollari (7800 per gli Stati Uniti, 9000 per la Svezia e per la Svizzera), ma di soli 4000 dollari per l’Inghilterra e 3000 per l’Italia18.
   Non bisogna poi dimenticare l’approfondimento della differenza con l’ammissione della Spagna, del Portogallo e della Grecia. I salari medi orari erano di circa 5 dollari per la Germania, l’Olanda, il Benelux e la Danimarca, e di 2,8 dollari per la Francia, l’Inghilterra e l’Italia19. La multinazionale CEE non è per nulla un monolito. Il suo centro industriale e finanziario, la Germania, è un elemento monolitico egemone. Mediante il suo potere economico, come i prestiti all’Inghilterra “malata” (prima che il problematico “miracolo” del petrolio del Mare del Nord cominciasse a operare nel 1976-77), e all’Italia, mediante la sua quota nel bilancio della CEE, il fatto che non ha debiti con l’estero (mentre l’Inghilterra e la Francia ancora ne sono oberate dopo due guerre), la Germania domina la Comunità. Ma ciò non significa che la CEE sia un organismo che funziona senza difficoltà interne. Chiunque conosca che cosa “succede” dentro la Commissione, nelle varie “comunità”, nel sistema scolastico europeo, nel consiglio dei ministri, nel cosiddetto parlamento, saprà raccontarvi i battibecchi, le piccole e grandi rappresaglie nazionali, tutti gli antagonismi esistenti nella Comunità economica europea.
   In Germania, i lavoratori stranieri, circa due milioni, sono l’unica spina nel fianco del monolitismo classista, alleanza tra capitale e lavoro sulle spalle dei popoli coloniali e semicoloniali. I lavoratori stranieri, contro i quali si esercita in Germania una discriminazione razziale, non comprendono i dieci milioni di tedeschi giunti dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e dall’Unione Sovietica dopo la fine della guerra e i circa tre milioni di profughi dalla Repubblica Democratica Tedesca. I lavoratori immigrati hanno costruito edifici e impianti, hanno lavorato nella chimica e nelle miniere, hanno fatto lavori manuali e semispecializzati (o specializzati) che i lavoratori tedeschi non volevano più fare. Sfruttamento sul lavoro, ghettizzazione delle abitazioni, bassi salari, discriminazione in molti aspetti del lavoro e della vita sociale, come scuole, sussidi di disoccupazione, assistenza medica ecc., sono sempre presenti nonostante il trattato di Roma che garantisce libertà di movimento e d’occupazione entro i confini della CEE per i lavoratori cittadini degli stati membri. La discriminazione serve a fornire manodopera a basso costo ai monopoli. Nel 1973 il numero degli immigrati salì a 2.400.000, cifra mai raggiunta prima. Se a questi due milioni e mezzo aggiungiamo le persone a carico, si arriva a quasi il 7 per cento della popolazione tedesca: un 7 per cento che non avrà mai la possibilità di acquisire la cittadinanza germanica. Tale era in quell’anno la condizione del 10 per cento di tutti i dipendenti e il 20 per cento di tutti i lavoratori manuali nell’industria tedesca20. Anche nei periodi di disoccupazione, a dispetto del diffuso sentimento razzista, non è facile sostituire molti di questi lavoratori industriali: l’operaio tedesco preferisce ricevere il sussidio di disoccupazione piuttosto che fare lavori considerati “inferiori” al fianco di nazionalità o “razze” diverse.
   La Federazione dei sindacati tedeschi al suo convegno di Düsseldorf del 1963 accettò la partnership con i datori di lavoro. Nel 1955 la Federazione aveva accettato il controllo delle assunzioni dei lavoratori stranieri da parte dell’Ufficio federale del lavoro, ma molti lavoratori vennero reclutati da razzisti abilmente camuffati, i commercianti di schiavi moderni che hanno causato la morte di migliaia di africani in sconfinamenti illegali su autocarri sovraffollati.
   Nei sindacati, i lavoratori stranieri hanno un rappresentante ogni 40 operai circa, mentre i tedeschi ne hanno uno ogni 15. Nel maggio del 1964 il cancelliere della Germania occidentale, il costruttore della CEE, Erhard, lanciò un appello ai lavoratori tedeschi perché lavorassero di più e gli stranieri potessero essere rimpatriati. La Bildzeitung del 31 marzo 1966 scrisse: “I lavoratori stranieri lavorano più sodo degli operai tedeschi?”21.
   L’agitazione a sfondo razzistico che seguì le parole di Erhard e la campagna di stampa contro gli emigranti provocò scontri fisici violenti tra operai tedeschi e non tedeschi. “Gli  appelli morali alla solidarietà internazionale non riuscirono a ridurre l’ostilità verso gli immigrati”, scrissero Stephen Castles e Godula Kosack nel 1974, “come dimostrò una inchiesta demoscopica sulle opinioni del paese”22.
   La natura sociopolitica in parte eccezionale della forza-lavoro straniera in Germania non infrange la compattezza del monolito tedesco, nella misura in cui esso resta cementato dai comuni interessi nel supersfruttamento coloniale e delle “regioni arretrate”, per esempio dei lavoratori dell’Italia meridionale. In questo quadro, il lavoratore straniero funziona come capro espiatorio, sul cui capo convogliare odio, rancore, tutte le difficoltà derivanti dai rapporti economici e sociali. Non si tratta soltanto del risultato di un’indottrinamento, di un’opera di propaganda, ma del fatto che sotto il fenomeno razziale c’è anche un interesse pratico: dall’inizio della crisi – fine 1973 – che l’aumento dei prezzi del petrolio portò alla luce ma non causò, i capitalisti tedeschi hanno eliminato 1.700.000 posti di lavoro. Di questi, più di 600.000 erano di immigrati, mentre il rapporto tra forza-lavoro straniera e forza-lavoro tedesca era di uno a dieci. I sindacati si opposero fiaccamente alla discriminazione.
   La coesione sociale delle due classi fondamentali aumenta rapidamente nella Germania odierna con l’aumento della ricchezza. Una parte sempre più consistente del reddito nazionale è passata dal capitale alla forza-lavoro, grazie ai superprofitti coloniali. Tutto ciò è ben noto ai responsabili della vita pubblica in Germania. Ecco, per esempio, che cosa si diceva nel settembre 1977: “Secondo il segretatio di stato per il ministero degli affari economici, Rohwedder, i paesi in via di sviluppo costituiscono il più importante gruppo dei partners di commercio d’oltremare della Repubblica Federale. Il commercio con questi paesi è chiaramente maggiore della somma dei commerci con i paesi industrializzati d’oltremare e con gli stati-imprenditori, ha dichiarato Rohwedder all’apertura della Quindicesima Mostra delle Importazioni d’oltremare”23.
   Il commercio in sé fornisce una forma di superprofitto, mediante quello che io ho chiamato “plusvalore nascosto”. Si tratta di un plusvalore che è stato determinato da una storia lunga 500 anni, una storia di estrazioni, produzioni e acquisti a basso costo in Africa, in Asia e negli altri mercati di manodopera a basso costo e di vendite a prezzi normali in Europa, nell’America del Nord ecc. Ciò si riferisce in modo particolare alle materie prime il cui prezzo normalmente balza verso l’alto dal momento in cui lasciano l’Africa ed entrano in Europa.
   Questo balzo all’insù non ha nulla a che vedere con le spese di assicurazione e di trasporto. Si tratta di un trasferimento di plusvalore dalla base “coloniale” al vertice imperialista. Il caffè, il cacao e prodotti similari acquistati da americani ed europei dai produttori del Kenya, dell’Etiopia, del Ghana, della Nigeria e di altri paesi sono quotati sui mercati di Bruxelles, Londra, New York, Düsseldorf, Parigi ecc. da tre a dieci volte tanto il prezzo che i lavoratori contadini ricevono. Il prezzo di vendita del tè, del caffè, dello zucchero, della gomma, del cacao, del riso – a parte il valore aggiunto durante la lavorazione e l’impacchettatura – è tante volte il prezzo c.i.f. (cost insurance freight) quando questi prodotti vengono spediti via nave dall’Africa, dalle Americhe e dall’Asia. Il petrolio arabo, libico, nigeriano, indonesiano, venezuelano è venduto, per convenzione, sia prima sia dopo l’esplosione dei prezzi del dicembre 1973, a due volte e mezzo il prezzo ricevuto dai produttori dell’Opec.
   Non si deve però pensare che le multinazionali del petrolio – in cui hanno una mano Germania, Olanda, Inghilterra, USA, Francia e Belgio – aumentino i costi oltre il necessario. C’è un limite, determinato dal potere d’acquisto e dalla competizione produttiva, alla facoltà monopolistica di fissare i prezzi. A parte uno o due campi, come quello diamantifero controllato dalla compagnia sudafricana De Beers creata da Cecil Rhodes cento anni fa, non esiste merce il cui prezzo sia controllato completamente da una sola multinazionale né da un cartello per un tempo abbastanza lungo. Le “merci” sono vendute al loro pieno valore. È dubbio che il petrolio sia ancora in questa condizione, e l’oro era al di sotto del suo valore sul mercato mondiale dal 1945 fino al “prezzo libero dell’oro” del 1967.
   La differenza tra il prezzo di vendita dopo la produzione e la detrazione dei costi di trasporti è un plusvalore nascosto. Questo può essere una somma grandissima di valori ed è uno dei superprofitti realizzati specificamente nel commercio con i paesi sottosviluppati. Non si verifica di solito nel commercio tra potenze imperialiste, eccetto il caso in cui l’esportatore stesso può ottenere un superprofitto nella misura in cui gode di un vantaggio produttivo temporaneo sui suoi rivali. Il fondamentale plusvalore nascosto può essere incrementato se la valutazione dei costi delle materie prime grezze ha luogo durante il processo di lavorazione e confezionamento in Germania e in altri paesi industriali avanzati.
   Quando il segretario di stato tedesco per gli affari economici parlava di “commercio” con i “paesi in via di sviluppo”, egli alludeva implicitamente a un superprofitto latente guadagnato dalla Germania solamente mediante le importazioni da questi paesi. Questo commercio è da porre in relazione, come le statistiche dimostrano, con gli investimenti di capitale, a breve e a lungo termine, e con i contratti che portano altri superprofitti alla Germania. Tutto ciò fornisce la base materiale per la corruzione della classe lavoratrice tedesca (e di un certo strato di lavoratori stranieri, specie di quelli provenienti da altri paesi della CEE).
   La coesione e l’alleanza delle classi in Germania non è totale; la tendenza comunque è questa. Che non sia totale è dimostrato dalle statistiche: nel 1977 cinque milioni su ventitré milioni di famiglie ricevono meno di 500 dollari (1200 marchi) al mese24. Un gran numero di queste famiglie è di immigrati. Per la metà inferiore della classe operaia i salari reali, che prima erano saliti quasi regolarmente (3,2 per cento nel 1972), cominciarono ad aumentare più lentamente (2,9 nel 1974; 1,1 per cento nel 1975), e la crescita si arrestò nel 1976. Ma per la classe lavoratrice nel suo complesso c’è stato un cambiamento a favore. Sono aumentati i lavoratori possessori di una casa e di azioni (sia come “partecipazione”, sia in altre forme di azionariato popolare) e di automobili, gli operai vanno in vacanza anche all’estero e infine lavorano sempre più nei servizi e sempre meno nella produzione di merci.
   La tendenza all’aumento nel numero degli operai, caratteristica dell’Ottocento, si era già arrestata e ribaltata negli anni precedenti il dopoguerra senza escludere nessuno dei paesi avanzati del mondo25. Nonostante questa “deproletarizzazione”, la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori (con colletto bianco e blu) salì.
   Nel maggio del 1975 su 26 milioni di lavoratori dipendenti (compresi i direttori!), 13,7 milioni erano addetti in vari modi alla produzione e 15,2 milioni alla produzione e ai trasporti26 (circa il sessanta per cento della popolazione etnica). L’altro 40 per cento era addetto al commercio, alla finanza, ai servizi privati e pubblici. Questi dati registrano l’evoluzione della classe lavoratrice tedesca secondo la tendenza della classe operaia nordamericana.
   Lo sviluppo recente è indicato dalle cifre del reddito nazionale27:



   Il tasso di plusvalore nominale (profitti/salari) andava dal 45,77 per cento nel 1972 al 40 per cento nel 1975, circa, cioè, i due quinti ovvero l’opposto del tasso d’oltremare, il plusvalore appunto realizzato dai tedeschi nei paesi sottosviluppati, come vedremo. Per avere un’appropriata percentuale del plusvalore si devono dedurre i guadagni di chi lavora in proprio, soprattutto dai dati degli imprenditori. Se li consideriamo pari al 20 per cento del reddito nazionale, come pare corretto per la Germania lasciando i compensi dei direttori ecc. sotto la voce “stipendi”, abbiamo:



   Il corrispondente rapporto profitti/salari è:
                 1/6 per il 1972
                 1/7 per il 1973
                 1/8 per il 1974 e 1975.

    Vale a dire, una crescente quota di reddito nazionale in Germania come in tutti i paesi imperialisti va alla classe operaia. La percentuale reale può essere un pochino più bassa: io penso sia un decimo, ma economisti come Ernest Mandel la ritengono più alta28.
    Una qualche idea degli “onorari ai direttori” che appartengono al plus e non al valore si può trarre dalle statistiche che dicono che le 200.000 famiglie al vertice sui 23 milioni di famiglie tedesche, cioè il top uno per cento circa, guadagnano 20 miliardi di marchi, e il tasso di plusvalore è di un quinto nel 1972 e scende a un sesto nel 1975. Questo sarebbe approssimativamente il suo “limite superiore” perché dal plusvalore nazionale devono essere sottrati i trasferimenti di plusvalore dai paesi dipendenti dalla Germania. Ciò comprenderebbe il “plusvalore latente” e invisibile derivante dai guadagni realizzati all’estero. Un dato di un decimo per il plusvalore sarebbe allora un dato prudenziale, perché è possibile e a mio avviso probabile che il plusvalore in Germania sia “negativo”29, derivi cioè dai superprofitti africani, asiatici e americani. Senza di essi la Germania, che si basa sulla produzione di merci non per uso ma unicamente per profitto, crollerebbe immediatamente. Questa è la debolezza fondamentale che quasi nessuno vede sotto il benessere e il monolitismo della Germania moderna.



2.      Commercio a Oriente e Ostpolitik

    Si può avere un’idea dell’ampiezza del commercio tedesco e della CEE con il “blocco orientale” dal fatto che questo schieramento si è indebitato per 100.000 milioni di marchi (alla fine del 1976) e che diversi paesi più deboli dell’Europa orientale avevano alla fine dell’anno dato fondo alle loro risorse30.
    Il commercio tedesco con l’Unione Sovietica è salito decisamente negli anni Settanta fino a raggiungere gli undici miliardi di marchi alla fine del 1976, quando la Russia assorbiva il 40 per cento di quanto va sotto il nome di Osthandel della Germania e stava al posto numero 10 nella lista dei partners commerciali della Repubblica Federale31. Questo paese allestì una mostra industriale a Mosca e mise a punto accordi tecnici, scientifici e culturali con l’URSS ed esportò interi impianti per l’industria pesante e chimica, una pipeline per il petrolio, autocarri e altre merci di grande rilievo. La Russia pagò in oro, attingendo alle proprie risorse, e si ritiene generalmente che banche tedesche e lo stato abbiano assicurato dei crediti per consentire la gigantesca operazione.
    Facendo uso, e indirettamente sfruttando la manodopera sovietica a basso costo, le ditte tedesche realizzano un superprofitto da queste ventures. Il prodotto nazionale lordo tedesco medio nel 1977 è stato di 7500 dollari, e quello dell’URSS di 2700, all’incirca un terzo di quello tedesco, e la messa in opera, l’installazione e le prime operazioni sul suolo russo hanno pertanto fruttato ai fornitori tedeschi un superprofitto pari alla differenza dei salari. Per quel che riguarda gli undici miliardi di marchi del 1976, questo superpofitto dovrebbe aggirarsi attorno ai tre miliardi di marchi e forse di più. In questa maniera indiretta l’industria tedesca che ha contratti con il blocco sovietico riesce ancora a ottenere superprofitti di tipo semicoloniale. A differenza dei contratti “neocoloniali”, tuttavia, essi creano industrie pesanti che appartengono ai paesi riceventi e che possono creare a loro volta valore e progresso in breve tempo (a patto di essere finanziati senza un rapido indebitamento).
    Nel 1975 il totale delle esportazioni della CEE in URSS sfiorò i 5 miliardi Eua (European Units of Account). Ogni unità equivaleva nel 1974 a 1206 dollari USA. Vale a dire circa 6 miliardi di dollari. Nel 1976 la cifra era salita a 6,2 miliardi di dollari e nel 1977 puntava sui 7 miliardi33. La parte del leone toccava alla Germania con 2.800.000.000 nel 1975 e quasi tre miliardi nel 1977. Le importazioni sovietiche in Germania costituivano all’incirca il 60 per cento delle esportazioni.
    Vediamo dunque che la bilancia è largamente positiva per la Germania già per quel che riguarda gli scambi commerciali. La Germania importa dall’URSS quasi un terzo di tutte le importazioni CEE, mentre esporta nell’URSS quasi un terzo di tutte le importazioni della CEE34. Ecco l’elemento commerciale della détente tedesca, della Ostpolitik! In verità, essa esporta negli Stati Uniti d’America soltanto il doppio di quanto esporta nell’Unione Sovietica... Siamo dunque in presenza di un mercato assai importante, oltre che di buoni profitti (super!) realizzati grazie ai bassi salari sovietici.
   Questo sfruttamento del gap salariale esistente tra la Germania e l’URSS è reso possibile fondamentalmente dal fatto che i salari tedeschi sono alti per via del colonialismo dei contratti e dei prestiti, mentre l’Unione Sovietica non possiede colonie economiche di lavoro a basso costo che le forniscono superprofitti per ripagare i lavoratori della madrepatria e i burocrati. L’Unione Sovietica è piuttosto in basso nella lista del prodotto nazionale lordo pro capite dei paesi “socialisti”35: (in dollari, l’anno considerato è il 1976)

RDT                                              4.230
Cecoslovacchia       3.710
Polonia                                          2.910
Ungheria                                       2.635
Unione Sovietica    2.620        
Bulgaria                                        2.040
Jugoslavia                                     1.540 (nonostante i lavoratori emigrati nella RFT)
Romania                                        1.300

   Lo stesso si può dire a proposito del gap tra prodotto nazionale lordo e i salari delle due Germanie. La Germania occidentale produce e retribuisce circa il doppio della Germania orientale. Questo non è soltanto il risultato di una superiorità tecnologica, perché i prezzi in realtà sono abbassati e non rialzati dalla produttività moderna, a causa della competizione, anche tra le multinazionali. La produttività consente superprofitti soltanto temporaneamente, come la grande battaglia tra i colossi dell’acciaio americani e giapponesi dimostrò negli anni Sessanta La fonte permanente degli alti salari non è la produttivita (che anzi può ridurre i salari, se produce cibo, vestiti e abitazioni a prezzi ridotti). La causa fondamentale è un’altra: i bassi salari. Gli alti salari della Germania occidentale sono resi possibili dai bassi salari in India, Nigeria, Brasile, Iran e dovunque il capitale crea i suoi superpofitti. Questi, derivando dai bassi salari, sono trasferiti o come profitti rimpatriati o come materie prime, come plusvalore nascosto, dalle semicolonie ai vertici imperialistici del mondo, dove troviamo anche la richissima Germania.
    Nel dicembre del 1977 il salario medio nella Germania orientale era di 927 marchi al mese. Nello stesso periodo in Germania occidentale era di 2000 marchi, più del doppio. Non c’è “competizione socialista” (falsa ideologia dello stalinismo) che tenga, neppure a parità di tecnologie (come succede, per esempio, nella tecnologia spaziale e nelle industrie nucleari). Raggiungere il livello nordamericano, o tedesco occidentale, è impossibile per il blocco sovietico. La Germania orientale non può raggiungere il livello di vita occidentale: la differenza è socio-economica, due sistemi che si affrontano davanti al muro di Berlino. Non si tratta soltanto della socializzazione dei mezzi di produzione: la differenza più profonda, risolutiva, è il fattore coloniale.
    La polemica sull’arretrateazza dei paesi cosiddetti socialisti non è mai stata sincera, né da parte dei difensori stalinisti né da parte dei critici occidentali. Ma nessuno ha mai fatto menzione di questo fattore, cioè delle differenti storie dei due sistemi. Il fattore coloniale non esiste nella Germania Orientale, mentre nella RFT esso è fondamento della ricchezza e della politica economica. Ecco perché la gente va da est a ovest a non vicerversa. Dalle due parti del Muro i lavoratori non stanno a ragionare su chi paga il benessere: vogliono la loro parte e basta.
    Dal punto di vista educativo il “socialismo” della Germania orientale è stato un fallimento, e in effetti non c’è stata una rivoluzione sociale, non c’è stato un apprendistato per la trasformazione sociale. Tutto è accaduto per via militare, per l’arrivo dell’Armata Rossa. Sotto tutti i grandi problemi della Germania orientale – mancanza di libertà, stalinismo, ristrettezze materiali, rivolte degli intellettuali e (in passato) dei lavoratori – troviamo l’imperialismo della Germania occidentale.
    La Germania orientale si potrebbe pertanto chiamare la parte “morta” dell’imperialismo tedesco. La riunificazione dei due tronconi dovrebbe riportare alla vita questa parte. Ma intanto la differenza, il gap, si è aggravata. Nel 1970 il prodotto nazionale lordo della Germania orientale era di 147,7 (assumendo come 100 il 1960) quando l’indice relativo nella RFT era di 160,6. Si è allargato anche il gap per quanto riguarda il capitale fisso: quello della Germania occidentale nel 1970 era di 2.200.000.000 di marchi, circa 1000 miliardi di dollari (quattro volte quello della Germania orientale, il più ricco “paese socialista” del mondo)36.
    La Germania occidentale non ha mai abbandonato l’idea della riunificazione tedesca. Le rivolte dei lavoratori negli anni Cinquanta sono celebrate ogni anno in tutta la Germania Federale come giorni dell’unità. Dalla SDP fino a Strauss c’è un accordo di base sull’unificazione, che viene giudicata non realizzabile in pratica ma in linea di principio non viene mai dimenticata. Pochi si rendono conto che di lì potrebbe scaturire una terza guerra mondiale con relativa esplosione atomica. Eppure, fino alla fine degli anni Sessanta, anche le organizzazioni di estrema sinistra sostennero la tesi della riunificazione. I comunisti polacchi, tedeschi orientali, cecoslovacchi ecc. vedono invece questa prospettiva con orrore. Nella sinistra tedesca la memoria è breve, e anche a sinistra la minaccia viene vista nell’URSS e non nella riunificazione della Germania. È invece questa la più grande minaccia alla democrazia, se non alla pace.
   La stessa memoria corta ha aiutato parecchi intellettuali antisovietici, del genere Solženicyn piuttosto che del genere Pasternak, nella loro crociata contro l’URSS. I dissidenti russi, cecoslovacchi, tedeschi e ungheresi, strati della burocrazia di questi paesi, come pure della Romania e della Jugoslavia, hanno questo concetto in comune: tutti vedono l’Occidente come democrazia, come progresso pacifico e benessere. Non possono vedere che non si tratta della verde isola dell’Utopia, ma che ancora sopravvivono in Occidente zone arretrate di disoccupazione e miseria, di analfabetismo e di dittature locali, di sfruttamento. Non vedono – e come potrebbero – gli africani, gli asiatici, i sudamericani che campano con un trentesimo del reddito nazionale pro capite del cittadino russo.
   Certo, numerosi intellettuali dissidenti spiegano i fallimenti e le debolezze del comunismo con gli errori di Marx, di Lenin e di Trockij, con i crimini spaventosi di Stalin. Ma non spiegano l’esistenza della burocrazia sovietica come un prolungamento dei vertici occidentali e come una reazione alle pressioni militari e politiche dell’occidente. La burocrazia nasce nell’imperialismo, non nel comunismo.
   L’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1968 non fu un’azione indipendente della burocrazia sovietica, ma una reazione immediata alla crescente penetrazione nel paese della CEE guidata dalla Germania. L’Occidente esaltava Dubček come il nuovo leader democratico, liberalizzatore. Il commercio tedesco toccò nuovi apici nel 1968. Dubček si accostò all’Occidente, ne accettò, come fece la Romania, alcune posizioni, per esempio nel caso del riconoscimento dell’esistenza di Israele. Il Patto di Varsavia e il Comecon venivano messi in discussione. C’era il pericolo che – come era successo in Ungheria – una genuina rivolta antistalinista diventasse un pronunciamento filo-occidentale. Questo accadde non soltanto per interferenze germaniche ma anche per il brutale intervento dell’Armata Rossa37. E se le cose non assunsero i toni estremi del 1956 ungherese, fu perché l’occupazione sovietica si rivelo alla fine piu mite di quanto si potesse temere.
   Le relazioni tra la Repubblica Federale Tedesca e la Cecoslovacchia furono normalizzate solamente nel 1973, ma all’inizio del 1978 non si erano ancora concretate in un nuovo accordo economico o culturale. Tuttavia le pressioni tedesche per nuovi accordi di cooperazione e la disponibilità del Comecon nell’ottobre del 1977 diedero come risultato l’apertura di trattative per addivenire a contratti-prestiti in campo chimico, elettrico, elettronico, di costruzione di macchine38. Tutto ciò, e le visite di rappresentanza a metà gennaio del 1978 di Herbert Wehner, presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico39, hanno temporaneamente scongelato le relazioni ceco-tedesche, che da un decennio erano decisamente ibernate.
    La visita di Wehner, il quale era diretto anche in Polonia e nell’Unione Sovietica, è un elemento di grande rilievo nella Ostpolitk. Non che ci fossero grandi speranze per l’immediato. Anche se il governo Husák si mostrava aperto ad accordi economici come già Dubček, questa volta tutto avveniva non in modo indipendente da parte dei cecoslovacchi ma sotto l’occhio poliziesco dei russi e sotto la tutela del Comecon. Non si poteva quindi parlare di “graduale infiltrazione nell’economia cecoslovacca”. Ma nel 1977 l’antica aspirazione tedesca di essere il numero uno negli scambi occidentali con la Cecoslovacchia era stata trasformata in realtà. Il volume di affari salì da 2 a 3,3 miliardi di marchi dal 1972 al 1977. Nel 1976, 348.000 tedeschi visitarono la Cecoslovacchia40.

    La politica della CEE e in particolare della Germania per sfruttare il contrasto tra russi e cinesi ebbe tanto successo che la politica cinese si capovolse tra il 1969 e il 1971. Fino al 1969 la CEE veniva variamente dipinta da Pechino come il “centro delle contraddizioni imperialistiche” e “una macchinazione americana”, come scrisse un giornalista nel settembre del 1975. Egli così continuava: “ma nel 1971 la Comunità era diventata un ‘fattore di equilibrio tra le superpotenze’... Ora, seguendo l’accelerazione dei reciproci legami durante i primi sei mesi del 1975, Bruxelles potrebbe essere tra poco la sede di discussioni esplorative tra i cinesi e i funzionari della CEE per giungere a un accordo commerciale tra la più grande potenza commerciale del mondo e il suo più vasto mercato potenziale”41.
    L’articolista così prosegue: “Per una Comunità la cui cause célèbre è diventato il rifornimento di materie prime, la prospettiva di legami economici con un paese che da solo possiede il 25-30 per cento dei principali minerali del mondo è d’importanza capitale. Le risorse cinesi comprendono in particolare carbone, ferro, manganese, petrolio, uranio, bauxite, stagno, tungsteno e antimonio”42.
    La CEE è ora seconda soltanto al Giappone nel commercio estero cinese. Le motivazioni sono chiaramente colonialistiche: mercato e materie prime. Ma il bisogno cinese di importare manufatti, specialmente nel campo dell’industria pesante, ha aperto la strada ai contratti-prestiti euroamericani e giapponesi che sfruttano la manodopera cinese a basso costo, ai traffici massicci attraverso Hong Kong e alla realizzazione di superprofitti nascosti sui manufatti cinesi importati a bassi costi e venduti al vero prezzo nei mercati imperialisti. L’interesse tedesco in questo neocolonialismo che sfrutta la Cina socialista è stato espresso dalla visita di Franz Josef Strauss, Schroeder, Kohl e Scheel43.
    Il commercio della CEE con la Cina è strettamente legato alla strategia della Germania contro l’Unione Sovietica. La Cina serve tanto al riarmo tedesco quanto alla causa della riunificazione tedesca (dopo il 1973 i leaders cinesi si sono pronunciati per la riunificazione tedesca) e all’affermazione della leadership tedesca sull’Europa. Il commercio e l’”investimento” (sotto controllo e proprietà della Cina) rientrano in un processo di partecipazione, in lenta ascesa, dei paesi socialisti al commercio capitalistico. Dal 1948 al 1970 la percentuale è salita dal 2 al 4 per cento. Il debito con l’estero dei paesi socialisti con l’Occidente era di circa 30 miliardi di dollari nel 1976 (un terzo era dell’URSS). La Germania è il maggior creditore di questi paesi44: sono due, per il 50 per cento, le esportazioni della CEE in Cina45. E anche se il commercio di questi paesi con l’Occidente è ancora di proporzioni ridotte (è attualmente dell’ordine del 5 per cento del commercio mondiale, vale a dire un ventesimo per circa un quarto dell’umanità), esso è un veicolo delle influenze capitalistiche a molti livelli.
   Infatti, questa percentuale ridotta non è sufficiente perché si possa dire categoricamente che esiste un unico “mercato mondiale” (e in effetti non esiste un unico sistema socio-economico) in cui i paesi socialisti siano subordinati ai paesi capitalistici. Ma è sufficiente come importante fonte di superprofitti per l’Occidente, con gli Stati Uniti e la Germania in testa alla lista, e come possibilità di sovversione politica ed economica dei sistemi sociali russo e cinese. Questa offensiva, che si serve della distensione, è il gemello “pacifico” del riarmo nucleare, adatto a tempi di “coesistenza”.


3.      Ritorno a Bismarck e a Schacht: l’impero coloniale della CEE controllato dalla Germania

   Contrariamente a quanto pensava il genio militare tedesco von Clausewitz, oggi è la politica estera che determina la politica interna. La Germania non è una “nazione” ma l’apice di una piramide mondiale la cui base è “neocoloniale”. La Gran Bretagna è il vertice di un impero economico, al pari della Francia, degli Stati Uniti, del Giappone, dell’Italia e di ogni altro paese imperialista, compresi Svizzera, Israele, Svezia e Sudafrica “bianco”. Le relazioni di classe all’interno della Germania e di altre nazioni del genere sono determinate dalle relazioni mondiali tra la Germania e la sua base semicoloniale e tra la Germania e i suoi rivali. La stessa cosa si potrebbe dire degli altri imperialismi della nostra epoca.
   Anche la CEE non è “Europa” in senso geografico ed economico, ma Europa reale, l’alleanza dei capitalisti patrizi e dei sfruttati dell’Asia, dell’Africa, dell’America Centrale e del Sud e delle isole dell’Oceania. L’Europa è un complesso di imperi, un impero composito che, con i suoi rivali Stati Uniti e Giappone, sta alla testa di tre continenti. Non esiste possibilità di esistenza al di fuori di questa struttura dell’impero e del suo sistema funzionale.
   Senza questo modello piramidale è pressoché impossibile comprendere la CEE con i suoi componenti, la Germania in modo particolare. Il modello “centro-periferia” inventato dopo la metà del secolo dagli economisti euroamericani è fuorviante perché inverte le relazioni di dipendenza. Risulta un quadro reale solamente se preso come una visione zenitale, quindi bidimensionale della piramide, la quale, vista dall’alto, appare come una figura piana, con il suo centro e la periferia. Ma il modello mondiale reale è “solido”, con un apice e una base.
   Questo modello riflette la Comunità Economica Europea come la porzione maggiore della piramide capitalistica mondiale.
   I legami della CEE con le semicolonie furono forgiati mentre essa prendeva forza in Europa e si sono sviluppati e consolidati parallelamente ad essa.
   Nel Sudafrica è stato individuato il partner privilegiato, il “bastione bianco” sul quale imperniare la difesa degli interessi europei, particolarmente tedeschi, nell’Africa subsahariana.
   Con una strategia sui due fronti, da una parte la Comunità ha sempre condannato l’apartheid, dall’altra tutti i paesi della Comunità, fino a oggi, mantengono a tutti gli effetti consolati e ambasciate a Pretoria e a Cape Town (le due città che sono rispettivamente sede del governo e capitale legislativa della Repubblica Sudafrica), continuano i loro enormi investimenti, forniscono armamenti e persistono nel considerare quel paese un bastione della NATO.
   Già negli anni Sessanta la Germania puntava al primo posto come partner commerciale del Sudafrica46:

Importazioni
(in milioni di rands)
Esportazioni
(in milioni di rands)
                      1967
1968
1969
1970
1970
Inghilterra
USA
Germania
Giappone
      497
      322
      231
      116
        449
        333
        253
        124
        449
        370
        292
        188   
       560
       424
       372
       221
        446
        129 
        109
        180







   Altri grandi operatori commerciali si trovavano in Francia, Olanda, Belgio, Italia e Svizzera. La CEE era, e ancora è, il maggior partner commerciale del Sudafrica, con oltre il 50 per cento delle importazioni e il 60 per cento delle esprtazioni.
   Nel 1975 il commercio tedesco con il Sudafrica raggiunse complessivamente 2,18 miliardi di marchi, il che era circa l’otto per cento del suo commercio con le “neo-colonie”. Con questi la RFT raggiunse i 26 miliardi di marchi nelle importazioni, di cui 10 miliardi per il petrolio. Il totale delle importazioni fu di 183 miliardi di marchi, cosicché la quota spettante al Sudafrica era di un tredicesimo. Ma questo voleva dire un quinto circa del commercio sudafricano. Combinato con questo c’era il fatto che il capitale tedesco era salito al secondo posto con circa 7 miliardi di dollari.
   La Germania era diventata così il primo socio commerciale e il secondo paese investitore nell’economia sudafricana. Questi sono i due fatti fondamentali che troviamo dietro la politica estera della Germania “anti-apartheid”.
   Questa politica, nel tipico stile tedesco, ha avuto i suoi aspetti contrastanti: l’appello per una “soluzione pacifica” e il “dialogo” con il regime di Vorster (e con quello di Smith in Rhodesia). L’incontro tra Vorster e Schmidt, seguito da una visita di Vorster a Zurigo nel 1977, faceva parte di questa politica bifronte. Per ciò che concerne l’”anti-apartheid” si tratta, in effetti, di una parte del “dialogo” e si oppone fermamente alla liberazione (“violenza”, nella terminologia ufficiale della nuova Germania).
   La Repubblica Federale Tedesca ha sempre cercato di imporre alla sudafricana ANC, alla namibiana SWAPO, allo ZANU e allo ZAPU (Zimbabwe) la concezione che è “necessaria” una “soluzione negoziata”, controllata dagli Stati Uniti e dalla CEE per proteggere i privilegi razzisti, economici e politici delle classi possidenti “bianche” sudafricane.
   È stata questa la linea politica in seno all’ONU e alla Comunità economica europea. “L’Occidente deve mantenere le conversazioni col Sudafrica per assicurare che il mutamento rimanga possibile”, scrisse un giornale tedesco nel novembre del 197747, solamente un anno dopo che il regime Vorster aveva assassinato oltre 500 persone e ne aveva ferite oltre 3000 nella ribellione di ampiezza nazionale del tipo Soweto (giugno-novembre 1976).
   Sempre nel 1977 la Germania occidentale, grazie al suo potere economico nel Sudafrica, era in grado di sedersi a “discutere” con Vorster a Pretoria e a Cape Town, insieme con i rappresentanti diplomatici americani, britannici, francesi e canadesi, i cui paesi hanno tutti interessi da difendere in Sudafrica.
   Le iniziative di “dialogo” inglesi, americane e tedesche si basavano sulla dominazione economico-militare razzista “bianca”.
   “Non ha molto senso premere continuamente sul governo sudafricano perché faccia concessioni. Ancora una volta al Sudafrica si deve offrire qualcosa in cambio. Si potrebbero offrire, per esempio, legami economici più stretti se il governo trovasse il modo di abolire l’apartheid nella vita quotidiana o di porre termine alla discriminazione sui posti di lavoro nei confronti di neri, indiani e coloured”, scrissero i giornali tedeschi “contrari all’apartheid48. In altri termini, abolite pure l’apartheid  di superficie che il mondo può vedere, ma non le riserve, le esclusioni legali, i ghetti. In Sudafrica erano chiacchiere che andavano bene per i razzisti liberal, in Germania passano per Realpolitik. Dopo tutto, i tedeschi non sono “neri, indiani o coloured”. Il passo citato così prosegue: “un incoraggiamento si rivelerebbe probabilmente più efficace di una condanna drastica dell’apartheid”. Più chiaro di così!
   Non suscita quindi meraviglia che nonostante la decisione della CEE nel 1977 di obbligare le aziende della Comunità ad abolire l’apartheid (ovvero andare in bancarotta) in Sudafrica, la tedesca Volkswagen di Titenhage, Capo Orientale, rifiutò di aderire alla richiesta di parità salariale e di uguali condizioni di lavoro avanzata nel 1977 dal sindacato dei lavoratori africani. L’African Union respinse la tesi sostenuta dalle compagnie tedesche che le paghe erano già pareggiate. Dopo tutto, la politica dell’apartheid nella sostanza non è un’invenzione di Vorster, ma risale a molto prima, a Smuts49.
   Non suscita meraviglia neppure il fatto che di fronte alla richiesta di aderire al boicottaggio mondiale del Sudafrica nel 1977-78, i sindacati tedeschi risposero che questo era un atto “politico” e quindi al di fuori della loro competenza. Ma la Germania preferisce “nascondere” tutto ciò a mantenere la sua facciata anti-apartheid per il bene della convenzione di Lomé e di un “mercato di 250 milioni di persone”, come lo chiamo un bollettino della CEE nel 1975.
   Esperti tedeschi d’alto livello dichiararono che “il pericolo di una terza guerra mondiale sarebbe stato d’attualità se un conflitto violento fosse scoppiato in Sudafrica”50. Klaus von der Ropp, della Fondazione di scienze politiche di Bonn, sostenne una politica di “passi graduali” basata su una rivoluzione dall’alto, non su un movimento di liberazione. Egli fece un confronto tra il Sudafrica e Israele: “La risolutezza con cui gli africani bianchi intendono mantenere la loro identità come nazione africana può essere paragonata soltanto alla devozione degli israeliani allo stato ebraico”51.
   Von der Ropp mette anche in rilievo il fatto che “il ruolo dei paesi della CEE diventa così sempre più importante in una parte del mondo, in cui in termini di sicurezza ed economia l’Europa occidentale ha interessi molto più grandi di quelli degli Stati Uniti d’America”52.
   In effetti alla fine degli anni Settanta la Germania si è adoperata più di ogni altro paese occidentale per trovare una “soluzione” al problema sudafricano, elaborando studi e piani impostati nella prospettiva della divisione del Sudafrica secondo linee “razziali”.
  
   Quanto alla presenza tedesca nel continente nero, si deve rammentare che l’agave sisalana dell’Angola, una sorta di canapa, era completamente controllata dai residenti tedeschi e da società come la Von Ahlefelt, la Jessen di Amburgo, la Berman Opelana. Krupp aveva interessi nella produzione del ferro. Il capitale tedesco era presente nell’industria elettrica di Sonefe e nella Sociedade Luso-Alema di export-import.
   La Germania svolse la sua politica angolana in un contesto che fu così evidenziato nel 1958: “A meridione del nostro continente, in Africa, il futuro offre il rifornimento ideale di materie prime per l’industria dell’Europa Occidentale: ricchezze minerali... alimenti... un mercato di 210 milioni di usomini che si moltiplicano rapidamente e i cui bisogni futuri sono enormi”53.
   La Repubblica Federale Tedesca era particolarmente ansiosa di scegliere i paesi per i suoi investimenti. A tal fine: “Sarà necessario cercare alcuni punti crucali per montare un’operazione paramilitare. In paesi con un governo stabile, risoluti nel respingere il comunismo, è possibile effettuare l’esportazione di capitali”, scrisse un giornale di Düsseldorf nel 196054. Il futuro presidente “socialista” della Germania, Walter Scheel, affermò a Bonn nel giugno del 1965 che la RFT doveva inviare degli esperti per assicurarsi dell’infrastruttura economica. Dovrebbe preparare il terreno che renderà possibili investimenti privati prospeti”. Scheel aggiunse che con tali metodi l’80 per cento degli “aiuti” sarebbe tornato in Germania “sotto forma di ordinazioni”55.
   La strategia tedesca degli investimenti era altrettanto legata alla strategia politica: “A parte gli investimenti, è anche indispensabile avere garanzie politiche”, scrisse un esperto economico di Bonn nel 196056.
   Quando il movimento per la liberazione dell’Angola, l’MPLA analizzò il ruolo della Germania nell’Angola nel 1965, ne trasse due brevi ma chiare conclusioni: “A: La Repubblica Federale Tedesca è uno dei peggiori nemici del popolo angolano...; B: La lotta per la liberazione nazionale deve essere una lotta anti-imperialista”57.
   In Zaire il capitale tedesco, assieme a quello statunitense, belga, francese, britannico e giapponese, paga i lavoratori zairesi specializzati l’equivalente di 980 franchi belgi, pari a 66 marchi al mese, mentre i lavoratori tedeschi che li controllano con stile poliziesco guadagnano 5000 marchi al mese e più: una proporzione razzista di circa cento a uno. Il gruppo franco-tedesco Alsthom-Siemens controlla l’installazione e la fornitura del gigantesco piano idroelettrico Inga n. 2 (il capitale italiano aveva la quota maggiore nell’Inga n. 1). Il capitale bancario statunitense, svedese e italiano appoggia il consorzio Shaba-Inga collegato con la società mineraria Shaba controllata da belgi, sudafricani, americani e inglesi.
   Gli interessi tedeschi in Zaire, Zambia, Angola, Namibia, Sudafrica e Tanzania erano una parte degli interessi della RFT in un Mercato Comune euro-sudafricano. Per quello che riguarda la CEE stessa, il ruolo tedesco s’integrava nei fini della CEE, che il presidente Valéry Giscard d’Estaing definì nel 1975 così: “Sviluppare al più alto livello economico i legami tra un gruppo selezionato di paesi africani, latino-americani e asiatici e imprese europee, con la prospettiva di stabilire relazioni fruttuose e durature”.
   Attraverso la CEE e la convenzione di Lomé e altri trattati, la Germania ha interessi in oltre cinquanta paesi africani e in India, Pakistan, Bangla-Desh, Sri Lanka, oltre che in Algeria, Marocco, Egitto, Siria, Giordania e Tunisia.
   L’Africa è sempre stata l’obiettivo numero uno della Germania nel mondo semicoloniale o coloniale. Se si prende un numero qualsiasi di Auslandskurier, Aussenpolitik, Europa-Archiv o EEC Courrier de l’Association (di Lomé ecc.), si trovano i particolari dei “progetti” tedeschi in Africa, in America Latina e in Asia.
   Nel 1976 il Kreditanstalt für Wiederaufbau, che ha il suo quartier generale a Francoforte sul Meno, ha investito 2.800.000.000 di marchi in crediti al capitale tedesco per forniture principalmente destinate al Terzo mondo. Hermann Müller, dell’organizzazione del Kreditanstalt, ha annunciato nel luglio del 1977 che investimenti-crediti erano stati concessi a 98 partners in quarantadue nazioni. L’anno precedente 93 delle 155 azienda DEG all’estero hanno dichiarato profitti. Müller nutriva fiducia nel fatto che il futuro avrebbe portato profitti più alti per il capitale tedesco nel “Terzo mondo”.
   Gli “aiuti” tedeschi per lo sviluppo erano nel 1976 al terzo posto su scala mondiale:

(in miliardi di dollari)

USA              7,34
Francia           2,78
Germania       2,24
Giappone       1,48
Canada          1,19
Olanda           1,17
Inghilterra      1,15

su un totale mondiale di 20 miliardi di dollari. Quattrocento ditte private tedesche hanno preso parte a questi “aiuti” negli ultimi dodici anni58.
   Particolare non irrilevante, nel 1976 “l’aiuto” dei privati fu di circa dieci miliardi di marchi, quasi tre volte tanto l’aiuto statale. Per esempio, la quota tedesca negli “aiuti” occidentali fu di circa sette miliardi di dollari.

   Sviluppando l’enorme antico interesse tedesco per il Brasile, dietro la maschera dei “progetti” culturali e tecnici il capitale tedesco ha realizzato solidi profitti.59 I coloni tedeschi (come quelli italiani e portoghesi) in Brasile e nelle altre semicolonie “latino-americane” sono gli abitanti di “province” della Germania. Grazie alla loro mediazione e a un Comitato di coordinamento per l’America Latina, la CEE è riuscita nel 1970 a stabilire “legami” con venti stati “latino-americani” e due caribici60. Allo stesso tempo la CEE importava a basso costo le materie prime sudamericane e caribiche (zucchero, caffe, olio, stagno, rame, carne, ferro) e innalzava barriere tariffarie contro i manufatti sudamericani prodotti con maggiore efficienza e a prezzi più bassi che in Europa. Questa discriminazione proteggeva gli altri profitti artificiali dei fabbricanti europei che si sarebbero altrimenti trovati in difficoltà, come in effetti si troverebbero con una concorrenza afro-asiatico-sudamericana che si svolgesse in termini “leali”.
   Nel 1965 il maggior investimento tedesco era quello della Volkswagen in Brasile e il più grande complesso chimico che si trovi in Sudamerica è ora quello della Badische Anilin und Soda-Fabrik (Basf)61. L’aiuto tedesco è strettamente legato all’investimento privato e di conseguenza anche ai residenti nazisti, con le loro scuole tedesche semiesclusive. Nel 1972 l’aiuto della CEE all’America Latina era sui 500 milioni di dollari all’anno: in prima fila tra gli offerenti, e quindi beneficiari, la Germania Federale. L’aiuto, parte del capitale tedesco e dello stanziamento tedesco che supersfruttano la forza-lavoro mal pagata sudamericana, è uno dei maggiori sostegni alle dittature militari di quel continente, tra cui il Cile, il Brasile e l’Argentina. Sotto la tranquilla superficie della “democrazia” tedesca in patria non è difficile scoprire le connessioni con il terrore poliziesco all’estero.
   La CEE controllata dalla Germania è la responsabile del fatto che metà dei brasiliani ha un’età che è al di sotto dei vent’anni. In Germania il rapporto è di uno a quattro. Il neoimperialismo della CEE non è una statistica accademica: è una questione di vita e di morte per alcuni paesi, un vero genocidio.

   Dopo il 1975 le relazioni tra la CEE e l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico sono rapidamente incrementate. La CEE si dichiarò per una politica di “pace, libertà e neutralità”, copiando lo slogan della conferenza di Bandung del 1967. I programmi prevedevano per Singapore, Malesia, Tailandia, Indonesia e Filippine l’adesione a “progetti industriali congiunti” che comprendevano motori Diesel tedeschi per Singapore, Tailandia e Indonesia, superfosfati dalle Filippine e dalla Tailandia, olio vegetale dalla Malesia e petrolio dall’Indonesia, ed esportazioni al “mercato indonesiano di 130 milioni di persone”62.
   Quel che la CEE poteva succhiare dall’Asia lo ha succhiato, goccia dopo goccia, talvolta a secchi, come il petrolio. Ma quando si trattò di consentire le esportazioni dell’industria dell’Associazione in Europa, la CEE alzò un Muro di Berlino contro la concorrenza, con l’appoggio dei sindacati europei. Nel dicembre del 1977 la CEE dichiarò una serie di tariffe protettive contro l’India, il Brasile, Hong Kong, la Tunisia, la Corea del Sud e venti altri paesi “in via di sviluppo”, al fine di “proteggere il lavoro” in Europa (provocando la disoccupazione in Asia)63. Ma poiché la disoccupazione europea era solamente del 10 per cento e quella asiatica del 70 per cento, il contributo della CEE alla disoccupazione globale sarebbe relativamente “piccolo”. Il mercato mondiale è per le nazioni “sviluppate”, non  per le nazioni “in via di sviluppo”, ogni volta che tra i due gruppi nasce la competizione.
   In effetti, tuttavia, il costo finanziario del patto sociale nei paesi imperialisti, comprendente alti salari e il welfare state, ha causato un trasferimento di molte industrie dall’Europa a circa due dozzine di paesi “in via di sviluppo”.
   Quando gli importatori della CEE hanno tornaconto a importare materie prime e manufatti a basso costo per venderli a prezzi normali raccogliendo così il “plusvalore nascosto”, non vengono alzati gli sbarramenti delle tariffe protettive. In particolare, non ci sono tariffe di sorta contro l’importazione delle materie prime di cui l’Europa non dispone ma di cui ha bisogno per le sue industrie. In tal caso c’è perfino una “compensazione” per i membri della convenzione di Lomé, nello schema detto STABEX (Stabilizzazione delle esportazioni). La CEE presta denari agli esportatori che non abbiano ricevuto un prezzo medio per le loro materie prime, e fornisce sovvenzioni ai “paesi meno sviluppati”. Il fine di questa generosità è uno solo: garantire un regolare rifornimento di materie prime a basso costo dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina all’Europa. Poiché il “prezzo medio” è già così basso, finora al di sotto del valore, esso consente un enorme “plusvalore nascosto” ai produttori europei, tanto da metterli in grado di restituire qualche briciola della gigantesca pagnotta cotta a puntino per loro alla neoimperialistica convenzione di Lomé.
   L’atteggiamento muta quando le esportazioni provenienti dai paesi aderenti alla convenzione di Lomé e da altri paesi legati con la CEE e dirette in Europa entrano in conflitto con il prodotto europeo. In tal caso il boss uomo bianco dice: fissiamo una quota per le vostre esportazioni, proprio come facciamo sempre per gli emigranti che vogliono venire in Europa o nelle terre conquistate un tempo dagli europei. Esistono anche speciali leggi per l’immigrazione (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda) che discriminano razzialmente i non-europei, de jure o de facto, nonostante le affermazioni in contrario. La libertà, compresa la libertà di movimento per le merci e le genti, e, come dice la CEE nei suoi trattati di fondazione, “soltanto per europei”.

  La politica tedesca per il Medio Oriente mira specificamente alla tutela di uno stato razzista israeliano, in cui si trovano molti rifugiati provenienti dalla Germania nazista, e al petrolio. Quando scoppiò la crisi del petrolio, nel dicembre del 1973, alcuni stati della CEE, come l’Olanda, furono parzialmente tagliati fuori dalle forniture come punizione per la loro politica antiaraba. La CEE aveva assunto una posizione filoisraeliana nel 1967 e nel 1973, nel corso delle guerre tra Israele e l’Egitto e i palestinesi. Nel 1956 due stati membri, Francia e Inghilterra, si erano uniti a Israele nell’invasione dell’Egitto. Nel 1948 tutte le nazioni della futura CEE avevano votato in favore di una risoluzione dell’ONU che privava i palestinesi della loro terra e creava lo stato d’Israele. La Germania stessa era la principale responsabile dell’esodo di massa degli ebrei dall’Europa alla metà del secolo ventesimo, così come la Russia zarista lo era stata alla fine del secolo diciannovesimo e all’inizio del Novecento.
   È il caso di risalire infatti a quanto è successo in Europa ai tempi di Hitler, quando sei milioni di ebrei sono stati massacrati in Germania, Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria, Bulgaria, Romania, in Grecia, in Italia e nell'URSS, vale a dire nei paesi occupati dall'esercito tedesco. Invece di assorbire gli ebrei come avevano fatto la Jugoslavia e certi paesi "socialisti", nonostante l'odio di Stalin per gli ebrei e il periodico antisemitismo dei paesi a lui sottoposti, la Germania, altre nazioni della CEE e gli Stati Uniti respinsero gli ebrei dall'Euramerica e li avviarono verso lo stanziamento coloniale in Palestina.
   In effetti Israele divenne una specie di stato sudafricano euramericano "bianco". Avendo collaborato a dirottare gli ebrei dall'Europa occidentale, la Germania e la CEE procedettero poi ad armarli fino ai denti in funzione antiaraba.
   Le esportazioni tedeschi nel povero Medio Oriente ricco di petrolio superarono i 15 miliardi e mezzo di marchi nel 1975, con un aumento di sei miliardi di marchi in un anno. Ecco come si recupera il denaro speso per acquistare petrolio! Gli esperti tedeschi valutano il mercato delle esportazioni mediorientali a 150 miliardi di marchi e non nascondono l'intenzione di mettere le mani sulla quote più grossa. Il rappresentante della Deutsche Bank e il presidente dell'Associazione per il Medio Oriente, Hans Otto Thierbach, ha dichiarato che le nazioni aderenti all'OPEC "si agitavano per ottenere finanziamenti"64 in quanto il boom delle esportazioni tedesche prosciugava tutte le loro scorte di denaro, e questo nonostante le entrate del petrolio.
   A proposito delle entrate derivanti dalla cessione del grezzo petrolifero, ho dimostrato altrove che i paesi che producono petrolio ricevono meno del 40 per cento del prezzo del greggio sul mercato mondiale. Il grosso va alle multinazionali del mondo occidentale.
   Per la Turchia, la Repubblica Federale Tedesca è ancora il partner commerciale di maggiore importanza. Nel 1975 le importazioni furono di 2,4 miliardi di marchi, e ora siamo sui 3 miliardi. La vecchia politica del colonialismo tedesco in Turchia dopo Bismarck e di nuovo durante l'era Schacht non è stata sterile. Il commercio tedesco in un’altra area semicoloniale “tradizionale”, l’Irak, salì a 2,6 miliardi di marchi nel 1975, con un balzo del 170 per cento dopo la crisi del petrolio. La politica tedesca di riprendersi per mezzo delle esportazioni i soldi versati per importare petrolio pagava, evidentemente!
   Ma il mercato del Medio Oriente più importante per la Germania nel dopoguerra è stato a lungo l’Iran, dove la Camera di Commercio tedesca, le banche, gli industriali, gli esportatori, gli importatori, i “turisti”, gli “esperti”, i tecnici della Kultur e i militari di Bonn sono collocati in posizione strategica attorno e dentro la corte dello Scià, il quale e in prima persona, non dimentichiamolo, un grosso azionista della Krupp e della Daimler-Benz. In Iran la Germania è ancora più potente, sul piano economico, politico e militare, di quanto lo siano gli Stati Uniti nell’Arabia Saudita (che ospita diverse migliaia di specialisti militari della CIA). Nel 1975 l’Iran ordinò merci in Germania per 5,2 miliardi di marchi e divenne il secondo partner commerciale (per le esportazioni) della Germania, subito dopo gli Stati Uniti...

   Per quel che riguarda il ruolo della Germania negli “aiuti per lo sviluppo”, il ministero della cooperazione economica di Bonn in un documento del 29 dicembre 1977 dichiarò che: “Il ministero condivide la responsabilità per 1532 progetti di cooperazione finanziaria e tecnica nei paesi in via di sviluppo, mentre 2667 volontari lavorano per aiutare i paesi del Terzo e del Quarto (sic!) mondo”.
   “Solamente in Africa Bonn collabora a 712 progetti, oltre ai 456 in Asia, ai 256 in America Latina, ai 2 in Oceania... I progetti più importanti del 1977 erano quasi invariabilmente diretti allo sviluppo dell’Africa”65.
   In un messaggio natalizio il portavoce del ministero degli esteri Jürgen Sudhoff dichiarò: “Noi ci consideriamo come l’avvocato del Terzo mondo. Faremo ogni sforzo per incoraggiare ed estendere il dialogo con i paesi in via di sviluppo nel 1978”66.
   Bonn chiese che il Consiglio della CEE si riunisse il 29-30 novembre 1976 per “rivedere” i legami tra “paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo”. Questa revisione comprendeva anche un avvertimento all’OPEC contro l’aumento dei prezzi del petrolio. A un progrettato 0,7 per cento di prodotto nazionale lordo da “spendere” in “aiuti per lo sviluppo”, piu gli interventi privati, il blocco CEE-USA-Giappone intendeva investire circa 30 miliardi di dollari all’anno nelle semicolonie. Il 46 per cento dell’aiuto tedesco era strettamente rimborsabile67. I superprofitti complessivi diretti derivanti da simili investimenti avrebbero aggiunto una decina di miliardi di dollari annui ai già rilevanti superprofitti dell’Occidente. La parte tedesca di questo reddito extra sarebbe stata di 3 miliardi di marchi all’anno per i 60 milioni di abitanti della Germania occidentale, circa 200 marchi per famiglia da aggiungere al precedente reddito parassitario.
   L’espansione tedesca comprendeva un crescente interesse per il “Corno d’Africa”, cui vennero dedicati speciali “studi”68. I partiti tedeschi, senza eccezione, tendono sempre più ad appoggiare politicamente e moralmente i movimenti di secessione etiopica (dalla sinistra alla destra) e successivamente le rivendicazioni della Somalia all’Etiopia. La Germania aveva addestrato le forze di polizia di Hailé Selassié (come aveva fatto sotto Hitler per la polizia portoghese e per la polizia militare nelle colonie). Ma quando il regime “marxista” di Mengistu rovesciò la monarchia, distribuì le proprietà feudali e prese alcune misure anti-imperialiste, il primitivo appoggio tedesco al movimento di secessione eritreo (da tempo sostenuto dagli italiani) per la “più grande Somalia” divenne una risoluta politica ufficiale.
   Per l’Africa intesa come un tutto, il più importante terreno di scontro, agli occhi dei tedeschi, è la convenzione di Lomé, preannunciata dalla convenzione di Yaounde della CEE con 18 stati africani, firmata il primo giugno 1964 per un periodo di cinque anni e rinnovata nel luglio del 1969. L’entrata della Gran Bretagna, con il Commonwealth, nella CEE nel 1973 spianò la strada a una convenzione più ampia, quella di Lomé, firmata nel 197469. A Lomé si sancì l’accesso legale, diretto, della Germania agli ex imperi di Francia e Gran Bretagna. Il complesso dell’Africa semicoloniale veniva ora aggregato agli accordi della CEE, assieme, praticamente, a tutta l’America del Sud, al Vicino Oriente e all’Asia, formando così un totale di 80 nazioni “sottosviluppate”70 da sviluppare da parte della Germania che poteva in tal modo arricchirsi sempre di più con un’illimitata fornitura di materie prime71 e con i superprofitti derivanti da queste e dai contratti di “aiuto”.
   La convenzione di Lomé e i relativi accordi forniscono alla CEE un campo per il supersfruttamento di 1655 milioni di persone (1972) con un magro prodotto nazionale lordo di 200 dollari pro capite, circa un trentesimo del prodotto nazionale lordo medio della CEE. Il totale del prodotto nazionale lordo dell’Asia, dell’America semicoloniale e dell’Africa, compresi i paesi aderenti all’OPEC, era nell’ordine di 400 miliardi di dollari nel 1974-7572. Un reddito totale, per quello che era, alla fine degli anni Settanta, un insieme di quasi due miliardi di persone, che è inferiore al reddito nazionale tedesco.
  
   Come ogni altro “fenomeno”, anche la Germania è la sua intera storia. Una storia che indica una diagnosi: una condizione avanzata di imperialismo razzista. Poiché tutto va bene per ciò che riguarda la base neocoloniale di questo organismo, con la competizione con i rivali, Stati Uniti e Giappone, grazie alla CEE, e all’interno della CEE, con la sua bilancia dei pagamenti, la produzione e il denaro, questa malattia non si manifestera subito nella forma di un nuovo stato nazista. Ma poiché una condizione di benessere ideale non può essere assicurata a lungo, è il caso di non dimenticare il peggio, almeno come possibilità.
   Una prognosi che vale non solo per la Germania: infatti un revival fascista si può scorgere anche in Italia; i razzisti del National Front picchiano africani e indiani e si presentano alle elezioni in Gran Bretagna; il fascismo ha indubbiamente posizioni di potere in Francia; i nazisti camminano tranquillamente per le strade di Chicago e in Giappone la bandiera fascista del sol levante sventola apertamente sotto gli occhi della polizia tanto pronta a bastonare contadini, operai e studenti. Né la Germania è l’unica nazione imperialista e razzista. Tutti gli imperialismi europei, nordamericani, australasiani, israeliani, sudafricani sono razzisti, più o meno apertamente. La malattia tedesca fa parte di una malattia generale.
   Eppure essa presenta caratteristiche sue proprie, una sua tragica peculiarità. Inghilterra, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Spagna, Portogallo, Austria, America settentrionale e America Latina hanno tutti una storia di resistenza, sovente grande ed eroica, contro il fascismo e il nazismo. In Germania, nulla di tutto ciò. Il che è strettamente intrecciato con la più solida pace sociale e alleanza di classe. Alleanza che è il risultato specifico di una storia economica imperialista, del bisogno di sciovinismo e del suo potere corruttivo grazie al supersfruttamento coloniale nascosto. Ci sono alleanze di classe in altre nazioni imperialiste, ci sono altre forme di nazionalismo esasperato. Ma in nessun paese come nella Germania occidentale.
   Non si deve infine dimenticare la situazione geopolitica della Germania, al confine tra capitalismo e “socialismo”. In Italia il fascismo non ha portato soltanto miseria a molti italiani: ha portato una guerra in Etiopia, con il massacro di un milione di etiopi. In Giappone il fascismo imperiale ha condotto a una vasta e sanguinosa guerra in Cina e nel Pacifico. Il fascismo di Franco s’impose con un conflitto che fu il preludio alla guerra europea. Fascismo e guerra sono inseparabili. Ma il regime di Salazar ha tenuto il Portogallo fuori dall’ultima guerra mondiale, limitandosi a una dura repressione coloniale in Africa. Le dittature fascistizzanti in Sudafrica e in America meridionale non si lasciano coinvolgere in una guerra su vasta scala, ma soltanto in quelle locali, che possono oppure no diventare semiglobali.
   Guardiamo invece ai fatti tedeschi. Non c’è dubbio che il fascismo in Germania nel 1933 significava una guerra in Europa nel 1939 e che questa non poteva che trasformarsi in un conflitto mondiale. Il razzismo tedesco si nutrirà del razzismo contro i lavoratori immigrati e del problema aperto della riunificazione tedesca. Significherà scontro con l’Unione Sovietica. [1979]


1   Bollettino della CEE, n. 6, giugno 1969, Bruxelles.
2   I limiti dello sviluppo, Club di Roma, Ginevra 1972; ed. it. Mondadori, Milano 1972.
3  S.E. Rolfe e W. Danim (a cura di), The Multi-national Corporations in the World Economy, New York 1970.
4   C. Tugendhat, The Multinationals, Londra 1973; C.P. Kindelberger, Europe’s Post-War Growth.
5   M. von Clemm in Harvard Business Review, maggio-giugno 1971.
6   Questa statistica, tratta da fonti tedesche, fornisce un “tasso di plusvalore”, o ciò che Marx chiamava “livello di sfruttamento”, di meno di un decimo. Ciò è dovuto all’alto grado d’integrazione della classe operaia tedesca con il capitale monopolistico, integrazione che comprende quote di profitto e altri legami dei sindacati con il Big Business. Nelle semicolonie il rapporto tra profitti e salari è circa l’opposto di quello tedesco. Le aziende tedesche che costruiscono strade, ponti e altro in India con il sistema dei “contratti-prestiti” di questo dopoguerra, guadagnano dieci marchi per ogni marco pagato in “salari” ai loro dipendenti indiani che lavorano sodo sotto la supervisione tedesca. Questo rapporto è una misura della base reale della ricchezza della Germania: un vertice compatto e ricco, in relazione dinamica con una basta base semicoloniale di forza-lavoro a basso costo, circondata dalla disoccupazione.
7   Eurostat, Bruxelles: anche in The European Community and the Energy Problem, Bruxelles 1975. Il consumo della Germania è stato di 137.700.000 tonnellate di petrolio su 603.600.000 nel 1963; e 265.200.000 su 937.200.000 nel 1973. C’è stata anche una rapida crescita, a spese del carbone, nell’uso di petrolio, gas, ed elettricità. Questa tendenza si riscontra nel gruppo CEE-EFTA.
8   UNO and Eurostat. I dati erano (1972, in tonnellate):
     Germania 4
     Lussemburgo 13,7
     Usa 8
     Olanda 4,3
     La dipendenza della Germania dalle forniture estere è aumentata dal 22,4 per cento del 1963 al 54,9 per cento del 1973. Questo è indicativo del fatto che il miracolo tedesco non potrebbe operare come sistema autonomo interno, ma è determinato dall’esterno in vari modi relazionati (investimenti, sfruttamento di popoli e risorse, aramamenti usati a questo scopo, aiuti, esperti, consiglieri ecc. provenienti dalla Germania).
9   Le cifre dell’URSS erano: 16,2 per cento dei consumi per 6,5 per cento della popolazione mondiale, ma la produzione sovietica principale era interna. Gli USA usarono il 31 per cento della popolazione mondiale; il Giappone, l’8,4 per cento per il 2,4 per cento della popolazione mondiale. Il 78,5 per cento dell’umanità ha consumato il 31 per cento dell’energia mondiale nel 1972-73. Da allora la situazione è peggiorata con l’allargarsi del gap. Le percentuali tedesche e giapponesi sono cresciute con la maggiore rapidità assieme alla loro forza industriale, specialmente per ciò che riguarda la modernità e l’efficienza, e ai loro imperi latenti.
10   Ibid., p. 138.
11   Ibid., pp. 122, 123.
12   Ibid., pp. 28, 29.
13   La Tribune d’Allemagne, 13 novembre 1977, p. 11.
14   Ibid., pp. 12-16 (articolo di Peter Hermes).
15   Eurostat, pp. 78, 79.
16   Ibid., pp. 164, 165.
17   Daily Telegraph, Londra, 26 giugno 1976.
18   German Tribune, 20 giugno 1976, p. 11.
19   Ibid., p. 12.
20  “Der Arbeitgeber”; W. Muller-Jentsch, Entwicklungen und Widersprüche in der Westdeutschen Gewerkschaftsbewegung, in “Kritisches Jahrbuch”, Francoforte 1973.
21 Die Bildzeitung 31 marzo 1966; F. Dobler, Der Striek in der Hessischen Gummindustrie im November 1967, Hanau 1968; I.G. Metall, Die Ausländerwelle und die Gewerkschaften, Francoforte 1966.
22  Deutsche und Gastarbeiter, Institut für Angewandte Sozialwissenschaft, Bad-Godesberg 1966, basato su un sondaggio dell’opinione pubblica sul razzismo esistente contro gli immigrati a quel tempo.
23   Auslandskurier, n. 9/18, settembre 1977, p. 2.
24   Rapporto del Diw (Istituto tedesco per l’analisi economica), 1977.
25  Per esempio, la pubblicazione US Economic Almanac del 1960 mostrava che la percentuale dei lavoratori addetti alla produzione e ai servizi è scesa negli Stati Uniti, nella prima metà del nostro secolo, nella misura seguente (in %):
1900          1910          1920          1930          1940          1950          1958
84,4           78,6           75,1           70,6           68,9           63,4           58,1
Per tutti i lavoratori (produttivi, dei servizi, delle vendite, impiegati ecc.) la percentuale scendeva dal 90 per cento del 1900 al 72 per cento del 1958.
   La borghesizzazione dei lavoratori nei paesi imperialisti è stata a mio avviso mascherata dall’uso di termini nuovi, come “nascita della società dei consumi”, adoperati dagli economisti di destra e di sinistra. Visto dai popoli conquistati, ex coloniali ecc., il quadro può esser descritto come una borghesizzazione resa possibile dai superprofitti coloniali.
26   Europa Year Book, 1977, volume I, sezione “Repubblica Federale Tedesca”. La popolazione era nel 1976 di 61.570.000 persone. I “lavoratori” costituivano il 42,2 per cento della popolazione totale.
27   Ibid. Le cifre, in esteso, erano (in miliardi di marchi): 



28   Questa è la tendenza dimostrata da Ernest Mandel, per esempio in Late Capitalism, cit., ed è implicita anche nel suo MEC e concorrenza americana, Roma (e Francoforte) 1968. Tra gli altri, anche Bettelheim sottovaluta la borghesizzazione, come appare da molte sue opere.           
29 H. Jaffe, S. Amin e A.G. Frank, Quale 1984, Jaca Book, Milano 1975; H. Jaffe, Processo capitalista e accumulazione, Jaca Book, Milano 1973, per l’esposizione della teoria del “plusvalore negativo”.
30   J. Joffe, Die Zeit del 31 dicembre 1976. Questo incremento del commercio con l’Occidente coincise con il problema del rincaro dei prezzi, per esempio in Polonia, dove a metà del 1976 ci furono sommosse in alcune città. Lo stesso articolo di Joffe riporta che nel 1976 i contatti tra la Germania orientale e la Germania occidentale videro otto milioni di visitatori dalla RFT e 1.400.000 dalla Repubblica Democratica Tedesca. “Tra le 100.000 e le 200.000 persone accolsero con sollievo l’accordo di Helsinki (sulla distensione) e chiesero i visti d’uscita per cominciare una nuova vita in Occidente”. Joffre e altri articolisti tedeschi mescolano la politica della distensione con quella del riarmo, perché “il programma del riarmo sovietico ha assunto proporzioni particolarmente allarmanti” (ibid.). Si tratta del vecchio argomento della minaccia russa come causa del riarmo occidentale, mentre invece l’atteggiamento russo non è che una reazione alla presenza degli eserciti occidentali.
31   AK-Journal, n. 8/18 dell’agosto 1977. Articolo del dott. Hans Friderichs, ministro degli affari economici della Germania.
32   Schweiz-Bankgesellschait dati del 1977; statistiche dell’Onu.
33   Eurostat, 8, 1977, p. 107.
34   Ibid., e pp. 108, 109.
35   UNO GNP Statistics; vedi anche Europa Yearbook 1976, vol. I.
36   P.H. Sturm, The System Component in Differences in per caput Output between East and West Germany, in “Journal of comparative Economics”, vol. I, n. 1, marzo 1977, New York e Londra, pp. 5-24.
37 Durante la “rivoluzione ungherese del 1956 scrissi secondo questa linea in dichiarazioni pubbliche a Cape Town. Questo punto di vista era diffuso nei circoli progressisti del Sudafrica. Vidi molti gruppi di “rifugiati” ungheresi che arrivavano a Cape Town in treno, nave o aereo, nel 1956 e 1957. Questi “combattenti della libertà” furono accolti con un saluto ufficiale del governo nazionalista. Tutti i partiti e le chiese e l’intera stampa anglo-boera sostennero la “rivoluzione” ungherese. Molti rifugiati si integrarono agevolmente nel regime dell’apartheid. Altri andarono nel Malawi (allora Nyassaland) ad aiutare gli inglesi a reprimere una rivolta africana contadina e operaia. La repressione avvenne nella massima brutalità, molti anni prima che il Malawi diventasse indipendente.
38  Von Egge Weers, Bonn und Prag am Dialog interessiert, in Auslandskurier, novembre 1977, pp. 5, 6.
39    Kieler Nachrichten, 12 gennaio 1978.
40    Auskandskurier, novembre 1977, op.cit., p. 6.
41  J. Robinson, Europe’s Links with China, in European Community, n. 7, settembre-ottobre 1975, London Office, pp. 9, 10.
42     Ibid., p. 9.
43   Ibid.: “Quando il ministro degli esteri Ciao Kuan-ha ha dato il benvenuto a Herr Franz Josef Strauss a Pechino nel gennaio 1975, egli spiegò: ‘I nostri due stati hanno differenti sistemi sociali, ma noi possiamo benissimo essere amici. Ciò che conta è che entrambi lottiamo per l’indipendenza’” (p. 12).
44 U.N. Statistics: Comecon Statistics; Bulletin économique pour l’Europe, Ginevra (Unece); Unctad, Ginevra. Il tema viene esaminato criticamente da André Gunder Frank in Long Live Transideological Enterprises, Socialist Economies in Capitalist International Division of Labour, in Economic and Political Weekly, febbraio 1977, Bombay (pubblicazione annuale). A.G. Frank ha discusso la partecipazione dei paesi socialisti nel comercio e nell’economia mondiale capitalistici in Quale 1984, cit.
45  European Community, settembre-ottobre 1975, op.cit., p. 12. Gli scambi della CEE con la Cina nel 1974 sono stati (in milioni di dollari):


Importazioni
dalla Cina
Esportazioni
verso la Cina
Germania
Francia
Inghilterra
Italia
Olanda
Benelux
200
190
170
125
105
50
450
170
180
115
65
35

Dal 1974 la leadership tedesca è aumentata.
46   Johannesburg Star, 20 dicembre 1971.
47   Frankfurter Allgemeine Zeitung für Deutschland, 12 novembre 1977. Scritto dopo le misure repressive prese contro la stampa filo-americana e filo-inglese in Sudafrica nell’ottobre del 1977.
48   Ibid.
49 Televisione tedesca, 16 gennaio 1978. Vedi anche: EEC Bulletin, Commission, 11/1977, pp. 81, 119. Il “parlamento” della CEE discusse il 15 novembre 1977 una proposta “socialista” tedesca, secondo la quale le ditte della Germania e degli altri paesi della CEE in Sudafrica avrebbero dovuto attenersi al “codice di condotta”. La CEE non discusse neppure, naturalmente, la questione della presenza di ditte con superprofitti in Sudafrica.
50  Ergon Barr, in Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt, Amburgo, 10 luglio 1977. Questa opinione e sostenuta dal più importante autore di opere sul Sudafrica, Klaus Natorp (che ho già citato), in Frankfurter Allgemeine Zeitung, 7 gennaio 1977. Con l’espressione “conflitto violento” s’intende nient’altro che una lotta armata di liberazione. Per Klaus Natorp e quelli che la pensano come lui il punto fondamentale è la sopravvivenza della “razza bianca”, non l’uguaglianza.
51   Klaus von der Ropp, “War or Peace in Southern Africa”, in Ausssenpolitik, vol. 28, 4/1977, Amburgo, Brema, p. 450.
52   Ibid., p. 451.
53   Economic and Cultural Review, Opladen, n. 1, 1958.
54   Industrie Kurier, Düsseldorf, 20 ottobre 1960.
55   W. Scheel in Deutschland Internationale, vol. II, giugno 1965.
56   Wehr und Wirtschaft, Bonn, 3 marzo 1960.
57  Dichiarazione del MPLA, Berlino, 22 settembre 1965. Vedi anche Mpla. Testi e documenti sulla rivoluzione angolana, Jaca Book, Milano 1972, pp. 255-286.
58   Auslandskurier 7/18, luglio 1977, pp. 36, 37. Die Welt, 10 novembre 1977, per i dati sull’”aiuto” privato.
59  Auslandskurier 11/8, novembre 1977, p. 24: Sei anni di cooperazione tedesco-brasiliana di W.E.H. Blum, Curitiba/Friburgo; Forstwissenschaften in Brasilien, LCN Tourinho, Curitiba, p. 30.
60  Trattato di Buenos Aires del 29 luglio 1970.
61 B. Baker, European Studies, 21, 1975, p. 3 (sugli investimenti tedeschi e italiani, in America del Sud).
62  E.G. (EEC) Magazine, dicembre 1977. Die Gemeinschaft in Südost – Asien setzt jetzt auf Realismus, di E. Budewig, Singapore, p. 23.
63  Bollettino della CEE, 11/1977, Bruxelles, par. 2.2.40, pp. 67, 68. Vedi anche par. 2.2.58, p. 73 sulle tariffe protettive contro i prodotti tessili tunisini.
64  Die Welt, 18 maggio 1976. Articolo di Inge Aham.
65   Documento del ministero dell’economia, 29 dicembre 1977, Bonn.
66   Die Welt, 28 dicembre 1977.
67   Frankfurter Rundschau, 10 novembre 1976.
68   Vedi per es. l’esperto tedesco, direttore del Deutsches Orient Instituut di Amburgo, Udo Steinbach : “Arab Policy around the Horn of Africa”, in Aussenpolitik, 3/1977, pp. 302-314. Steinbach passa in rassegna tutti i maggiori gruppi in Eritrea e Somalia. Nel mio libro e nei miei articoli sull’Etiopia io ho sempre accusato sia la Germania sia l’Italia di essere le forze reali dietro la “secessione” eritrea e i movimenti per una “più grande Somalia”. I loro canali erano lo Yemen, il Sudan (ora sotto pesante influenza tedesca), l’Arabia Saudita, la Siria. La mia posizione, assolutamente isolata in Europa, ma assai condivisa in Africa, ritengo sia stata legittimata dai fatti.
69   Bollettini della CEE, 2-1975, punto 2324; 1-1975, punti 1101, 1105; 2-1975 punto 2324; 3-1976, punti 1102, 1103 fino al 1109. L’ultimo Bollettino citato spiega come funzionano il sistema STABEX, la cooperazione commerciale, la “cooperazione” finanziaria e industriale dopo la convenzione di Lomé e le decisioni prese alle conferenze di Kingston e altrove. I promotori della convenzione di Lomé hanno il privilegio di far parte di un’assemblea consultiva legata al “parlamento europeo” che è così importante per la Germania e pochi altri membri della CEE da richiedere l’appoggio delle masse europee per l’”unità europea”.
70   Bollettino della CEE, 3-1976, pp. 65-67; La Communauté Européenne et les Pays en voile de développement, Bruxelles, gennaio 1977; European Community, Londra, settembre 1976; The EEC Courier, n. 33, settembre-ottobre 1975 (sui 3,55 miliardi di unità di conto – circa 4 miliardi di dollari – che in forma di “aiuti” erano in programma secondo la convenzione di Lomé nel 1974). Questo era 3,7 volte l’accordo della seconda convenzione di Yaounde. La Germania e la Francia condividevano le più alte percentuali dell’”aiuto”, con il 29,95 a testa. Il Regno Unito veniva subito dopo con il 18,7 per cento; poi l’Italia con il 12 (pag. 62). L’80 per cento del primo “aiuto” doveva essere “non rimborsabile”. L’altro 20 per cento doveva essere rimborsabile. Ma quasi tutto l’aiuto sarebbe tornato alla Germania, alla Francia ecc. attraverso i pagamenti agli “esperti”, ai “volontati” e alle ditte incaricate di eseguire quanto previsto dai contratti. Contratti che avrebbero spremuto superprofitti dalla locale forza-lavoro sottopagata. I “sussidi” sono investimenti che rendono grandi profitti.
71   Bollettino della CEE; Développement et matières premières, supplemento 6/1975.
72   Ibid., pp. 55-58.


Hosea Jaffe - “La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?”, Jaca Book, 1994